Nel Sannio la sanità non è più solo un problema di posti letto, turni massacranti e pronto soccorso al collasso. È diventata il campo di battaglia di una politica che, ancora una volta, rischia di trasformare l’emergenza in teatro, la sofferenza in argomento di polemica, la crisi in strumento di posizionamento.
Le parole del sindaco Clemente Mastella contro la direttrice generale Maria Morgante e il richiamo al presidente regionale Roberto Fico non sono soltanto l’ennesimo scontro istituzionale. Sono il sintomo di qualcosa di più profondo: l’assenza di una catena di comando chiara e di una responsabilità politica che si assuma fino in fondo il peso delle scelte.
Perché è vero che la sanità campana vive una crisi strutturale, figlia di anni di commissariamento, tagli lineari e desertificazione dei servizi. Ma è altrettanto vero che oggi, qui e ora, il problema non è solo quanta sanità manca. È chi decide, come decide e soprattutto per chi decide.
Nel rimpallo di accuse tra sindaci, direttori generali e Regione, si perde l’unico punto fermo che dovrebbe orientare ogni azione pubblica: il cittadino che attende una visita, l’anziano che passa ore su una barella, il medico che lavora in condizioni al limite della sostenibilità, l’infermiere che diventa parafulmine di una rabbia comprensibile.
La minaccia di chiedere la rimozione di un direttore generale per “sgrammaticatura istituzionale” suona forte, ma rischia di restare simbolica se non è accompagnata da una domanda più scomoda: qual è oggi il modello di governo della sanità in Campania?
È quello della politica che nomina e poi si ritrae, oppure quello della politica che governa davvero, assumendosi anche il rischio dell’impopolarità?
Roberto Fico ha detto di voler liberare gli ospedali dalla politica. È una frase che funziona nei titoli, ma che nella pratica può significare tutto o niente. Perché la politica non deve uscire dalla sanità: deve uscire la cattiva politica, quella che occupa, condiziona, promette e scarica. Ma deve restare – anzi tornare – la buona politica, quella che programma, sceglie, controlla, valuta.
Oggi, invece, il Sannio sembra prigioniero di un paradosso crudele:
– troppa politica quando si tratta di scontri personali e bandierine;
– pochissima politica quando servono decisioni strutturali, risorse mirate, riorganizzazioni coraggiose.
Il confronto di Pontelandolfo, le prese di posizione dei sindaci, le denunce dei parlamentari e degli ordini professionali raccontano un territorio che chiede ascolto. Ma ascolto vero, non rituale. Perché la sanità delle aree interne non si salva con i comunicati stampa né con i tavoli occasionali: si salva solo se diventa priorità strategica, non problema periferico.
Qui il tema non è se Mastella abbia ragione a pretendere rispetto istituzionale.
Il tema è se la Regione sia pronta a dire con chiarezza quale futuro immagina per l’ospedale San Pio e per l’intera rete sanitaria sannita.
Il tema è se la direzione generale sia messa nelle condizioni di operare con autonomia reale o se debba muoversi in un campo minato politico dove ogni scelta diventa un atto di guerra.
Il tema è se i cittadini debbano continuare a pagare il prezzo dell’ambiguità.
Perché quando la sanità diventa terreno di scontro tra poteri, il rischio è sempre lo stesso: che nessuno perda davvero, tranne chi ha meno voce. I pazienti. Le famiglie. I lavoratori della sanità.
Il Sannio oggi non ha bisogno di nuovi duelli istituzionali. Ha bisogno di una catena di responsabilità limpida, di una Regione che dica cosa vuole fare e in quanto tempo, di una direzione generale giudicata sui risultati e non sulle appartenenze, di sindaci capaci di essere alleati esigenti e non avversari di giornata.
Perché la sanità non può essere né una trincea né un palcoscenico.
Deve tornare ad essere ciò che la Costituzione pretende: un diritto.
E i diritti non si amministrano con le minacce. Si governano con il coraggio.

 

pH Pixabay senza royalty

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