Premessa necessaria
Prima di condividere questa storia, sento il dovere di una dichiarazione di trasparenza. Come giornalista, sono stata tra i primi a esprimere perplessità sull’intervento americano in Venezuela, a sollevare questioni di diritto internazionale, a interrogarmi sulla legittimità di un’azione militare unilaterale che ha violato la sovranità di uno Stato. Ho scritto editoriali critici, ho partecipato a dibattiti accesi, ho difeso , e continuo a difendere , i principi che regolano la convivenza tra nazioni.
Eppure, il giornalismo è anche questo: ascoltare. Ascoltare davvero. Andare oltre le posizioni di principio per incontrare le persone, raccogliere le testimonianze, comprendere la carne viva della storia.
Quando ho incontrato la dottoressa Marianna Barletta in una fredda sera di gennaio , non immaginavo che il suo racconto avrebbe scosso così profondamente le mie certezze. Non le ha demolite , i principi restano , ma le ha costrette a fare i conti con una sofferenza reale, con ventisette anni di agonia silenziosa, con la complessità irriducibile della vita umana che sfida ogni schema interpretativo.
Questa non è propaganda. È testimonianza. È il dovere di raccontare anche ciò che disturba le nostre narrative, anche ciò che complica le nostre posizioni. Perché il giornalismo, prima di essere militanza o teoria, è missione: dare voce a chi non l’ha avuta.
Parte Prima: Gli anni d’oro
Marianna nasce il 4 gennaio 1990 a Caracas, in un Venezuela che non esiste più. I primi cinque anni della sua vita trascorrono in quello che tutti chiamano “gli anni d’oro” – l’epoca del boom petrolifero, quando il paese sudamericano era meta ambita di immigrazione, non origine di esodo.
“Era tutto bello,” ricorda con gli occhi che si perdono in un passato lontano. “C’era la famiglia, avevamo tutto.”
I suoi nonni erano arrivati dall’Italia negli anni Sessanta, parte di quella grande migrazione che portò centinaia di migliaia di italiani in cerca di fortuna oltre Atlantico. In Venezuela l’avevano trovata. Suo nonno aveva costruito una vita dignitosa, una famiglia, un futuro. Marianna porta un nome italiano – come i suoi fratelli – custode di radici che attraversano l’oceano.
Il presidente Rafael Caldera governava il paese. Non era il paradiso, ma funzionava. Gli ospedali curavano, le università insegnavano, la classe media esisteva e prosperava. Chi lavorava in banca poteva permettersi una casa, una macchina, le vacanze. L’inflazione era sotto controllo, i supermercati erano pieni, le autostrade erano percorribili.
Ma soprattutto, c’era un patto silenzioso che reggeva tutto: accordi economici risalenti agli anni Cinquanta con le grandi compagnie petrolifere americane – Chevron, Shell, Exxon – e la spagnola Repsol. Le multinazionali fornivano macchinari, tecnologia, expertise per estrarre e raffinare il greggio. In cambio, acquistavano il petrolio venezuelano a prezzo ridotto. Il Venezuela non pagava gli impianti, gli americani non pagavano il prezzo pieno del barile. E la benzina – quella restava ai venezuelani, praticamente gratis: meno di dieci centesimi per un pieno.
Era un equilibrio fragile, forse ingiusto per certi versi, certamente imperfetto. Ma reggeva. E milioni di venezuelani vivevano vite normali, con aspirazioni normali, problemi normali.
Poi arrivò Hugo Chávez.
Parte Seconda: La seduzione del cambiamento
“Chiamavano crisi quello che stavamo vivendo,” spiega Marianna con un sorriso amaro. “Volevamo il cambiamento a tutti i costi.”
Chávez era carismatico, parlava alla pancia del paese. Ai poveri – e ce n’erano – prometteva redistribuzione, dignità, riscatto. Ai ricchi prometteva stabilità e possibilità di influenza. Diceva che avrebbe nazionalizzato le risorse, restituito il Venezuela ai venezuelani, spezzato le catene dell’imperialismo americano.
Le elezioni le vinse regolarmente. All’inizio.
“I primi due anni non andarono male,” ammette Marianna. “Poi cominciò.”
Cominciarono le espropriazioni. Aziende private che venivano “nazionalizzate” – un eufemismo elegante per furti legalizzati. Ma non venivano gestite, sviluppate, fatte prosperare. Venivano chiuse, abbandonate, lasciate marcire. I proprietari scappavano o finivano in galera.
Poi toccò alle compagnie petrolifere. Chávez, sempre più vicino a Fidel Castro, sempre più ossessionato dall’antiamericanismo, le cacciò. Tutte. Senza preavviso, senza negoziazione, senza compensazione. I macchinari che gli Stati Uniti avevano installato – mai pagati – rimasero lì, inutilizzati. Il debito si accumulò. I tecnici stranieri se ne andarono, portandosi via decenni di competenza.
L’estrazione crollò. La raffinazione si fermò. Il Venezuela, paese con le maggiori riserve petrolifere del pianeta, cominciò ad avere carenza di benzina.
“Era tutto a perdita,” dice Marianna scuotendo la testa. “Regalavamo il petrolio a Cuba, all’Iran, alla Cina, alla Russia. Navi che partivano con 1.900 barili – il barile vale 63 dollari – e tornavano vuote. Regali. Mentre da noi la gente cominciava ad avere fame.”
Parte Terza: L’università silenziata
Marianna voleva fare il medico. Si iscrisse all’università pubblica , in Venezuela, per medicina, c’era solo quella. Ma l’università aveva smesso di funzionare.
“Periodi di sei mesi in cui era chiusa,” racconta. “Proteste continue. I professori non ricevevano gli stipendi. Gli studenti protestavano contro il regime. E noi perdevamo tempo, mesi, anni.”
Gli ospedali pubblici cominciarono a svuotarsi. Prima dei farmaci, poi delle garze, poi dell’alcol, infine dei medici stessi. Chi poteva scappava. Chi restava lavorava in condizioni ottocentesche.
“Se ti ammali, devi portare tutto,” mi spiega con voce piatta, come chi ha imparato ad accettare l’assurdo. “L’ospedale non ha niente. Né garze né disinfettante. Niente.”
Le autostrade si riempirono di buche. La criminalità esplose. La classe media scomparve, letteralmente evaporata tra inflazione, espropriazioni e fuga di capitali. Restarono solo i ricchissimi , membri del regime e complici , e i disperatamente poveri.
Lo stipendio medio precipitò a dieci dollari al mese. Dieci. Mentre l’inflazione galoppa va a ritmi sudamericani, trasformando qualsiasi risparmio in carta straccia.
E quando il mondo tentò di aiutare, quando arrivarono gli aiuti umanitari internazionali, il governo li bloccò.
“Dovevano far credere che andava tutto bene,” sussurra Marianna. “Che non avevamo bisogno di niente. Mentre la gente moriva di fame.”
Parte Quarta: Il delfino e il narcotrafficato
Chávez morì di cancro. Ma prima scelse il suo successore: Nicolás Maduro, un ex autista di autobus senza studi universitari, senza esperienza amministrativa, senza nulla se non fedeltà assoluta al comandante.
Le elezioni del 2013 furono una farsa. Marianna lo dice senza esitazione: “Ha votato gente morta. Persone di centocinquant’anni risultavano aver votato. Carte d’identità di defunti miracolosamente riapparse.”
Maduro perse quelle elezioni. Ma le vinse lo stesso. E da allora è rimasto al potere, elezione farsa dopo elezione farsa, mentre il paese sprofondava.
Con Maduro la situazione precipitò oltre l’immaginabile. Il narcotraffico divenne politica di Stato. La droga veniva prodotta in Venezuela, imbarcata dagli aeroporti militari , la Carlotta di Caracas, la rampa 4 di Maiquetía , e spedita in tutto il mondo. Il Venezuela divenne un narco-Stato, e Maduro un narcotrafficante in giacca e cravatta.
Intanto dichiarava di guadagnare 120 dollari al mese. Mentre in Svizzera aveva dieci miliardi di dollari. Solo in Svizzera.
I ministri erano spesso stranieri – colombiani, cubani. “Ministri venezuelani in altri paesi non si è mai visto,” osserva Marianna con sarcasmo. “Ma noi li avevamo. Governati da stranieri.”
Le proteste furono schiacciate nel sangue. Nel 2017, dopo che decine di manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza, l’opposizione smise di scendere in piazza. Non per rassegnazione, ma per sopravvivenza.
“Non ci sono più manifestazioni,” dice Marianna. “Perché ammazzano. È semplice.”
Parte Quinta: L’esilio involontario
Nell’aprile del 2015, a venticinque anni, Marianna lasciò il Venezuela. Non voleva. Voleva finire medicina, voleva restare con la sua famiglia, nella sua terra, nella sua lingua.
Ma restare significava morire. Non metaforicamente. Letteralmente.
Arrivò in Italia, il paese dei suoi nonni, una terra che conosceva solo attraverso i racconti e un cognome. Imparò la lingua, rifece gli studi, ricostruì una vita. Si sposò con un italiano, mise radici a Foligno.
Ma non poté più tornare.
“Due nostri amici ci hanno provato,” racconta. “Uno non entrava da quattro anni. Appena messo piede a Caracas, l’hanno arrestato. Senza accuse, senza processo. I genitori non hanno saputo dove fosse per centocinquanta giorni.”
Il regime non tollerava chi se ne andava. Era un’ammissione che il paradiso bolivariano non esisteva, che la narrativa era menzogna. Gli emigrati erano traditori. E i traditori si punivano.
Suo nonno morì. Lei non poté andare al funerale.
“Undici anni,” dice con gli occhi lucidi. “Undici anni che non vedo mia nonna.”
Parte Sesta: La luce nel tunnel
Il 20 gennaio 2025, Donald Trump tornò alla Casa Bianca. Due giorni dopo ordinò un’operazione militare per catturare Nicolás Maduro. Forze speciali americane entrarono in Venezuela, arrestarono il presidente illegittimo e lo portarono negli Stati Uniti dove era ricercato per narcotraffico.
Il mondo insorse. Violazione della sovranità. Imperialismo. Unilateralismo. Le Nazioni Unite convocarono sessioni d’emergenza. La Cina e la Russia denunciarono l’aggressione.
Le chiedo come ha vissuto quel momento.
Marianna non esita un secondo: “Come una luce in fondo al tunnel. Una liberazione.”
La guardo incredula. “Ma il diritto internazionale…”
“Maduro era illegittimo,” mi interrompe. “Non aveva vinto le elezioni. Decine di paesi non lo riconoscevano. L’ONU aveva le prove, aveva tutto. E per ventisette anni non ha fatto niente. Niente.”
Fa una pausa, cerca le parole giuste.
“Non è stata un’invasione. È stato l’arresto di un narcotrafficante. Un criminale che teneva in ostaggio un paese intero, che affamava milioni di persone, che rubava, torturava, uccideva.”
Le chiedo se ringrazierebbero Trump.
“Sì,” risponde senza esitazione. “Premio Nobel della Pace? Sì. Perché per noi è stata una liberazione. In nessun altro modo sarebbe stato possibile.”
Parte Settima: Il peso delle scelte
La sua vicepresidente, Delcy Rodríguez, ha assunto la guida di un governo di transizione sotto supervisione americana. Molti la accusano di aver tradito Maduro per restare al potere.
“Forse,” ammette Marianna. “Ma adesso sono sotto minaccia di Trump. Devono fare quello che l’America dice. E questo, per noi, è meglio di Maduro.”
Le chiedo del futuro.
“Spero che dopo questa transizione l’America lasci un governo capace. Un governo che dia al popolo quello che per ventisette anni non ha avuto: benessere, diritti, dignità.”
Le chiedo se tornerà.
“Vorrei. Anche solo di visita. Rivedere mia nonna, vedere la terra dove sono nata. Ma ho paura. Ancora.”
Quella paura, mi rendo conto, è il prezzo di ventisette anni di tirannia. Non si cancella con un’operazione militare. Non si cura con un cambio di governo. Resta, annidata nel petto, nelle notti insonni, nei sogni di un ritorno che forse un giorno sarà possibile.
Epilogo: Le domande che restano
Esco dall’incontro con Marianna turbata. Le mie posizioni sul diritto internazionale non sono cambiate. Credo ancora che l’unilateralismo sia pericoloso, che la sovranità degli Stati sia un principio fondamentale, che permettere a una superpotenza di invadere un paese , per quanto giusti siano i motivi , apra scenari inquietanti.
Ma credo anche che Marianna abbia ragione quando dice: “Come rispetti il diritto internazionale di una persona che è già illegittima?”
Credo che abbia ragione quando chiede: “Per quanto tempo un popolo deve soffrire mentre aspettiamo che l’ONU trovi un consenso?”
Credo che abbia ragione quando dice, con una semplicità disarmante: “La gente moriva di fame.”
Non ho risposte definitive. Non credo che esistano, in situazioni così complesse. Ma ho imparato che il giornalismo non è fatto di certezze granitiche, ma di ascolto. Di umiltà. Di disponibilità a farsi disturbare dalle storie reali, che sono sempre più complicate delle nostre teorie.
Marianna Barletta oggi vive a Foligno. Lavora, ama, costruisce una vita. Ma una parte di lei è rimasta a Caracas, in un Venezuela che forse un giorno potrà rivedere.
E quando quel giorno arriverà – se arriverà – dovrà ringraziare un presidente americano che ha violato ogni norma internazionale.
Questa è la sua verità. Non l’unica verità, forse. Ma una che merita di essere ascoltata, raccontata, ricordata.
Perché prima dei principi, prima delle leggi, prima delle posizioni geopolitiche, ci sono le persone. E le persone soffrono, sperano, resistono.
E a volte, la liberazione arriva dal cielo. Anche quando non dovrebbe.
