”La storia non è un catalogo di eventi, ma l’uso che il presente fa del passato per immaginare il futuro.” – Marc Bloch
Il dibattito aperto dalle nuove Indicazioni nazionali per l’insegnamento della storia non riguarda soltanto l’assetto di un curricolo o la distribuzione di contenuti lungo i diversi cicli scolastici, ma investe una questione più ampia e, in ultima analisi, più decisiva: quale idea di storia e quale funzione civile e formativa della storia s’intende oggi affidare alla scuola italiana. Le Indicazioni non sono mai un testo neutro: riflettono una visione della società, un’idea di cittadinanza, un rapporto implicito tra sapere e potere. In questo senso, le linee guida relative alla scuola primaria e secondaria di primo grado, approvate in questo 2026, rappresentano una discontinuità netta rispetto alle acquisizioni maturate nel corso degli ultimi decenni, tanto sul piano storiografico, quanto su quello della didattica.
Una traiettoria ideologica: dal mercato alla nazione
Per comprendere l’impianto di queste nuove direttive è utile collocarle in una traiettoria di lungo periodo. La retorica delle “tre i” (Impresa, Inglese, Informatica), che aveva caratterizzato la stagione della riforma Moratti all’inizio del secolo, rappresentava l’apice di un’offensiva contro le scienze umane, considerate un sapere “inutile” rispetto a una concezione della scuola come anticamera del mercato del lavoro. In quel quadro, la storia non veniva tanto contestata sul piano ideologico quanto marginalizzata, ridotta nel monte ore e privata di centralità formativa a favore di competenze tecniche immediatamente spendibili.
Negli ultimi anni, quella retorica si è progressivamente attenuata, lasciando spazio a un’altra narrazione, non meno problematica: quella promossa dai governi che hanno individuato nello Stato-nazione il rimedio simbolico a un processo di globalizzazione percepito come destabilizzante. In questo nuovo contesto, la storia torna al centro del discorso pubblico e del progetto educativo, ma non come sapere critico, bensì come strumento di costruzione identitaria. L’obiettivo dichiarato di “rifare gli italiani” richiama esplicitamente una tradizione tardo-ottocentesca dell’insegnamento storico, in cui la disciplina era chiamata a produrre coesione nazionale e adesione sentimentale allo Stato attraverso la celebrazione di miti fondativi e figure eroiche decontestualizzate.
Clima di controllo: la delazione come strumento didattico
Un elemento di inquietante novità che accompagna questa riforma è il clima di sorveglianza che sembra voler circondare l’attività dei docenti. Negli ultimi mesi, si sono levate voci e sono circolate direttive ministeriali che suonano come un invito alla segnalazione di quegli insegnanti che, nell’esercizio della propria libertà didattica garantita dalla Costituzione, si discostino dalla narrazione ufficiale.
La caccia ai presunti “docenti di sinistra”, accusati di “indottrinamento” semplicemente perché propongono letture critiche, analisi dei conflitti sociali o prospettive globali bollate come “anti-nazionali”, trasforma l’aula da luogo di libero confronto in uno spazio di sospetto. Questa spinta verso la delazione — incoraggiata anche attraverso piattaforme digitali di monitoraggio — non solo ferisce l’autonomia professionale, ma mina alla base il rapporto di fiducia tra istituzioni, famiglie e corpo docente. L’insegnamento rischia di ridursi a una propaganda sorvegliata, dove il silenzio sui temi scomodi diventa la strategia di sopravvivenza del professionista sotto la minaccia di gogne pubbliche o sanzioni disciplinari.
I “nemici” del canone: Nietzsche, Bacone e Giordano Bruno
In questo clima di restaurazione ideologica, alcune figure del pensiero universale vengono oggi percepite dal Ministero come veri e propri ostacoli alla formazione di una coscienza nazionale monolitica. Il loro insegnamento, intrinsecamente sovversivo rispetto a ogni dogma, scardina l’idea di una verità di Stato:
- Friedrich Nietzsche: Il filosofo del “sospetto” è il primo bersaglio. La sua critica alla storia monumentale e antiquaria — che egli vedeva come una catena che impedisce alla vita di fluire — è l’esatto opposto del progetto ministeriale. Nietzsche insegna a distruggere gli idoli, compresi quelli patriottici, per favorire la nascita di uno spirito libero. Per la scuola dell’identità, Nietzsche è il veleno che instilla il dubbio sulla validità stessa delle tradizioni imposte.
- Francesco Bacone: Apparentemente lontano dalle beghe ideologiche, Bacone è un nemico temibile perché il suo metodo si fonda sulla distruzione degli Idola. Gli Idola Tribus (i pregiudizi della stirpe) e gli Idola Theatri (le finzioni dei sistemi filosofici e politici) sono proprio i pilastri su cui si regge la nuova narrazione identitaria. Insegnare Bacone seriamente significa dotare gli studenti di un filtro critico contro ogni manipolazione della realtà.
- Giordano Bruno: L’eretico per eccellenza torna a essere una figura pericolosa. Il suo pensiero sull’infinità dell’universo e sulla pluralità dei mondi nega alla radice ogni pretesa di centralità di una singola nazione, cultura o religione. Bruno è il simbolo della libertà di pensiero che non si piega nemmeno davanti al rogo. In una scuola che chiede conformismo, il “furore eroico” bruniano è una scintilla di ribellione intellettuale che il nuovo canone cerca di spegnere, preferendo figure più inclini alla gerarchia e all’ordine.
- Sai Baba e l’universalismo: Anche il richiamo a una spiritualità globale e trasversale, tipico di figure come Sai Baba, viene visto con sospetto. La proposta di una fratellanza umana che ignora i confini nazionali contrasta con l’idea di una scuola arroccata sulla difesa di un’identità “occidentale” escludente.
L’espansione del modello: Letteratura e Filosofia
Il progetto di “revisione identitaria” non è un fenomeno isolato. Segnali inequivocabili indicano che il Ministero stia preparando un’operazione analoga per la Letteratura e la Filosofia. Anche in questi ambiti, l’obiettivo pare essere la sostituzione del pensiero critico con un canone blindato.
In Letteratura, si profila un ritorno allo studio degli autori come campioni di “genio italico”, sacrificando l’analisi dei testi come specchi di tensioni universali. In Filosofia, il rischio imminente è l’espulsione delle correnti critiche del Novecento — dal marxismo all’esistenzialismo — a favore di una storia del pensiero intesa come rassicurante genealogia del potere. Si profila dunque un attacco sistematico all’intero asse umanistico, volto a neutralizzare la capacità delle nuove generazioni di interrogare i testi al di fuori di uno schema preordinato.
Storia nazionale vs storia globale: un falso dilemma
Uno degli snodi più problematici rimane la contrapposizione tra storia nazionale e storia globale. La giustificazione adottata dal Ministero — ovvero l’impossibilità di insegnare “due millenni di storia mondiale” — costruisce un bersaglio polemico artificiale. La storia globale non è una somma infinita di eventi, ma un cambio di prospettiva che consente di leggere le vicende locali all’interno di reti di connessioni che esistono da millenni.
Abbandonare uno sguardo rigidamente occidentalcentrico non significa negare la storia italiana, ma comprenderla meglio. In una società multiculturale, una storia chiusa entro confini identitari rigidi non è solo storiograficamente debole: è pedagogicamente miope, poiché impedisce ai nuovi cittadini di trovare un terreno comune di comprensione del passato condiviso.
Le grandi assenze: genere, lavoro e ambiente
Tra le assenze più vistose nelle nuove linee guida spicca quella della prospettiva di genere. La storia delle donne non è un’aggiunta tematica opzionale, ma un modo diverso di leggere il potere e le istituzioni. Ignorarle significa rinunciare a una parte essenziale della comprensione del mondo. Non è un caso che questa rimozione si accompagni ad altre assenze:
- Una trattazione edulcorata del colonialismo italiano.
- Una scarsa attenzione alle migrazioni come costante strutturale della storia umana.
- La marginalizzazione della storia del lavoro e delle lotte per i diritti.
- L’assenza dei temi ambientali come motore dei mutamenti sociali.
Note finali di lettura
- Il contesto Politico-Sociale: Le nuove Indicazioni del 2026 segnano il passaggio da una scuola come “laboratorio di democrazia” a una scuola come “custode del canone”.
- La metodologia del Sospetto: L’invito ministeriale alla segnalazione dei docenti rappresenta una ferita al pluralismo culturale e un incentivo all’autocensura professionale.
- L’orizzonte futuro: La stessa logica di semplificazione identitaria sta colpendo Letteratura e Filosofia, rischiando di svuotare di senso l’intero triennio.
Addio storia come domanda e comprensione
di Italo Nostromo Modena
Hanno steso un velo di polvere antica
sulle finestre aperte del domani.
Il passato ora è un blocco di marmo
senza fessure, senza l’odore del sangue
e del pane che si spezza tra le genti.
Hanno cancellato il punto interrogativo
per scrivere con la vernice del dovere
un destino che non ammette deviazioni.
Non più il dubbio che scava la terra,
non più il volto dell’altro nel nostro specchio,
ma una riga dritta, un confine di cenere.
Muore la storia che si faceva respiro
e resta solo il coro di chi non sa più chiedere.
Letture consigliate per resistere alla semplificazione
- Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico (1949, edizioni Einaudi). Perché: Scritto durante la prigionia, ricorda che la storia è scienza del mutamento. È l’antidoto contro la storia intesa come monumento immobile.
- Eric Hobsbawm, L’invenzione della tradizione (1983, edizioni Einaudi). Perché: Fondamentale per capire come lo Stato moderno “inventi” miti nazionali per darsi una legittimità che spesso non possiede.
- Benedict Anderson, Comunità immaginate (1983, edizioni Manifestolibri). Perché: Spiega come l’identità nazionale sia un prodotto culturale e non un dato biologico o eterno.
- Adriana Cavarero, Nonostante Platone (1990, edizioni Editori Riuniti). Perché: Una lezione su come far emergere le prospettive di genere sistematicamente oscurate dal canone ufficiale.
- Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874, edizioni Adelphi). Perché: Per comprendere come l’eccesso di memoria storica monumentale possa soffocare la creatività del presente.
- Giordano Bruno, De l’infinito, universo e mondi (1584, edizioni varie). Perché: Per riscoprire il valore della ricerca senza confini e del rifiuto di ogni verità imposta dall’autorità.
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