L’amministrazione comunale di Benevento, guidata da Clemente Mastella, sta attraversando una fase di intensa operatività sul piano urbano. Piazza Castello, l’area dell’Anfiteatro Romano, gli spazi antistanti Palazzo Mosti e, più recentemente, l’intitolazione di piazzale Bettino Craxi delineano un quadro che va ben oltre la somma dei singoli interventi. Emergono, piuttosto, una visione complessiva di città e un preciso metodo politico-amministrativo, che meritano di essere analizzati senza indulgere nella retorica celebrativa.
Nel complesso, parliamo di interventi che sfiorano i due milioni di euro, finanziati in larga parte attraverso fondi regionali ed europei: programmi PRIUS e rinvenienze PICS. Un dato che certifica una capacità concreta di intercettare risorse, elemento non secondario in un contesto come quello sannita. Ma la disponibilità dei fondi, da sola, non basta a definire la qualità di una politica urbana.
Piazza Castello: riordinare uno snodo, ma senza una funzione chiara.
La riqualificazione di Piazza Castello risponde a un’esigenza reale e da tempo riconosciuta. L’area rappresenta uno degli ingressi principali al centro storico e al tempo stesso uno dei suoi punti più irrisolti: traffico veicolare, percorsi pedonali frammentati, verde residuale, assenza di una vera identità urbana.
Il progetto dell’amministrazione punta a ridisegnare gli spazi, uniformare le pavimentazioni, migliorare la connessione con Corso Garibaldi e valorizzare la Rocca dei Rettori come fulcro visivo. Dal punto di vista metodologico, l’impostazione è corretta e coerente con quanto già realizzato sull’asse principale del centro cittadino. Anche il coinvolgimento dell’Ufficio di Piano garantisce una continuità progettuale che in passato è spesso mancata.
Resta però una questione decisiva, che il progetto non sembra affrontare: che tipo di piazza sarà Piazza Castello una volta riqualificata? Luogo di sosta? Spazio di rappresentanza? Area di attraversamento “nobilitata”? Senza una funzione chiara e senza un piano di animazione e gestione successivo ai lavori, il rischio è quello di una riqualificazione prevalentemente estetica, destinata a non modificare realmente le dinamiche di utilizzo dello spazio.
L’Anfiteatro Romano: occasione storica o intervento fragile?
Ancora più ambizioso è l’intervento previsto sull’area dell’Anfiteatro Romano. Qui la rigenerazione urbana si intreccia con la valorizzazione archeologica e con la possibilità di recuperare un’area rimasta per decenni ai margini della vita cittadina. La demolizione dei capannoni industriali, la restituzione del sito alla fruizione pubblica, il collegamento ideale con la Via Appia disegnano uno scenario potenzialmente virtuoso, capace di incidere anche sul piano turistico e culturale.
Tuttavia, le criticità non mancano. Le risorse disponibili appaiono limitate rispetto alla complessità dell’intervento, che comprende demolizioni, scavi, restauri, percorsi, verde e impianti. Ma il nodo principale è un altro: la gestione futura. Un parco archeologico urbano richiede manutenzione costante, vigilanza, programmazione culturale. Senza un piano gestionale strutturato, il rischio è quello di creare uno spazio formalmente recuperato ma sostanzialmente fragile, esposto a un rapido degrado.
Anche l’integrazione con il tessuto urbano circostante resta un punto interrogativo. Un’area archeologica isolata, per quanto suggestiva, non produce rigenerazione se non entra in relazione con i flussi quotidiani della città.
Palazzo Mosti: manutenzione necessaria, visione assente.
Più sobrio, ma non per questo irrilevante, è l’intervento sugli spazi esterni di Palazzo Mosti. La messa in sicurezza della scala, della terrazza e dei locali sottostanti risponde a esigenze concrete e non più rinviabili. È un intervento che guarda alla funzionalità e alla sicurezza, più che alla trasformazione urbana.
Eppure, proprio per la centralità simbolica del municipio, l’operazione poteva diventare l’occasione per ripensare il rapporto tra istituzione e spazio pubblico. Anche qui, invece, prevale una logica manutentiva, corretta ma priva di una visione più ampia.
Piazzale Bettino Craxi: la rigenerazione che diventa messaggio politico
L’intitolazione di piazzale Bettino Craxi introduce un elemento diverso e per certi versi dirompente nel quadro complessivo. Non si tratta di un intervento urbanistico in senso stretto, ma di una scelta simbolica che carica lo spazio urbano di un significato politico esplicito.
La decisione di dedicare un’area pubblica – peraltro collocata accanto a un nuovo insediamento commerciale – a una figura profondamente divisiva della storia repubblicana non può essere letta come un atto neutro. Le motivazioni espresse dal sindaco Mastella, che richiamano Sigonella, il rapporto tra politica e magistratura e la “riabilitazione” della memoria di Craxi, collocano l’operazione dentro un preciso discorso politico nazionale, più che in una riflessione condivisa sull’identità cittadina.
La presenza del figlio Bobo Craxi e del segretario nazionale del PSI alla cerimonia inaugurale conferma la natura dell’iniziativa: non un semplice atto toponomastico, ma un messaggio politico consapevole, che utilizza lo spazio urbano come veicolo di una narrazione.
Una strategia coerente, ma incompleta.
Nel loro insieme, questi interventi raccontano un’amministrazione capace di muoversi sul piano progettuale e di attivare risorse. È un merito che va riconosciuto. C’è una chiara volontà di intervenire sui luoghi simbolici della città, di riordinare, valorizzare, rendere presentabile Benevento.
Ma proprio questa coerenza formale mette in luce le criticità strutturali. La prima riguarda la trasparenza: mancano cronoprogrammi chiari, indicazioni sui disagi temporanei, informazioni dettagliate sulle fasi esecutive. La seconda è la sostenibilità: tutti gli interventi sembrano concentrarsi sulla realizzazione, molto meno sulla gestione futura. La terza è il coinvolgimento: la rigenerazione urbana funziona quando è condivisa, non quando è semplicemente annunciata.
Infine, resta aperta la questione più importante: qual è il modello di città che Benevento vuole diventare? Turistica, universitaria, amministrativa, culturale? Senza una visione strategica esplicita, il rischio è che anche interventi potenzialmente virtuosi restino episodi, legati più alla disponibilità contingente di fondi che a un progetto di lungo periodo.
La stagione che Benevento sta vivendo non è marginale né improvvisata. È una fase operativa vera, con cantieri, inaugurazioni e scelte simboliche forti. Proprio per questo merita uno sguardo critico, non indulgente.
Rigenerare una città non significa solo rifare piazze o recuperare aree dismesse. Significa decidere che senso dare agli spazi, che memoria trasmettere, che ruolo affidare ai cittadini. È su questo terreno, più che su quello dei rendering e delle cerimonie, che si misurerà il successo o il fallimento dell’azione amministrativa.
pH Wikipedia
