«È più facile costruire bambini forti che riparare uomini rotti.»
— Frederick Douglass
Negli ultimi anni, ogni episodio di violenza che coinvolge adolescenti tende ad attivare un meccanismo interpretativo ormai consolidato nel dibattito pubblico. L’accoltellamento avvenuto all’inizio del 2026 all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, in cui ha perso la vita uno studente diciottenne, non fa eccezione. In poche ore, il fatto di cronaca è stato ricondotto a un racconto noto: il disagio giovanile, la “generazione delle lame”, la presunta deriva delle nuove generazioni e la richiesta, ricorrente, di risposte sempre più severe sul piano dell’ordine pubblico. È una narrazione semplice, apparentemente efficace e rassicurante, ma è anche profondamente fuorviante.
Nei giorni immediatamente successivi a simili tragedie, assistiamo a una tipica reazione di panico morale: una risposta collettiva amplificata, fatta di paura e indignazione pubblica, che s’innesca quando un fenomeno viene percepito dallo sguardo preoccupato degli adulti e delle istituzioni come una minaccia grave all’ordine sociale. La diffusione dell’uso dei coltelli tra i giovani viene letta come segnale di un’“emergenza generazionale”. Il risultato è una stigmatizzazione sproporzionata: dei giovani “a disagio”, dei minori stranieri e una crescente richiesta di controllo sociale. Più polizia, più sanzioni, più repressione: un riflesso ormai consolidato che però non affronta le radici del problema.
C’è un elemento altrettanto rilevante che rischia di essere oscurato da questa retorica. Spesso gli studenti contestano apertamente i propri istituti dopo fatti di sangue, percependo dirigenti e docenti non solo come incapaci di garantire protezione, ma come distanti. Quella protesta è il segnale di una frattura profonda: una diffusa sfiducia delle nuove generazioni verso le istituzioni e la politica. Ridurre tutto a una questione di devianza significa non cogliere il senso di questa scollatura, che riguarda il rapporto di fiducia tra giovani, istituzioni educative e sfera pubblica.
La realtà dei dati contro la percezione dell’allarme
Se si passa dall’indignazione all’analisi empirica, il quadro appare molto meno allarmante di quanto suggerisca il dibattito mediatico. Attraverso un’analisi dei dati globali sulla salute e la criminalità, emerge che i decessi legati alla violenza interpersonale tra i giovani in Italia sono nettamente inferiori alla media dei Paesi comparabili. I valori registrati nel nostro Paese sono tra i più bassi d’Europa e risultano sensibilmente inferiori rispetto a quelli osservati negli anni Ottanta e Novanta, indicando una tendenza di lungo periodo che va in direzione opposta rispetto alla percezione di un’emergenza crescente.
Anche i dati sulla criminalità minorile non segnalano alcuna esplosione delle denunce di reato nel corso degli ultimi anni. Nonostante un aumento nel periodo post-pandemico delle cosiddette lesioni dolose, parlare di emergenza è improprio. Il problema esiste e va preso sul serio, ma va compreso nelle sue cause, non usato strumentalmente per finalità politiche. La ricerca internazionale mostra che la violenza giovanile è il risultato di fattori di rischio che operano su più livelli: individuale, familiare e comunitario. Pesano la scarsa supervisione genitoriale, ma pesano soprattutto i contesti segnati da disoccupazione, disuguaglianze di reddito e povertà concentrata.
«La sicurezza non è l’assenza di pericoli, ma la presenza di legami.»
— Zygmunt Bauman
Se accettiamo l’idea che la violenza non sia una patologia genetica di una generazione, ma il sintomo di una sofferenza del corpo sociale, dobbiamo chiederci quali siano gli strumenti per intervenire. La risposta risiede in una riforma profonda del Welfare, inteso come infrastruttura strategica per la prevenzione. La correlazione tra violenza giovanile e disuguaglianze è ben documentata: i contesti sociali caratterizzati da forti divari di ricchezza presentano sistematicamente tassi più elevati di conflitto. Le disparità economiche alimentano frustrazione e senso di esclusione, creando ambienti in cui l’aggressività trova facilmente uno sbocco.
Un nuovo modello: lo Stato sociale collaborativo
Il Welfare tradizionale sta mostrando i suoi limiti. La sfida attuale è passare a un modello collaborativo che veda lo Stato come coordinatore di una rete che coinvolge il privato sociale e le istituzioni educative. Questo approccio si basa sulla convinzione che il degrado non sia solo economico, ma relazionale. Potenziare l’impianto universalistico del Welfare significa garantire che un adolescente possa accedere a centri di aggregazione positivi e a un supporto psicologico di prossimità.
I programmi di prevenzione più efficaci sono quelli che intervengono precocemente, riducendo i fattori di rischio come l’isolamento sociale e l’insuccesso scolastico. Le politiche repressive, al contrario, intervengono quando i comportamenti violenti sono già emersi, con effetti spesso controproducenti. I sistemi che investono in educazione, servizi territoriali e mediazione sociale riescono a contenere la violenza molto più di quelli che puntano sull’inasprimento delle pene.
Scuola e Lavoro: i pilastri del futuro
La scuola non può essere lasciata sola a gestire le tensioni che filtrano dalle sue mura. Investire nella scuola come presidio di Welfare significa trasformarla in un centro civico aperto, dove le famiglie trovano supporto. Accanto a questo, il contrasto alle disuguaglianze passa per il lavoro. La percezione di un futuro sbarrato è il più potente incentivo alla devianza. Politiche attive che favoriscano la mobilità sociale nelle aree svantaggiate tolgono terreno alla criminalità e ridano un senso di appartenenza alla comunità civile.
In molti contesti urbani, si è preferito investire in telecamere di sorveglianza piuttosto che in educatori di strada. Tuttavia, l’evidenza ci dice che la sicurezza percepita aumenta quando i cittadini sentono di far parte di un sistema che li valorizza. Quando un giovane vede nello Stato non solo la divisa che lo ferma per un controllo, ma l’istituzione che gli offre una scuola di qualità e una prospettiva, il ricorso alla violenza cessa di essere una strategia di affermazione.
Verso una sicurezza partecipata
Uscire dalla logica del panico morale e dell’emergenza permanente significa accettare la complessità dei processi sociali che plasmano le opportunità delle nuove generazioni. Se prendiamo sul serio l’obiettivo di contenere la violenza, dobbiamo riconoscere che non esistono scorciatoie. È in questo spazio – tra educazione, Welfare e comunità – che si gioca la possibilità di una sicurezza più solida, meno ossessionata dal controllo e più impegnata a mettere le persone nelle condizioni concrete di costruire il proprio futuro.
Scommettere sui giovani significa smettere di trattarli come un’emergenza da gestire e iniziare a considerarli la risorsa più preziosa su cui ricostruire il patto sociale. La vera sicurezza non si misura con il numero di metal detector, ma con la solidità dei legami sociali e la capacità di una società di non lasciare indietro nessuno.
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