Di Carlo di Stanislao 

​«Il privilegio di influire su una generazione è il più alto che possa toccare a un uomo.»
— Piero Gobetti

 

​Nel cuore di questo febbraio del duemilaventisei, l’Italia si ritrova immersa in un groviglio di memorie che, lungi dall’essere polverose ricorrenze, disegnano il profilo di una nazione ancora in cammino. Esiste un filo rosso, teso e vibrante, che unisce la Sardegna ancestrale di Grazia Deledda, l’intransigenza intellettuale di Piero Gobetti e la lungimiranza giuridica ed economica di Ezio Vanoni. A tenere insieme questi frammenti di storia è la figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale, presiedendo le commemorazioni del centenario dal Nobel deleddiano e della morte di Gobetti, ha saputo indicare un comune denominatore: l’antropologia del dovere come fondamento della coesione sociale.

​A settant’anni dalla sua scomparsa, la figura di Ezio Vanoni emerge non solo come quella di un tecnico della finanza, ma come il giurista dell’anima che ha saputo dare gambe economiche ai sogni di libertà e dignità coltivati dai padri della patria. La sua lezione, rievocata con forza durante la lettura magistrale dello storico Giovanni Farese, risuona oggi come un monito alla serietà e all’impegno civile.

​Grazia Deledda: il Nobel alle periferie dell’anima

​Il viaggio ideale della nostra identità nazionale fa tappa a Stoccolma. Il Premio Nobel a Grazia Deledda nel millenovecentoventisei non fu solo un traguardo letterario, ma un evento politico nel senso più profondo. La Deledda fu la prima donna italiana a ricevere tale onore, portando alla ribalta internazionale un’Italia che le élite del tempo faticavano a vedere: quella dei pastori, dei boscaioli, delle genti umili schiacciate da un destino biblico e da una natura selvaggia.

​Nelle celebrazioni odierne a Nuoro, il Presidente Mattarella ha ricordato come la Deledda abbia saputo trasformare l’isolamento geografico in una forza universale. La sua scrittura non cercava il folklore, ma la verità antropologica di un popolo. Questo riscatto delle periferie è il medesimo obiettivo che, decenni dopo, avrebbe animato l’azione di Ezio Vanoni. Non è un caso che Vanoni, nel suo ultimo drammatico discorso al Senato, abbia evocato proprio quelle genti umili delle zone montane e del Mezzogiorno. Esiste una simmetria profonda tra i personaggi deleddiani che lottano per la propria dignità e la missione di Vanoni di destinare ogni risorsa disponibile al benessere di chi è rimasto indietro. La cultura della Deledda preparò il terreno morale su cui Vanoni avrebbe costruito il diritto al lavoro e alla crescita.

​Piero Gobetti: la rivoluzione liberale e il rigore del giurista

​Mentre la Deledda riceveva il massimo onore mondiale, a Parigi si consumava il sacrificio di Piero Gobetti. Un secolo fa moriva un giovane poco più che ventenne che aveva osato sfidare il conformismo del suo tempo, chiedendo una rivoluzione liberale che fosse anzitutto una riforma morale. La commemorazione odierna, arricchita dai contributi internazionali di studiosi come il professor Gebrezensky, ha ribadito che il pensiero gobettiano è la base della nostra democrazia critica.

​La lettura magistrale di Farese ha messo in luce un nesso fondamentale: Gobetti non cercava solo la libertà politica, ma la serietà della classe dirigente. Questa tensione etica è la stessa che ritroviamo in Ezio Vanoni. Se Gobetti fu il martire dell’intransigenza, Vanoni fu il giurista che tradusse quell’intransigenza in legge. C’è un legame inscindibile tra l’invito di Gobetti alla responsabilità individuale e la Riforma Vanoni.

​Introducendo l’obbligo della dichiarazione dei redditi, Vanoni non stava solo cercando di risanare le casse dello Stato; stava compiendo un atto gobettiano. Stava dicendo agli italiani che per essere liberi e avere diritti, bisognava essere cittadini, non sudditi; bisognava dichiarare ciò che si aveva per contribuire al bene di tutti. La democrazia, per il giurista Vanoni così come per l’intellettuale Gobetti, era un esercizio quotidiano di dovere e trasparenza.

​Ezio Vanoni: l’architetto della coesione sociale

​Il ritratto di Vanoni che emerge dalle cronache del tempo e dalle analisi de il Mulino è quello di uno dei grandi ricostruttori della patria. Giurista, docente di Scienza delle Finanze, membro dell’Assemblea Costituente, Vanoni è stato l’uomo che ha dato un’anima alla stabilità finanziaria. Egli non vedeva i numeri come entità astratte, ma come strumenti di giustizia distributiva.

​Il suo capolavoro, lo Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito, fu un atto di coraggio intellettuale senza precedenti. In esso si fondevano le intuizioni della nuova economia keynesiana con la concretezza del cattolicesimo sociale. Vanoni si prefissò obiettivi ciclopici: la creazione di milioni di posti di lavoro nell’industria e nei servizi, l’azzeramento del divario tra Nord e Sud e la garanzia dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti come cornice di stabilità macroeconomica.

​Egli comprese che non può esserci crescita economica duratura senza coesione sociale. La sua amicizia con Enrico Mattei e Pasquale Saraceno portò alla nascita dell’Eni e al rafforzamento dell’Iri, strumenti necessari per impedire che lo sviluppo fosse lasciato ai soli spontaneismi di mercato. Vanoni era convinto che lo Stato avesse il dovere giuridico e morale di guidare il progresso a beneficio dei più poveri, dei boscaioli della sua Valtellina così come dei contadini del profondo Sud.

​Il giurista del popolo e l’eredità di Mattarella

​Il Presidente Mattarella, nel presiedere queste celebrazioni incrociate, ha evidenziato come l’operato di Vanoni sia stato spesso racchiuso nella formula della stabilità finanziaria, ma che il suo vero lascito sia il binomio tra crescita e partecipazione. Senza questo equilibrio, la democrazia rischia di diventare una scatola vuota o, peggio, un’oligarchia economica.

​Per Vanoni, la legge non era un freddo comando, ma uno strumento di emancipazione. Questo lo accomuna a Piero Gobetti, che vedeva nella politica un atto di educazione, e a Grazia Deledda, che vedeva nella narrazione un atto di liberazione. Quando Vanoni morì nei locali del Senato dopo un vibrante discorso in aula, colpito da un malore mentre difendeva le ragioni degli umili, lasciò un vuoto incolmabile. Erano gli anni in cui l’Italia perdeva anche De Gasperi; la qualità delle classi dirigenti conta, e quegli uomini sapevano guardare al decennio successivo, non alle prossime elezioni.

​Le ultime parole di Vanoni alla moglie, «Lo sai che era il mio dovere», rappresentano l’epitaffio di un’intera generazione e il punto di contatto con l’eroismo silenzioso di Gobetti. È lo stesso dovere che ha spinto Mattarella a richiamare l’Italia contemporanea alla responsabilità della solidarietà europea. L’eredità di Vanoni è viva perché in parte è opera sua il Paese in cui viviamo oggi; uno Stato che non ha mai rinunciato all’idea che la salute e l’istruzione debbano essere per tutti, finanziate da una contribuzione equa e progressiva.

​Unire i puntini: l’agenda per il futuro

​In questo armonioso intreccio di temi, il presente ci consegna una lezione potente. Dalla Deledda impariamo che la cultura è la prima forma di riscatto e che non esiste progresso se si dimenticano le proprie radici. Da Gobetti impariamo che la democrazia richiede una sorveglianza morale continua contro la mediocrità e il compromesso al ribasso. Da Vanoni impariamo che la tecnica e il diritto devono essere al servizio di un progetto di vita collettiva, mai fini a se stessi.

​Lo Schema Vanoni venne inserito nel Trattato di Roma, diventando un protocollo europeo. Questo ci ricorda che l’Italia ha saputo essere guida dell’Europa quando ha saputo coniugare il rigore dei conti con il calore della solidarietà. Oggi, a settant’anni dalla sua scomparsa e a un secolo dai martiri e dai trionfi di Gobetti e Deledda, l’appello alla coesione sociale risuona come l’unica via d’uscita per le crisi del nostro tempo.

​In conclusione, le commemorazioni di quest’anno non sono semplici celebrazioni del passato, ma fondamenta del futuro. La visione di Vanoni resta l’unica bussola affidabile: lo sviluppo non è un destino, ma una scelta politica guidata dal diritto e dall’etica. Una scelta che richiede studio, concretezza e, soprattutto, quel profondo senso del dovere che accomunava la penna della Deledda, il coraggio di Gobetti e la scienza delle finanze di un giurista che visse e morì servendo la gente più umile del Paese. Solo ritrovando questa serietà l’Italia potrà onorare davvero i suoi padri e i suoi figli.

pH Wikipedia

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