”La politica è l’arte di servire se stessi facendo credere di servire gli altri.”
— Antonio Gramsci
L’immagine è scolpita nella cronaca come un peccato originale della Seconda Repubblica: il 2 giugno 1992, mentre l’Italia barcollava sotto i colpi di Tangentopoli e le stragi di mafia, il panfilo reale Britannia solcava le acque di Civitavecchia. A bordo, il fior fiore della finanza anglosassone ascoltava l’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, illustrare il piano di smantellamento dell’industria di Stato. Non era solo una manovra economica; era l’inizio di una mutazione genetica della nazione, il passaggio cruciale dalla sovranità politica alla sudditanza finanziaria.
La “gioielleria” in liquidazione: un errore storico?
Quello che seguì negli anni successivi, sotto le regie alternate di tecnici e politici come Draghi e Romano Prodi, fu una vera e propria emorragia di asset strategici. La scusa ufficiale era il risanamento dei conti pubblici e l’ingresso necessario nell’Europa dell’euro, ma il risultato tangibile fu la cessione a prezzi di saldo di quella che veniva chiamata la “gioielleria di Stato”.
Dalle banche storiche (Comit, Credit, BNL) alla telefonia di Telecom, passando per la siderurgia e le infrastrutture autostradali, il sistema pubblico italiano venne smembrato. Aziende come Italimpianti o Iritecna, punte di diamante dell’ingegneria e della conoscenza nazionale, furono cedute per valori definiti irrisori dagli stessi protagonisti anni dopo. Il sociologo Luciano Gallino lo aveva denunciato con lucidità: stavamo assistendo alla fine di una classe dirigente capace di pensare lo Stato come motore di sviluppo, sostituita da una generazione di “liquidatori” pronti a sacrificare l’interesse collettivo sull’altare del profitto privato e della speculazione internazionale.
Questa spoliazione non ha riguardato solo i muri delle fabbriche, ma il cuore pulsante del sistema economico italiano. Privatizzare non ha significato, come promesso dai cantori del neoliberismo, rendere i servizi più efficienti o economici. Al contrario, ha spesso portato a rincari per gli utenti e a una contrazione drammatica degli investimenti in manutenzione e sicurezza, come la tragedia del Ponte Morandi ha tragicamente ricordato al Paese intero.
La trasformazione dello Stato: da protettore a debitore
Questa stagione di privatizzazioni non ha solo svuotato i capannoni e gli uffici pubblici, ma ha invertito la funzione stessa dello Stato. Un tempo concepito come l’antemurale a difesa dei cittadini meno abbienti e promotore di inclusione, lo Stato si è trasformato da esattore sovrano a perenne debitore dipendente.
Con un’evasione fiscale che oggi, nel 2026, continua a toccare livelli mostruosi, la tesoreria pubblica è costretta a chiedere ossigeno ai grandi fondi d’investimento. Questo meccanismo crea una spirale perversa che strozza il welfare:
- Aumento del debito: Lo Stato paga interessi sempre più alti ai mercati finanziari, drenando risorse dalla spesa corrente.
- Tagli ai servizi: Per rassicurare i creditori internazionali, si tagliano sanità, istruzione, pensioni e mobilità pubblica.
- Anemizzazione del pubblico: I servizi degradano inevitabilmente, spingendo il cittadino verso il mercato privato, alimentando il profitto di pochi a scapito del diritto costituzionale di tutti.
In questo scenario, la politica abdica alla sua capacità di programmazione e si riduce a gestire l’ordinaria amministrazione o le emergenze, mentre le grandi decisioni strategiche vengono prese nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari o dei fondi sovrani esteri.
Radici filosofiche: il Bene Comune vs l’Utilitarismo
Per comprendere la gravità di questo passaggio, dobbiamo guardare alle radici del concetto di Bene Comune, una categoria che affonda le sue origini nel pensiero aristotelico e tomista, per poi evolversi nella filosofia politica moderna. Il Bene Comune non è la semplice somma dei beni individuali (come vorrebbe la visione utilitaristica), ma è quel complesso di condizioni sociali che permettono a ciascun membro della comunità di raggiungere la propria perfezione e dignità.
Nell’antichità, la Res Publica era l’essenza stessa della vita civile: ciò che è di tutti non appartiene a nessuno in particolare, ma proprio per questo deve essere protetto con maggior vigore. La filosofia del neoliberismo, che ha guidato le privatizzazioni del Britannia, ha ribaltato questo paradigma sostituendolo con l’Individualismo Metodologico: l’idea che la società non esista, ma esistano solo individui impegnati a massimizzare il proprio utile. In questa cornice, il bene comune viene visto come un ostacolo all’efficienza del mercato.
La catastrofe etica: il virus del cinismo
Il danno più profondo, tuttavia, non è misurabile solo in miliardi di euro persi, ma nel collasso della coscienza collettiva. Quando lo Stato smette di essere percepito come un bene comune, come una “casa” di tutti, e diventa una preda da saccheggiare, il cittadino smette di sentirsi tale e si trasforma in un opportunista.
È quella che possiamo definire una vera e propria “catastrofe etica”. Il grido “si salvi chi può” ha legittimato la prepotenza e l’elevazione del particulare guicciardiniano — il proprio interesse egoistico — a unica regola di vita accettata. Questa desolazione morale ha desertificato la convivenza civile, riducendola a un mero calcolo di convenienza economica. Se i vertici delle istituzioni svendono il patrimonio nazionale senza battere ciglio, il singolo individuo si sente autorizzato a disinteressarsi del bene comune, cercando la propria salvezza individuale a scapito della comunità.
La politica come vetrina del declino
La politica odierna è la rappresentazione plastica di questo sfacelo etico. Non si discute più di grandi visioni o di progetti per le generazioni future, ma di sopravvivenza immediata e di propaganda digitale a breve termine. Vediamo governi che promuovono riforme contro l’ispezionabilità del potere, aggredendo chiunque cerchi di preservare un barlume di decenza istituzionale o di indipendenza della magistratura.
L’infezione ha colpito anche i luoghi che un tempo erano presidi di resistenza civile e culturale. Persino associazioni storiche per la tutela dell’ambiente o del patrimonio artistico mostrano oggi i segni di questo contagio. Casi di “epurazioni” interne contro chi denuncia la cementificazione selvaggia o la svendita del territorio testimoniano come il prestigio civile venga spesso barattato con l’affarismo locale o con la ricerca di un posizionamento favorevole all’interno dei nuovi centri di potere.
Un futuro di post-verità
Oggi, guardando a quel lontano giugno del 1992 sul Britannia, comprendiamo che non fu solo un evento finanziario, ma il varo di un’intera epoca di mercificazione totale. In un mondo dominato dalla post-verità, dove i fatti storici vengono cancellati o piegati alla narrazione del potere di turno, recuperare la memoria di come siamo arrivati fin qui è l’unica forma di resistenza rimasta.
Ripensando al celebre ammonimento di Albert Camus sul machiavellismo d’accatto — “se il fine giustifica i mezzi, chi giustificherà i fini?” — ci rendiamo conto del nostro attuale smarrimento. In un’epoca dove l’etica è stata svenduta insieme alle reti telefoniche e alle acciaierie, la risposta sembra perdersi nel rumore di fondo di una società che ha scambiato i propri diritti fondamentali per l’illusione di una sicurezza individuale che, alla fine, non sarà in grado di proteggere nessuno.
La vera sfida per il futuro dell’Italia non sarà solo recuperare quote di mercato o ridurre lo spread sui mercati, ma ricostruire faticosamente un’etica del pubblico che rimetta al centro la dignità umana e il valore della comunità sopra ogni logica di profitto immediato. Senza questa rinascita morale, il naufragio iniziato nel porto di Civitavecchia rischia di essere il capitolo finale della nostra storia civile.
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