Il problema del bonus energia non è quanto costa allo Stato, ma quanto poco cambia per chi paga la bolletta. È una misura costruita per reggere davanti a una telecamera, non davanti a un contatore. Il racconto è solido, l’effetto reale quasi impercettibile. E quando una politica pubblica vive soprattutto di narrazione, smette di essere una risposta e diventa una messa in scena.
La breve clip della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è emblematica di questo slittamento. Toni severi, appello alla “serietà”, accusa preventiva di propaganda rivolta agli altri. Poi arrivano i numeri: 2,7 milioni di famiglie coinvolte, 315 euro complessivi di sostegno. Una cifra che, enunciata così, sembra persino consistente. È qui che il linguaggio prende il posto della sostanza. Perché la politica, quando è tale, non si valuta per l’effetto annuncio, ma per l’impatto concreto sulla vita delle persone.
Tradotti fuori dallo storytelling, quei 315 euro diventano circa 20 euro al mese. Venti. In un Paese in cui una bolletta annua supera facilmente i mille euro e in cui l’energia costa stabilmente circa il 30% in più rispetto alla media europea. Venti euro non sono una riforma, non sono un cambio di paradigma, non sono nemmeno un argine strutturale: sono un cerotto applicato su una frattura aperta. Possono forse tamponare l’emergenza più estrema, ma non incidono minimamente sulle cause che rendono l’energia così cara in Italia.
Ed è proprio questo il nodo che la propaganda evita accuratamente di affrontare. Il bonus è una misura una tantum e, per definizione, incapace di produrre effetti duraturi. Non elimina i costi, li redistribuisce. Non riduce la bolletta, la sposta. Per garantire un piccolo sconto a una platea ristrettissima – famiglie con un ISEE intorno ai 10.000 euro, quindi già dentro la soglia di povertà – si mobilitano risorse collettive significative, senza toccare minimamente il cuore del problema.
Il cuore del problema sono le rendite. Rendite di un sistema energetico che, dal 2021 in poi, ha prodotto extraprofitti enormi grazie a crisi, guerre e tensioni geopolitiche. Profitti che non derivano da innovazione, efficienza o investimenti strategici, ma dalla semplice posizione dominante nel mercato. La contraddizione diventa quasi grottesca se si ricorda che lo Stato è azionista rilevante di molte di queste aziende: da un lato incassa utili, dall’altro restituisce una minima parte sotto forma di bonus, senza mai mettere in discussione il meccanismo che quei profitti li genera.
Si parla di colpire le aziende energetiche aumentando l’IRAP di due punti percentuali. Ma pensare che questo costo non venga ribaltato integralmente sulle bollette di cittadini e imprese significa ignorare le più elementari dinamiche dell’economia industriale. È una finzione contabile. Così come appare quasi offensiva l’idea dello “sconto volontario” da 60 euro da parte delle grandi aziende: una misura che somiglia più a una battuta infelice che a una politica pubblica.
Resta sistematicamente elusa la domanda decisiva: perché non si interviene sugli oneri di sistema e sulle accise? Perché non si aggredisce direttamente la struttura del prezzo dell’energia? Le stime sono chiare: un taglio serio di accise e oneri potrebbe ridurre le bollette dal 15 al 25%. Questa sì sarebbe una misura strutturale, capace di incidere su famiglie, ceto medio e imprese. Ma richiederebbe una scelta politica netta: rinunciare a una parte delle entrate garantite dalle rendite energetiche. Ed è una scelta che il governo, evidentemente, non vuole o non può fare.
C’è poi una rimozione ancora più grave: il ritardo strategico. L’Italia paga decenni di immobilismo sulle infrastrutture energetiche, sulla diversificazione delle fonti, sulla programmazione di lungo periodo. Il nucleare viene evocato ciclicamente come un fantasma, senza mai una vera assunzione di responsabilità. Nel frattempo si continua a galleggiare in un’emergenza permanente, governata a colpi di bonus, contributi temporanei e annunci.
Il risultato è sempre lo stesso: si rende contento qualcuno per qualche mese, si alimenta il racconto del “governo che aiuta” e si lascia intatto un sistema che continua a scaricare i costi sul cittadino medio. Tutti gli altri – chi guadagna un po’ di più, chi ha famiglie numerose, chi non rientra nei criteri sempre più stringenti – restano soli davanti alla bolletta. E quando protestano, la colpa è sempre di qualcun altro: l’Europa, i mercati, le crisi esterne.
La verità, meno spendibile mediaticamente, è che l’energia in Italia costa di più perché non si è mai voluto colpire davvero le rendite, perché si è preferito incassare oggi piuttosto che riformare domani, perché la politica ha scelto la propaganda al posto della pianificazione. Il bonus energia non è una soluzione: è una narrazione. E come tutte le narrazioni, dura il tempo di un video. Poi resta la bolletta.

 

Ph pixabay senza royality

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