Il giornalismo locale fa pena. E non da oggi.
Fa pena perché ha scelto di adeguarsi, di abbassare la testa, di scambiare l’informazione con il business, proprio come quello nazionale.
Apri un articolo e la prima cosa che leggi è “contenuto promozionale”. È una confessione preventiva: ciò che segue non è libero. È condizionato e contrattato,
L’informazione arriva dopo , se arriva.
Questo non è giornalismo. È propaganda travestita.
È la stessa logica dei politici: dire solo ciò che conviene, evitare ciò che disturba, proteggere relazioni e inserzionisti. Il resto si ignora. O si seppellisce nel silenzio.
Il giornalismo locale non è vittima del sistema: lo replica. Ha copiato il peggio di quello nazionale, senza nemmeno la forza di opporsi. Nessuna inchiesta, nessun conflitto, nessuna domanda vera. Solo comunicati riscritti e cronaca addomesticata.
Così diventa inutile. Peggio: diventa dannoso.
Perché non informa i cittadini, li disarma.
Non controlla il potere, lo accompagna.
Se questo è il prezzo della pagnotta, allora sì: avete sbagliato mestiere.
Perché un giornalismo che non disturba, che non scava, che non rischia, non è giornalismo.
È solo rumore. E il rumore, prima o poi, si spegne.
