L‘ editoriale del Direttore Responsabile Daniela Piesco 

Nel 1963 Umberto Eco pubblica su Rinascita un lungo saggio in due parti, Per una indagine sulla situazione culturale e Modelli descrittivi e interpretazione storica. Testi oggi poco citati, ma decisivi. Lì Eco formula una critica che non ha perso nulla della sua attualità: una sinistra che pretende di guidare il cambiamento senza comprendere davvero la cultura reale della società è destinata alla sconfitta politica.

Eco non parla da nemico della sinistra. Al contrario, parla “dall’interno” di quella che chiama cultura d’opposizione. Ma la sua accusa è netta: la sinistra continua a giudicare la realtà con una razionalità che crede universale e che invece è storicamente e socialmente situata. Nel saggio denuncia il rischio di bollare come “irrazionale” tutto ciò che non rientra nei canoni dell’umanesimo colto, trasformando la cultura in un privilegio di classe. È qui che usa una formula durissima: la sinistra, così facendo, si comporta come un “uomo borghese” che assume la propria visione del mondo come assoluto metastorico.

Questo nodo non è estetico, è politico. Eco lo chiarisce meglio l’anno dopo in Apocalittici e integrati. Il problema non è la cultura di massa in sé, ma l’atteggiamento degli intellettuali che oscillano tra due posizioni ugualmente sterili: il rifiuto moralistico (gli apocalittici) e l’accettazione acritica (gli integrati). In entrambi i casi, la cultura popolare non viene compresa, ma giudicata o usata. Quando Eco osserva che alle Feste dell’Unità si suonano le canzoni di Rita Pavone senza alcuna reale operazione di comprensione, sta dicendo una cosa chiarissima: usare la cultura del popolo senza prenderla sul serio è una forma di paternalismo.

Ma attenzione: questa critica non apre affatto la strada al populismo. Anzi, lo anticipa e lo smaschera. Eco tornerà più volte su questo punto. In Il costume di casa e poi negli scritti civili degli anni Novanta, insiste su un’idea fondamentale: quando il linguaggio politico rinuncia alla complessità e alla verifica dei fatti, non si “avvicina al popolo”, ma produce manipolazione. La semplificazione sistematica non è comunicazione democratica, è propaganda.

Ed è esattamente ciò che fa oggi la destra al governo.

Quando Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Carlo Nordio parlano, non informano: costruiscono narrazioni false. Prendono singoli episodi, li isolano, li ingigantiscono, li trasformano in emergenze morali. Mentono sulla giustizia, mentono sull’Europa, mentono sulla Costituzione, mentono sulla magistratura. Non per ignoranza , che pure abbonda , ma per strategia.

Questa non è comunicazione popolare. È propaganda nel senso più rozzo e classico: ripetizione ossessiva, semplificazione brutale, individuazione del nemico, cancellazione dei fatti. Eco avrebbe parlato senza esitazioni di colonizzazione simbolica: il linguaggio non serve più a capire il mondo, ma a piegarlo a un fine di potere.

Il punto è decisivo: la destra non “parla al popolo”. La destra usa il popolo come bersaglio emotivo. Lo infantilizza, lo spaventa, lo eccita, lo rassicura con menzogne semplici. Questa non è cultura popolare. È analfabetismo politico organizzato.

Eco aveva previsto anche questo. In I limiti dell’interpretazione chiarisce che non tutte le interpretazioni sono legittime, che esiste una differenza tra interpretare e forzare il senso. Applicato alla politica: non tutto può essere detto impunemente in nome del “sentire comune”. Quando un governo mente sistematicamente, non sta dando voce alla pancia del Paese: sta distruggendo il rapporto tra linguaggio e verità, che è il fondamento minimo della democrazia.

Eppure, la sinistra continua a cadere nella trappola. Da un lato denuncia giustamente la propaganda della destra; dall’altro si rifugia nella superiorità culturale, parlando un linguaggio autoreferenziale, incapace di incidere sul piano simbolico. Eco lo aveva già spiegato in Lector in fabula: il senso nasce solo nell’incontro con un destinatario reale.

Una politica che parla solo a sé stessa lascia campo libero a chi occupa lo spazio emotivo con la menzogna.

Questo è evidente nel dibattito sulla giustizia e sulla Costituzione italiana. Qui la propaganda di destra raggiunge livelli allarmanti. Si fa credere che i problemi della magistratura richiedano una riscrittura della Carta fondamentale. È falso. Se esistono storture, si interviene con leggi ordinarie. Toccare la Costituzione significa intervenire sugli equilibri di potere, non migliorare il funzionamento della giustizia.

I padri costituenti non erano ideologi astratti.

Erano persone che avevano conosciuto il carcere, la censura, l’arbitrio. Sapevano che il potere senza limiti si autogiustifica sempre con il linguaggio dell’efficienza. Chi oggi banalizza la Costituzione, chi la presenta come un ostacolo, chi la riduce a fastidio procedurale, non sta riformando nulla: sta preparando un terreno più fragile per i diritti di tutti.

La conclusione, allora, è netta e scomoda. La sinistra non perde perché è colta. Perde quando usa la cultura come distinzione e non come comprensione. La destra non vince perché è vicina al popolo. Vince perché mente senza scrupoli, occupa lo spazio emotivo e trasforma l’ignoranza in consenso.

Eco ci ha lasciato una lezione che oggi è più attuale che mai:
senza verità non c’è politica democratica; senza comprensione della cultura reale non c’è possibilità di governo.
La destra ha scelto la menzogna. La sinistra deve decidere se continuare a perdere o tornare a capire.

Tra l’arroganza dell’élite e la menzogna populista esiste una terza strada, ed è l’unica praticabile: una cultura politica che non disprezza il popolo, ma non lo inganna; che non rinuncia alla complessità, ma la rende comprensibile; che non modifica la Costituzione per propaganda, ma difende le regole per garantire la libertà di tutti.
Eco lo aveva capito sessant’anni fa. La domanda, oggi, non è se avesse ragione. È perché continuiamo a non ascoltarlo.

pH Wikipedia

 

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