Le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, tradizionalmente momenti di riflessione sobria e istituzionale, si sono trasformate quest’anno in un osservatorio privilegiato sullo stato di salute del rapporto tra poteri dello Stato. Da Milano a Palermo, passando per Roma e altri distretti giudiziari, le parole dei vertici della magistratura hanno restituito un quadro coerente, tutt’altro che corporativo, segnato da una preoccupazione diffusa: la riforma della giustizia in discussione non risponde ai bisogni reali del sistema e, soprattutto, non produce benefici concreti per i cittadini.
Il dato più rilevante emerso dagli interventi è la sostanziale estraneità della riforma rispetto al tema dell’efficienza. I tempi dei processi, la carenza di organico, la farraginosità delle procedure, l’arretrato cronico: nessuno di questi nodi strutturali viene realmente affrontato. La separazione delle carriere, fulcro dell’intervento normativo, non incide sulla durata dei procedimenti né migliora l’accesso alla giustizia. Lo hanno affermato con chiarezza presidenti di Corte d’Appello e procuratori generali, sottolineando come l’urgenza del cittadino resti inevasa.
Sul piano ordinamentale, inoltre, la riforma appare costruita su un presupposto che le stesse istituzioni giudiziarie hanno definito infondato: l’idea che oggi il giudice non sia terzo e imparziale. Un’affermazione grave, perché se fosse vera segnalerebbe una crisi sistemica dello Stato di diritto. Eppure, tale emergenza non è certificata da alcun organismo internazionale né trova riscontro nei dati. La terzietà del giudice è già garantita dall’assetto costituzionale, dalla distinzione funzionale tra chi accusa e chi giudica, dalla separazione delle funzioni e dai meccanismi di incompatibilità previsti dall’ordinamento vigente.
La separazione delle carriere, così come proposta, rischia invece di produrre un effetto opposto: irrigidire il sistema, cristallizzare percorsi professionali e accentuare una logica di contrapposizione che oggi non appartiene alla fisiologia del processo. Non si colma una distanza che non esiste; si crea piuttosto una frattura simbolica che alimenta sfiducia, senza migliorare la qualità della giurisdizione.
A questo si aggiunge un elemento che ha attraversato molti interventi inaugurali: il metodo. L’iter della riforma è stato descritto come rapido, chiuso, scarsamente dialogico. Un percorso che ha sacrificato il confronto con la magistratura e con l’avvocatura, privilegiando un obiettivo politico rispetto a una riforma organica e condivisa. Un dato che pesa, perché la giustizia non è terreno di propaganda ma infrastruttura democratica.
Le ragioni del No, allora, non si collocano sul piano ideologico, ma su quello della razionalità istituzionale. Dire No significa riconoscere che la separazione delle carriere, di fatto, già esiste; che non migliorerà i tempi dei processi; che non rafforzerà le garanzie del cittadino; che non restituirà efficienza a un sistema che ha bisogno di investimenti, personale, organizzazione e riforme mirate.
Il dissenso espresso nelle aule solenni delle Corti non è un atto di difesa corporativa, ma un richiamo alla realtà. Una voce che invita a non confondere il problema con la sua rappresentazione politica. E che ricorda, con sobrietà istituzionale, che una riforma della giustizia è tale solo se serve davvero ai cittadini, non se riscrive equilibri che già funzionano.

 

pH Pixabay senza royalty

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