Di Carlo di Stanislao 

​”Il potere non si concede, si prende. E una volta preso, non si restituisce mai volentieri.” — Niccolò Machiavelli

 

​Il confine tra la narrazione letteraria e la cronaca geopolitica non è mai stato così sottile come nell’analisi della Russia contemporanea. L’articolo di Rosalba Castelletti, originariamente apparso sulle pagine di Repubblica, esamina come la trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino, diretta da Olivier Assayas e sceneggiata insieme a Emmanuel Carrère, stia spostando nuovamente l’attenzione dell’opinione pubblica sulla figura centrale di Vladimir Putin e sul suo complesso entourage. Se il romanzo di Giuliano da Empoli aveva il merito di umanizzare le dinamiche di potere attraverso la lente della finzione verosimile, il film compie un passo ulteriore: cerca di scarnificare il mito dello spin doctor per riportare i riflettori sull’unico, vero protagonista della scena russa. Questa pellicola non è solo intrattenimento, ma un tentativo di decifrare il codice sorgente di un sistema che ha cambiato i connotati del ventunesimo secolo.

​L’ombra dello spin doctor da Baranov a Surkov

​Al centro della narrazione troviamo Vadim Baranov, alter ego palese di Vladislav Surkov. Per anni, Surkov è stato descritto dalla stampa internazionale e dagli analisti come il burattinaio supremo, l’esteta del caos che ha trasformato la politica russa in una forma di avanguardia teatrale. È a lui che dobbiamo concetti come la “democrazia sovrana”, un ossimoro linguistico creato per giustificare l’accentramento del potere pur mantenendo una facciata istituzionale accettabile per l’esterno. Surkov non era un semplice politico; era un regista che metteva in scena partiti di opposizione fittizi e narrazioni contrastanti per disorientare l’elettorato e consolidare il consenso attorno a un unico perno.

​Tuttavia, il film di Assayas e Carrère opera una correzione di rotta fondamentale rispetto alla prospettiva del libro. Mentre da Empoli rischiava a tratti di romanticizzare la figura del consigliere, dipingendolo come un intellettuale tormentato e raffinato prestato alla tirannia, la pellicola ci ricorda che ogni stratega, per quanto geniale o visionario, non è che uno strumento intercambiabile nelle mani dello Zar. La realtà storica conferma questa tesi: Surkov, nonostante la sua presunta indispensabilità, è stato allontanato dai vertici nel 2020. Il “mago” è stato congedato e rispedito nell’ombra, ma l’incantesimo del Cremlino continua a operare con una ferocia e una coerenza interna che superano ogni sceneggiatura cinematografica, dimostrando che il sistema sopravvive ai suoi architetti.

​La realtà supera la messa in scena

​Il film non risparmia i riferimenti ai grandi traumi che hanno forgiato la Russia moderna. Si parte dalla tragedia del sottomarino Kursk, momento spartiacque in cui il giovane Putin comprese che la vulnerabilità dello Stato non poteva essere mostrata né perdonata, portandolo a una chiusura ermetica verso l’esterno. Si passa poi all’ascesa e alla caduta degli oligarchi, con la trasformazione di figure come Boris Berezovskij da “creatori di re” a esuli disperati, fino all’ombra inquietante di Evgenij Prigožin. Il ristoratore diventato signore della guerra rappresenta perfettamente la gestione esternalizzata della violenza russa: una privatizzazione della forza che serve lo Stato pur rimanendo formalmente fuori dai suoi ranghi ufficiali.

​Questi elementi non sono semplici fondali narrativi o espedienti per aumentare la tensione, ma rappresentano i pilastri di un sistema che non ha mai smesso di evolversi. La sceneggiatura di Carrère, autore da sempre ossessionato dai confini labili tra verità e menzogna, sottolinea come la Russia contemporanea non sia solo un luogo geografico o un’entità politica, ma un vero e proprio costrutto psicologico collettivo. Questo costrutto è alimentato costantemente dal risentimento post-sovietico e da una nostalgia imperiale che Putin ha saputo intercettare e trasformare in carburante per la sua longevità politica.

​Il vero volto del potere

​L’equivoco fondamentale in cui spesso cadono gli osservatori occidentali è pensare che Putin sia stato “creato” a tavolino dai suoi consiglieri o che sia il prodotto di un marketing politico particolarmente riuscito. L’analisi di Castelletti suggerisce l’esatto opposto. Se Baranov e Surkov hanno fornito le parole, le scenografie e l’estetica post-moderna, Putin ha fornito l’elemento primordiale: la volontà di potenza. La sua capacità di navigare tra le macerie degli anni novanta, di emarginare con spietatezza gli oligarchi che credevano di poterlo controllare come una marionetta e di trasformare la Russia in una fortezza assediata, non è il frutto di un trucco di magia o di una campagna di comunicazione.

​Si tratta di una spietata e lucida lettura del realismo politico applicato a un contesto ferito dal crollo di un impero. Il vero mago non è chi sussurra all’orecchio o chi inventa slogan accattivanti; il vero mago è chi tiene saldamente il bastone del comando quando le luci del palcoscenico si spengono e la retorica lascia spazio all’azione pura. In questo senso, il film di Assayas funge da monito: non dobbiamo lasciarci distrarre dai prestigiatori, perché mentre guardiamo la mano che muove il mazzo di carte, l’altra mano sta già riscrivendo i confini del mondo.

​Riflessione la Russia oltre l’era dello Zar

​Immaginare la Russia senza la figura che l’ha plasmata, controllata e diretta per oltre un quarto di secolo significa addentrarsi nel campo affascinante ma pericoloso della storia controfattuale. Se Vladimir Putin non fosse mai asceso al potere o se il suo percorso si fosse interrotto bruscamente, ci troveremmo oggi di fronte a una nazione e a un equilibrio globale radicalmente differenti. La “putinizzazione” della Russia è stata così profonda che pensare a un’alternativa richiede di smontare pezzo per pezzo l’intera architettura dello Stato moderno.

​Senza l’accentramento putiniano, la Russia avrebbe potuto continuare il caotico e doloroso esperimento democratico degli anni di Boris Eltsin. Sarebbe stata probabilmente una nazione più debole a livello centrale, frammentata da una competizione feroce tra oligarchi che avrebbero trattato lo Stato come una proprietà privata. Se da un lato questo pluralismo selvaggio avrebbe potuto garantire una certa libertà di stampa e una vivacità partitica, dall’altro il rischio concreto sarebbe stato quello di una balcanizzazione interna. Regioni ricche di petrolio, gas e diamanti avrebbero potuto premere per l’indipendenza, portando forse a un collasso simile a quello dell’URSS, ma su scala russa, con conseguenze nucleari e umanitarie incalcolabili.

​D’altra parte, esiste lo scenario di un’integrazione mancata nell’architettura europea. All’inizio degli anni duemila, esisteva una corrente della tecnocrazia russa che sognava una Russia “parte della casa comune europea”, un partner strategico integrato nei mercati occidentali non solo come distributore di benzina, ma come polo tecnologico e culturale. Senza la svolta nazionalista e il risentimento geopolitico alimentato dalla narrazione del “tradimento della NATO”, la Russia sarebbe potuta diventare una democrazia liberale imperfetta ma connessa, con una classe media solida e meno incline al revanscismo militare.

​Tuttavia, non si può ignorare il volto più oscuro della medaglia: l’ultranazionalismo senza filtri. Spesso si commette l’errore di considerare Putin come l’espressione più estrema del pensiero russo. Al contrario, per lunghi tratti della sua carriera, egli ha agito come un “grande moderatore”, contenendo e incanalando forze ancora più radicali, militariste e xenofobe che ribollono nella società. Senza la sua capacità di sintesi autoritaria, il vuoto di potere avrebbe potuto essere colmato da giunte militari o da ideologi eurasiatisti ancora più aggressivi e meno disposti al pragmatismo diplomatico, portando a scontri diretti molto prima di quanto accaduto nella realtà cronologica.

​In definitiva, la Russia senza Putin sarebbe oggi un Paese meno “verticale”, ma forse anche meno prevedibile. Il sistema attuale ha sistematicamente eliminato ogni alternativa politica credibile, creando un deserto di leadership intorno alla figura dello Zar. Senza di lui, la nazione starebbe probabilmente vivendo una crisi d’identità ancora più violenta, sospesa tra il desiderio di modernità occidentale e un destino di isolamento imperiale. Putin non ha risolto le contraddizioni della Russia; le ha semplicemente congelate sotto una coltre di potere assoluto. Quando quel ghiaccio si scioglierà, il mondo scoprirà se la Russia può esistere come Stato moderno o se è destinata a rimanere un enigma tragico tra l’Europa e l’Asia.

pH Wikipedia

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