Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

L’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi a Benevento non è un atto amministrativo neutro. È, inevitabilmente, una scelta politica nel senso più alto e più problematico del termine: una decisione che interviene sul terreno scivoloso della memoria collettiva, là dove storia, giudizio morale e identità pubblica si sovrappongono senza mai coincidere del tutto.
Craxi non è una figura pacificata. Non lo è mai stata e probabilmente non lo sarà mai. È stato, allo stesso tempo, uno dei protagonisti più incisivi della politica italiana del secondo Novecento e il simbolo più evidente della crisi irreversibile della Prima Repubblica. Ridurlo a una sola di queste dimensioni significa falsificarne il profilo.
Il punto, allora, non è stabilire se Craxi “meriti” o meno una piazza, come se la toponomastica fosse un tribunale postumo. Il punto è chiedersi che cosa significa oggi, nel 2026, attribuire uno spazio pubblico a un nome che continua a dividere, e soprattutto con quale consapevolezza storica lo si faccia.
Craxi fu indubbiamente uno statista. Rafforzò il ruolo internazionale dell’Italia in una fase delicatissima della Guerra fredda, seppe dare autonomia alla politica estera italiana, modernizzò il Partito Socialista e contribuì a ridefinire i rapporti tra Stato e Chiesa con la revisione del Concordato del 1984. La crisi di Sigonella resta, nel bene e nel male, uno dei momenti più alti di affermazione della sovranità nazionale nella storia repubblicana. Negare tutto questo sarebbe un esercizio di cattiva fede.
Ma Craxi fu anche il leader di un sistema di potere che fece del finanziamento illecito una pratica strutturale, non episodica. Non fu un capro espiatorio isolato, ma nemmeno una vittima innocente. La sua fuga ad Hammamet, la mancata resa dei conti giudiziaria, il rifiuto di affrontare fino in fondo il processo, hanno inciso profondamente sulla percezione pubblica della sua figura. Non tanto per le condanne in sé, quanto per la sensazione , mai del tutto dissipata ,  di una sottrazione alla responsabilità.
Ed è qui che la questione si fa davvero delicata. Intitolare una piazza non equivale a scrivere un saggio storico. La piazza è un luogo simbolico, quotidiano, identitario. È lo spazio della comunità, non dell’archivio. Quando una città dedica uno spazio pubblico a una persona, non ne riconosce solo il ruolo storico, ma implicitamente ne assume una parte dell’eredità morale.
Per questo l’operazione di Benevento è legittima sul piano formale, ma fragile su quello culturale se non accompagnata da un lavoro critico serio. Il rischio non è l’omaggio a Craxi in sé, bensì la normalizzazione di una memoria selettiva, dove le luci vengono esposte e le ombre archiviate come fastidiosi dettagli.
Dire che “la storia ha fatto il suo corso”, come affermato durante la cerimonia, è una formula suggestiva ma ambigua. La storia non è mai conclusa: viene continuamente reinterpretata alla luce del presente. E oggi viviamo una fase di forte crisi della fiducia nelle istituzioni, di diffusa sfiducia nella politica, di rancore verso le élite. In questo contesto, ogni gesto simbolico dovrebbe interrogarsi sul messaggio che produce, non solo sulle intenzioni che lo animano.
Non è sbagliato ricordare Craxi. Sarebbe sbagliato ricordarlo senza problematizzarlo. Sarebbe sbagliato trasformarlo in un martire o in un semplice “esiliato”, rimuovendo il nodo centrale della responsabilità politica. Così come sarebbe sbagliato continuare a demonizzarlo senza riconoscere che Tangentopoli non fu una resa dei conti morale, ma anche una frattura istituzionale mal governata, i cui effetti ancora pesano sulla qualità della nostra democrazia.
Forse, allora, la domanda più onesta non è se l’intitolazione sia stata giusta o sbagliata, ma se sia stata sufficiente. Una piazza da sola non basta. Serve contesto, spiegazione, dibattito pubblico, educazione civica. Serve dire ai cittadini , soprattutto ai più giovani , che Craxi fu grande e controverso, innovatore e responsabile, statista e leader di un sistema degenerato. Tutto insieme.
Solo così la memoria diventa uno strumento di comprensione e non un esercizio di rimozione. Solo così una piazza può essere un luogo di pensiero, non di oblio.

 

Ph wikipedia

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