«La vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.»
— Charlie Chaplin
Benvenuti nell’era in cui il documentario non serve più a documentare, ma a santificare l’inadeguatezza. Se avete avuto il fegato, o la noia domenicale, di scorrere le cinque puntate di “Fabrizio Corona: io sono notizia” su Netflix, avrete assistito a uno spettacolo pirotecnico di mancanze: mancanza di domande, mancanza di sintassi, mancanza di umiltà. Ma soprattutto, avrete assistito al trionfo di Fabrizio, l’uomo che ha trasformato il proprio declino in un’installazione d’arte contemporanea, lasciando che a commentarlo fossero figure che farebbero apparire un citofono come un luminare di Oxford.
La postura dell’anima (e del Word)
Il dettaglio che vale l’intero canone di abbonamento è quel foglio A4. Immaginatelo: un sotterraneo milanese, l’umidità che sa di galera e dopobarba costoso, e un autore – uno di quelli che probabilmente si definisce “storyteller” su LinkedIn – che attacca alla parete il monito supremo: «FABRIZIO STAI DIRITTO (risulti + FIGO)».
C’è una pietà infinita in questo dettaglio. È la prova che Fabrizio Corona non è un uomo, è un prodotto da esposizione che tende a flettersi sotto il peso dei propri peccati e del botulino. Gli autori lo sanno: se Fabrizio si accascia, il mito crolla. Se la colonna vertebrale cede, addio sprezzo del pericolo, addio sguardo da Steve McQueen dei poveri, addio narrazione. Bisogna stare diritti per vendere l’illusione di essere ancora il re, anche quando il regno si è ridotto a una serie di ospitate in discoteche della bergamasca e a un contenzioso perenne con l’Agenzia delle Entrate.
I sapienti del nulla
La vera tragedia, però, non è Fabrizio. Lui è coerente. Lui è un predatore che ha capito che in Italia il sangue attira i pescecani, ma lo strazio vende i giornali. La vera tragedia è il coro greco che lo circonda. Abbiamo giornalisti, scrittori e sedicenti intellettuali che parlano di lui come se stessero analizzando la caduta dell’Impero Romano, usando citazioni di Marx sulla farsa e sulla tragedia come se fossero zucchero a velo su un pandoro scaduto.
Sentire un “intellettuale” definire Corona “un profeta del nulla che fiorisce nel vuoto” davanti a una libreria che puzza di inserti domenicali mai aperti, fa venire voglia di abbracciare Fabrizio. Almeno lui non finge di aver letto Hegel. Lui voleva solo i soldi. E, come dice lui stesso con una sincerità che spezza il cuore e il fegato: «Quante volte ho sognato, in galera, i miei soldi». Non la libertà, non il profumo dell’erba, non l’abbraccio di una madre. I soldi. C’è una purezza brutale in questo materialismo metafisico che i documentaristi, con le loro sciarpe di cashmere e il loro tono da “io so e non capisco”, non riusciranno mai a scalfire.
L’avvocato che voleva il carcere
E poi ci sono i comprimari. L’avvocato civilista che si fa arrestare per andare a trovare Fabrizio a Opera è la vetta del surrealismo italiano. È il momento in cui la realtà decide che la sceneggiatura di Boris era un documentario neorealista. Nessuno nel documentario chiede: “Scusi, ma lei è un civilista, che ci faceva in mezzo ai detenuti?”. Nessuno mette in dubbio la logistica di un arresto su ordinazione per finire proprio in quella cella. Il documentario galleggia in un’assenza di gravità logica dove tutto è possibile perché nulla è verificato.
In questo vuoto pneumatico, le uniche voci che risuonano con la forza della verità sono quelle dei “cattivi”. Lele Mora, che con la saggezza di chi ha visto passare i secoli e le mazzette, spiega che la vera colpa di Corona non è stata il ricatto, ma la mancanza di etichetta sociale: «Agnelli non si tocca». È una lezione di lotta di classe impartita da chi la classe l’ha frequentata solo per arredarla.
La metamorfosi e il silenzio
Il documentario ignora la cosa più evidente: la faccia di Fabrizio. Nelle immagini di repertorio con Nina Moric, Corona aveva un volto. Oggi ha una maschera polimerica che sembra uscita da un film di Cronenberg. Nessuno osa chiedere: “Fabrizio, perché ti sei fatto questo?”. Forse temono che la maschera risponda al posto suo.
C’è una pietà profonda nel vedere quest’uomo che ha cercato di fermare il tempo a colpi di siringhe, finendo per diventare la caricatura del ragazzo bellissimo che era. Gli autori lo guardano, lo filmano, lo incorniciano, ma non lo vedono. Vedono solo il “personaggio”, il “caso clinico”, il “fenomeno sociale”. Non vedono l’uomo che ha bisogno che un foglio A4 gli ricordi di stare dritto per non apparire, finalmente, per quello che è: stanco.
Il trionfo dell’inadeguatezza
Alla fine delle cinque ore, resta una certezza: Fabrizio Corona ha vinto di nuovo. Ha vinto perché è più intelligente dei suoi biografi. Ha vinto perché sa che basta dire una frase a effetto per mandare in corto circuito un giornalista che non ha fatto i compiti a casa. Ha vinto perché, mentre Livia Turco rivendica fieramente di non sapere chi lui sia (come se l’ignoranza fosse un titolo nobiliare), lui continua a occupare lo spazio, il tempo e la banda larga di Netflix.
Povero Fabrizio, condannato a essere lo specchio di un’Italia che lo detesta per non ammettere di somigliargli. E poveri noi, condannati a guardare documentari dove l’unica cosa “figa” è un comando scritto in Word, perché chi sta dietro la macchina da presa non sa più come si sta al mondo, né come si fa a stare diritti senza un foglio attaccato al muro.
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