“La pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di alternative al conflitto.”
— Jean-Paul Sartre
Un’alba inaspettata sulle macerie
L’annuncio è di quelli che fanno tremare i polsi alla diplomazia internazionale e gelare il sangue ai cultori della coerenza storica: Tony Blair, l’uomo che legò indissolubilmente il suo destino politico alle sabbie mobili dell’Iraq, torna in prima linea nel Medio Oriente. Ma non lo fa per conto della Corona o di un’istituzione europea; lo fa sotto l’egida di Donald Trump, entrando a far parte di un Board of Peace per Gaza che somiglia più a un consiglio d’amministrazione di una multinazionale del potere che a un tavolo diplomatico tradizionale.
Accanto a figure come Jared Kushner, architetto degli Accordi di Abramo, e il segretario di Stato Marco Rubio, la presenza di Blair appare come un anacronismo vivente, un paradosso politico che lascia sbigottiti. È quasi incredibile che un “vecchio leone” del laburismo britannico, un uomo che ha incarnato la Third Way e che è stato travolto dalle polemiche post-duemilatré, abbia accettato di sedersi a una tavola apparecchiata dal tycoon newyorkese. Eppure, eccolo lì, dichiaratosi “onorato”, pronto a rimettere le mani in quel groviglio di sangue e speranza che è la Striscia di Gaza.
Il paradosso di Blair: perché proprio lui?
La domanda sorge spontanea: perché un uomo del suo calibro, con una reputazione già pesantemente segnata dal passato, accetterebbe un incarico così rischioso e, per certi versi, politicamente “eretico”? Per capire, bisogna scavare nella psicologia di un leader che non ha mai smesso di sentirsi un messia della risoluzione dei conflitti.
La redenzione storica attraverso il deserto
Blair vive da decenni nell’ombra lunga dell’invasione dell’Iraq. Partecipare alla ricostruzione di Gaza sotto l’amministrazione Trump potrebbe rappresentare il suo ultimo tentativo di riscrivere il proprio lascito. Se riuscisse laddove tutti hanno fallito, la macchia dell’Iraq verrebbe mitigata da un capitolo finale di successo. È la scommessa di un uomo che vuole essere ricordato come il mediatore, non come il belligerante.
Il richiamo del potere transazionale
Blair è un animale politico che si nutre di influenza. Il board creato da Trump non è un organismo consultivo di accademici, ma un gruppo d’assalto composto da miliardari come Marc Rowan (CEO di Apollo Global Management). Per Blair, essere “nella stanza dove succede” è una necessità vitale. Egli vede in questo approccio “aziendale” alla diplomazia l’unica via d’uscita dal vicolo cieco della politica estera tradizionale.
Il fattore Hakan Fidan e l’aggancio con i palestinesi
L’inclusione di Hakan Fidan, Ministro degli Esteri turco ed ex capo dell’intelligence, è la mossa che dà sostanza al board. Mentre Rubio e Kushner sono percepiti come sbilanciati verso Israele, Fidan è l’uomo che parla con tutti, inclusi i vertici della Autorità Palestinese e i canali più complessi della regione.
Il ruolo di Fidan è cruciale per la legittimazione del piano presso i palestinesi. Si presuppone che Blair e Fidan lavoreranno in tandem: il primo per rassicurare l’Occidente e gli investitori, il secondo per garantire che il nuovo Comitato Tecnocratico Palestinese (guidato da Ali Sha’ath) abbia lo spazio operativo necessario per governare Gaza senza l’ombra di Hamas. Fidan ha già chiarito che il disarmo non può essere il primo passo, ma l’ultimo di un processo di stabilizzazione: una visione pragmatica che Blair sembra aver sposato per evitare i fallimenti del passato.
Il terremoto a Londra: la reazione del governo britannico
Se a Washington si brinda, a Londra il clima è di gelido imbarazzo. Il governo britannico si trova in una posizione impossibile: da un lato non può disconoscere un ex Primo Ministro di tale caratura, dall’altro teme che l’iniziativa di Blair “scavalchi” la linea ufficiale del Foreign Office.
Fonti vicine a Downing Street parlano di una “diplomazia parallela” che rischia di minare la coesione del Regno Unito con i partner europei. La sinistra laburista ha già sollevato scudi, definendo la collaborazione con Trump un “tradimento dei valori progressisti”. Tuttavia, Blair sembra ignorare le critiche interne, convinto che il futuro della stabilità mondiale passi per questo nuovo asse transatlantico-transazionale, incurante delle etichette partitiche.
Un board di figure d’assalto tra finanza e sicurezza
La struttura di questo “Board of Peace” rivela una visione in cui la pace è un prodotto di ingegneria finanziaria e militare. Con Ajay Banga (Banca Mondiale) a gestire i flussi di capitale e un generale americano a capo della nuova forza di sicurezza internazionale, il messaggio è chiaro: Gaza non sarà più un laboratorio di resistenza, ma un cantiere di ricostruzione sotto stretta sorveglianza.
Blair si inserisce in questo ingranaggio come il “facilitatore esperto”. La sua conoscenza dei leader del Golfo è la chiave per sbloccare i miliardi necessari alla ricostruzione. La sua accettazione presuppone una convinzione profonda: che il vecchio metodo diplomatico sia morto e che serva una “Peace Administration” che parli il linguaggio dei contratti e della sicurezza pragmatica.
L’ultima danza della diplomazia
Ci troviamo di fronte a un momento storico che sfida ogni logica. Tony Blair si sta giocando tutto: la sua reputazione residua e il suo posto nei libri di storia. È una scommessa folle, audace e profondamente umana. La “sfinge” è tornata dal freddo della pensione politica, e il mondo osserva con un misto di scetticismo e segreta speranza. Se questo gruppo di “uomini del fare” riuscirà a stabilizzare Gaza, avremo assistito alla nascita di un nuovo ordine mondiale; in caso contrario, sarà l’ultimo, amaro atto di un’epoca tramontata.
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