“Con questa riforma costituzionale non avremmo mai saputo nulla delle stragi, della P2, delle trame eversive che hanno segnato la Repubblica“. Benedetta Tobagi, storica e studiosa della violenza politica italiana, affida a queste parole una chiave di lettura del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo che merita un’analisi approfondita, lontana dalle semplificazioni che troppo spesso dominano il dibattito pubblico.
La riforma sottoposta al voto popolare non rappresenta un semplice aggiustamento tecnico dell’ordinamento giudiziario. Interviene su uno dei pilastri fondamentali dell’architettura costituzionale: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, principio che i padri costituenti vollero scolpire nella Carta come argine invalicabile contro ogni possibile deriva autoritaria.
Le radici costituzionali: dalla dittatura alla Repubblica
Per comprendere la portata della questione occorre tornare ai lavori dell’Assemblea Costituente. Piero Calamandrei, giurista di fama internazionale e membro della Costituente, nel suo celebre discorso agli studenti milanesi del 1955 affermò: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. E sulla giustizia fu ancora più netto: “Perché vi sia giustizia occorre che vi siano giudici indipendenti, liberi da ogni pressione politica”.
Giuseppe Dossetti, altro gigante dell’Assemblea, durante i lavori della Commissione dei 75 sostenne con forza che “l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini”. Parole che trovarono piena consonanza in quelle di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, per il quale “separare la funzione giudiziaria dal potere esecutivo significa impedire che la giustizia diventi strumento di oppressione“.
Non erano astrazioni teoriche. L’esperienza del ventennio fascista aveva dimostrato cosa accade quando i magistrati diventano funzionari al servizio del regime. Il Regio Decreto n. 12 del 1941 aveva trasformato i giudici in strumenti del potere politico, con il risultato che il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato emise, tra il 1927 e il 1943, 21.916 sentenze contro oppositori politici, condannando 42 persone a morte.
Per questo l’articolo 104 della Costituzione repubblicana stabilisce in modo inequivocabile: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. E per questo fu istituito il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno presieduto dal Presidente della Repubblica.
Calamandrei, nel commentare questa scelta, scrisse: “Il CSM è la garanzia che nessun potere esterno possa interferire con l’amministrazione della giustizia“. Leone Mortara, illustre processualista, già nel 1885 aveva teorizzato la necessità di un organo che “sottraesse i magistrati alle influenze del Ministro, garantendone l’indipendenza”
Il CSM alla prova della storia: terrorismo, mafia e eversione
La verifica empirica dell’efficacia di questa architettura istituzionale si è avuta proprio nei momenti più drammatici della storia repubblicana. Gli anni Settanta e Ottanta del Novecento costituiscono un caso di studio fondamentale per comprendere il ruolo dell’indipendenza della magistratura.Come sottolinea Tobagi ,figlia del giornalista Walter Tobagi, assassinato nel 1980 dalla Brigata XXVIII Marzo , “i magistrati colpiti dal terrorismo negli Anni di piombo furono quelli che avevano analizzato e compreso meglio il fenomeno, non chi urlava più forte evocando leggi speciali o pena di morte”.
I numeri sono eloquenti. Tra il 1969 e il 1988, il terrorismo politico in Italia causò 362 morti e 172 feriti. Tra le vittime, magistrati che stavano indagando sui nuclei eversivi: Emilio Alessandrini, ucciso nel 1979, stava investigando su Autonomia Operaia e sui rapporti tra eversione e criminalità organizzata. Mario Amato, assassinato nel 1980 dai NAR, indagava sui gruppi neofascisti. Guido Galli, ucciso nel 1980 da Prima Linea, si occupava di terrorismo di sinistra e del caso 7 aprile.
Il giornalista Giancarlo Siani, barbaramente ucciso dalla camorra nel 1985, stava documentando i traffici del clan Nuvoletta. Il giudice Rosario Livatino, ammazzato nel 1990 dalla Stidda, combatteva la mafia agrigentina. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vittime delle stragi del 1992, avevano costruito il maxiprocesso che decapitò Cosa Nostra.
In tutti questi casi, fu il CSM a garantire che le indagini proseguissero. Come ha documentato lo storico Guido Neppi Modona, già membro del CSM, “nei momenti di massima pressione terroristica e mafiosa, l’autogoverno della magistratura fu l’argine che impedì lo smantellamento delle procure più esposte”.
Il caso P2: quando l’indipendenza salvò la democrazia
Un esempio ancora più significativo è rappresentato dalle indagini sulla loggia massonica P2. Nel marzo 1981, i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone, durante le indagini sul banchiere Michele Sindona, scoprirono a Castiglion Fibocchi gli elenchi della loggia segreta guidata da Licio Gelli.Tra i 962 iscritti figuravano 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 50 ufficiali dell’Esercito, 37 della Guardia di Finanza, 29 della Marina Militare, 11 capi e vice capi della Polizia, 5 ministri in carica, 38 parlamentari, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, magistrati, industriali, giornalisti, vertici dei servizi segreti.
La Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Tina Anselmi, concluse nel 1984 che la P2 aveva costituito “un’organizzazione segreta finalizzata a sovvertire l’ordinamento dello Stato“. Il Piano di Rinascita Democratica di Gelli prevedeva, tra l’altro, “modifiche costituzionali per rafforzare il potere esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario”.
Senza l’autonomia garantita dal CSM, le indagini si sarebbero fermate. Come ha scritto lo storico Sergio Flamigni, “la P2 aveva infiltrato ogni ganglio dello Stato, ma non riuscì a controllare completamente la magistratura, grazie proprio all’esistenza del Consiglio Superiore“.
Tangentopoli e il pool Mani Pulite
Un ulteriore banco di prova si ebbe tra il 1992 e il 1994 con l’inchiesta Mani Pulite. Il pool guidato da Francesco Saverio Borrelli , composto da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e altri , smantellò un sistema corruttivo che aveva pervaso la politica italiana per oltre un decennio.
Le pressioni furono enormi. Come ha raccontato Borrelli nella sua autobiografia “Il senso dello Stato”: “Ricevemmo minacce, attacchi mediatici, tentativi di delegittimazione. Ma il CSM ci protesse, garantendo che potessimo lavorare secondo legalità“.
L’inchiesta portò all’incriminazione di migliaia di persone, tra cui 6 ministri in carica, centinaia di parlamentari, decine di segretari di partito. Il sistema dei partiti della Prima Repubblica crollò. Ma il punto essenziale è che questo fu possibile perché esisteva un’architettura istituzionale che garantiva l’indipendenza degli inquirenti.
Cosa prevede la riforma costituzionale
Il testo sottoposto a referendum modifica gli articoli 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, introducendo la separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pubblici ministeri) e magistrati giudicanti, con la conseguente istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti.Viene inoltre introdotto il sorteggio, tra magistrati ordinari che ne facciano richiesta, per la selezione dei componenti togati dei due CSM, in sostituzione dell’attuale sistema elettivo.
I sostenitori della riforma argomentano che la separazione rafforzerebbe la terzietà del giudice e garantirebbe meglio l’imparzialità. Citano il modello francese e quello di altri ordinamenti europei.
Le obiezioni costituzionali e storiche
Le criticità sollevate da costituzionalisti, storici del diritto e magistrati meritano attenta considerazione.
Primo punto: il sorteggio. Sostituire l’elezione democratica con l’estrazione casuale introduce un elemento di arbitrarietà dove servirebbero competenza, esperienza e rappresentatività. Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista e già presidente della Corte Costituzionale: “Il sorteggio nega il principio di responsabilità democratica. Chi è sorteggiato non risponde a nessuno, né ai colleghi né ai cittadini”.
Anche Gaetano Silvestri, presidente emerito della Consulta, ha osservato: “L’autogoverno richiede legittimazione democratica. Il caso non genera responsabilità”.
Secondo punto: la frammentazione. Due CSM separati significano indebolimento strutturale dell’autogoverno. Valerio Onida, costituzionalista e già presidente della Corte Costituzionale, ha evidenziato che “dividere l’organo di garanzia significa rendere più vulnerabile ciascuna delle sue componenti alle pressioni esterne”.
Giovanni Maria Flick, già ministro di Grazia e Giustizia e giudice costituzionale, ha scritto: “La frammentazione dell’autogoverno apre spazi a condizionamenti che l’unità del CSM oggi rende più difficili”.
Terzo punto: l’indebolimento del pubblico ministero. Un PM isolato e privato delle garanzie dell’autogoverno unitario diventa più esposto. Edmondo Bruti Liberati, già Procuratore Generale di Milano, ha argomentato: “L’autonomia del PM è la garanzia dell’obbligatorietà dell’azione penale sancita dall’articolo 112 della Costituzione. Indebolire il PM significa rendere più facile l’interferenza politica sulle indagini”.
Quarto punto: la lezione comparatistica. Il raffronto con altri ordinamenti va fatto con rigore. Il modello francese, spesso citato, prevede che il Procuratore generale sia sottoposto al Ministro della Giustizia, con conseguenze evidenti: le inchieste su vertici politici sono rarissime e spesso ostacolate. Come ha documentato il giurista Antoine Garapon, “in Francia l’indipendenza del PM è molto più debole che in Italia, con evidenti conseguenze sulla capacità di perseguire la corruzione politica”.
Il lavoro di informazione dell’Eco del Sannio
In questo contesto assume particolare rilevanza il lavoro che “L’Eco del Sannio”, coadiuvato da TvSette, sta conducendo da mesi per garantire ai cittadini un’informazione rigorosa e plurale.
L’intervista al presidente della sezione penale del Tribunale di Benevento, il giudice Sergio Pezza, ha offerto una prospettiva concreta sulle implicazioni pratiche della riforma. Sono programmati ulteriori approfondimenti, tra cui il confronto con il presidente della Camera Penale di Benevento, l’avvocato Nico Salomone, e altri protagonisti del mondo giuridico locale e nazionale.
Questo approccio rappresenta un modello di giornalismo responsabile: non schieramento preconcetto, ma offerta di strumenti conoscitivi che permettano ai cittadini di formarsi un’opinione consapevole. Come scrisse il costituzionalista Costantino Mortati, “la democrazia vive di partecipazione informata, non di plebisciti emotivi”.
Le ragioni di una scelta
Un referendum costituzionale non è un voto di fiducia o sfiducia verso il governo. È una decisione sulla struttura permanente dello Stato, che trascende le maggioranze politiche contingenti.
La domanda da porsi è: questa riforma avrebbe permesso le inchieste che hanno svelato P2, mafia, terrorismo, Tangentopoli? La risposta onesta, alla luce dell’analisi storica e costituzionale, solleva dubbi molto seri.
Non si tratta di negare i problemi della magistratura italiana: esistono, sono evidenti, richiedono interventi. La lentezza processuale, le inefficienze, i casi di corruttela, il peso eccessivo delle correnti sono mali reali che vanno curati. Ma, come insegnava Meuccio Ruini, giurista e presidente della Commissione dei 75, “le riforme devono essere chirurgiche, non demolizioni“.
Servono più risorse, più personale, digitalizzazione integrale, formazione continua obbligatoria, regole stringenti contro i conflitti d’interesse, trasparenza sui criteri di carriera. Tutto questo è possibile e necessario senza modificare l’architettura costituzionale che ha retto per quasi ottant’anni.
La posta in gioco: la lezione della storia
La storia del Novecento italiano insegna una lezione inequivocabile: quando la giustizia è indipendente, la democrazia resiste anche agli attacchi più violenti. Quando la giustizia è debole o controllata dal potere politico, la democrazia si sgretola.
Leopoldo Elia, costituzionalista e vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, scrisse nel 1992: “L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo. È la condizione perché la legge sia uguale per tutti, come recita l’articolo 3 della Costituzione“.
Massimo Severo Giannini, tra i massimi studiosi del diritto pubblico italiano, affermò: “Toccare l’indipendenza della magistratura significa toccare il cuore della democrazia costituzionale”.
Il 22 e 23 marzo i cittadini sono chiamati a decidere se mantenere un’architettura che, pur con tutti i suoi difetti, ha garantito che anche i potenti rispondessero alla legge, o se sostituirla con un sistema che, nella migliore delle ipotesi, è un esperimento dall’esito incerto.
Benedetta Tobagi ricorda che senza magistrati indipendenti non avremmo saputo delle stragi e della P2. La domanda per chi voterà è semplice: vogliamo correre il rischio di non sapere delle stragi e delle P2 di domani?
La risposta a questa domanda, ciascuno la troverà nella propria coscienza democratica, meditando sulle parole di Piero Calamandrei: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
L’Eco del Sannio prosegue il proprio impegno di informazione sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Nei prossimi giorni, nuovi approfondimenti e interviste per contribuire a una scelta consapevole e responsabile.
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