Di Carlo di Stanislao

​”La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla.”

— Benedetto Croce

 

​Torino, città di rigore sabaudo e di antichi fermenti operai, si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con il riverbero metallico degli scudi e l’odore acre dei fumogeni. I fatti recenti, culminati negli scontri del gennaio 2026 legati allo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna, non rappresentano solo un episodio di cronaca nera, ma l’ultimo capitolo di una tensione che attraversa le arterie della città da decenni. Ridurre gli eventi a un semplice bollettino di guerra — tra agenti feriti e barricate — significherebbe però ignorare la metamorfosi profonda che il dissenso sta subendo nelle piazze italiane: una mutazione dove la parola cede il passo all’urto.

​La cronaca di un conflitto annunciato

​Il cuore della vicenda ruota attorno alla fine di un’epoca: lo sgombero forzato di una delle roccaforti dell’antagonismo torinese. Il corteo di protesta, che nelle intenzioni dei promotori doveva essere una riappropriazione simbolica degli spazi, si è rapidamente trasformato in una guerriglia urbana. Il punto di rottura si è consumato quando una parte dei manifestanti ha tentato di forzare i cordoni di sicurezza per raggiungere l’area interdetta.

​Ne è seguito un corpo a corpo violento, documentato da immagini che hanno scosso l’opinione pubblica: un agente della Polizia di Stato accerchiato, spinto a terra e colpito ripetutamente. Il bilancio è stato pesante, con undici agenti feriti e una serie di arresti che hanno riacceso il dibattito sulla gestione dell’ordine pubblico. Questi eventi si inseriscono in una scia di tensioni crescenti, che dalle proteste studentesche del 2024 ai blitz contro le sedi istituzionali, segnano un’escalation di rabbia che non sembra più trovare canali di sfogo democratico.

​La violenza come segno di debolezza politica

​Riflettere sulla violenza nei cortei impone di superare la narrazione binaria “guardie contro ladri”. La violenza, come sottolineava Croce, è intrinsecamente distruttiva, non solo degli oggetti o dei corpi, ma del messaggio stesso che la protesta vorrebbe veicolare. Quando il sasso sostituisce lo slogan, la politica abdica. Il gesto violento è, paradossalmente, un atto di ammutolimento: chi colpisce non sta più parlando; sta urlando un vuoto di idee che il linguaggio non riesce più a colmare.

​C’è una fragilità profonda in chi sceglie la forza bruta. È la fragilità di una generazione che percepisce il futuro come un orizzonte chiuso e le istituzioni come un muro di gomma. Tuttavia, questa “rabbia” non può diventare l’alibi per il pestaggio di un lavoratore in divisa. La violenza nei cortei produce un effetto boomerang: regala al potere l’opportunità di delegittimare ogni forma di dissenso, trasformando una critica politica in un mero problema di sicurezza nazionale.

​Anatomia dei gruppi antagonisti: tra estetica e rabbia

​Dal punto di vista sociologico, i gruppi antagonisti protagonisti degli scontri di Torino manifestano una crescente “professionalizzazione della rivolta”. Non siamo più di fronte a esplosioni spontanee, ma a tattiche organizzate: volti coperti, utilizzo di protezioni passive e manovre di accerchiamento. Questa dinamica trasforma il corteo in un palcoscenico per un’estetica della ribellione fine a se stessa, dove lo scontro con l’autorità diventa il rito identitario del gruppo.

​Sociologicamente, si osserva la formazione di “bolle di radicalizzazione” in cui il dialogo con l’esterno è interrotto. L’antagonista non cerca più di convincere la società civile, ma di sfidare fisicamente lo Stato. Questo isolamento produce una percezione distorta della realtà, dove la violenza viene nobilitata come “resistenza”, ignorando che essa, in realtà, schiaccia proprio quei manifestanti pacifici che vorrebbero portare avanti istanze legittime ma si ritrovano ostaggi della guerriglia.

​La risposta dello Stato e il nuovo pacchetto sicurezza

​L’escalation torinese ha fornito un’accelerazione decisiva alle politiche di rigore. Le implicazioni legislative sono immediate: il nuovo pacchetto sicurezza mira a inasprire drasticamente le pene per chi aggredisce le forze dell’ordine e per chi organizza blocchi stradali o occupazioni. Se da un lato lo Stato ha il dovere di tutelare l’incolumità dei propri operatori e la legalità, dall’altro lato il rischio è quello di una risposta puramente muscolare.

​La legislazione d’emergenza, nata sotto la pressione di immagini violente, rischia di restringere pericolosamente lo spazio del dissenso legittimo. Si assiste a un cortocircuito pericoloso: la violenza di pochi giustifica norme restrittive per tutti, alimentando un clima di controllo che può soffocare il dibattito democratico anziché risanarlo.

​Oltre il fumo dei fumogeni

​I fatti di Torino ci lasciano un’eredità amara. Ci dicono che la tensione sociale ha raggiunto un punto di ebollizione che la politica non sa più gestire. La violenza nei cortei è un sintomo, non la malattia: è il segno di un dialogo interrotto tra le istituzioni e le periferie esistenziali del Paese.

​Tuttavia, finché il sasso sarà considerato un’arma politica, il cambiamento resterà un miraggio. La vera rivoluzione non si fa con il volto coperto, ma con il volto scoperto e la schiena dritta, pronti a sostenere il peso di una critica che non ha bisogno di martelli per essere incisiva. Se vogliamo salvare la bellezza della piazza come spazio di libertà, dobbiamo avere il coraggio di dire che la violenza non è mai una scorciatoia per la giustizia, ma solo un vicolo cieco in cui la dignità umana finisce per smarrirsi.

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