Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
In uno Stato costituzionale non dovrebbe mai essere oltrepassata la soglia che separa la condanna della violenza dalla delegittimazione del dissenso. Le parole pronunciate dalla Presidente del Consiglio sugli scontri di Milano “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” segnano il superamento netto di quella soglia.
Il punto non è difendere chi ha tagliato cavi ferroviari o aggredito le forze dell’ordine. Quelle condotte sono penalmente rilevanti, vanno perseguite e non trovano alcuna copertura nell’articolo 17 della Costituzione. Ma il problema democratico nasce quando la violenza di alcuni viene usata per criminalizzare una categoria indistinta di cittadini, trasformando una protesta , per quanto scomoda, radicale o minoritaria , in un atto di ostilità verso la Nazione.
È un passaggio grave, perché sovverte la logica costituzionale: non è il cittadino a dover dimostrare la propria lealtà allo Stato, è lo Stato a dover tollerare il dissenso, finché questo resta nell’alveo dei diritti. La Repubblica non chiede adesione emotiva ai grandi eventi, né consenso preventivo alle scelte politiche ed economiche. Chiede rispetto della legge. Nulla di più.
Il lessico utilizzato “nemici dell’Italia”, “bande di delinquenti”, “immagini sulle televisioni di mezzo mondo” non è neutro. È un linguaggio bellico e identitario, che sposta il conflitto dal piano delle responsabilità individuali a quello della contrapposizione morale: da una parte chi “fa bella figura”, dall’altra chi “tradisce”. In questo schema non c’è spazio per la critica ambientale, sociale, urbanistica, né per il dibattito sui costi pubblici, sulle ricadute territoriali o sulla sostenibilità reale dei Giochi.
Ancora più preoccupante è la saldatura retorica che si produce tra ordine pubblico e fedeltà nazionale. Quando il dissenso viene descritto come sabotaggio della reputazione internazionale, il passo verso la sua compressione preventiva diventa breve. Non a caso, nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola “sicurezza” tende sempre più a inglobare quella di “conformità”.
Le dichiarazioni del ministro Crosetto accentuano questo slittamento. L’idea di agenti “presi a calci prima dai manifestanti e poi dallo Stato” costruisce una narrazione binaria: da un lato le forze dell’ordine come ultimo baluardo, dall’altro istituzioni e garanzie che diventano intralci. È una rappresentazione pericolosa, perché mette in tensione legalità e diritti, come se l’una potesse esistere solo sacrificando gli altri.
Eppure la Costituzione italiana nasce esattamente per impedire questo corto circuito. La libertà di manifestazione non è un premio per i cittadini virtuosi, ma un diritto anche e soprattutto , per chi disturba, contesta, mette in discussione. Uno Stato forte non ha bisogno di nemici interni da evocare; ha bisogno di istituzioni capaci di distinguere, di sanzionare i reati senza trasformarli in categorie politiche.
Le Olimpiadi passeranno. Le parole, invece, restano. E quando a pronunciarle è il vertice del governo, non sono mai solo opinioni: diventano segnali culturali, indirizzi impliciti, confini simbolici di ciò che è legittimo e di ciò che non lo è più.
In una democrazia matura, il dissenso non è un problema d’immagine. È una cartina di tornasole. E chiamarlo “nemico” dice molto meno su chi protesta di quanto dica su chi governa.
Ph pixabay senza royality
