Una democrazia inizia a svuotarsi dall’interno non quando un agente federale spara tre colpi contro una donna disarmata. Quando un’intera architettura istituzionale si mobilita per rendere quell’atto invisibile alla giustizia. Minneapolis non è l’ennesimo caso di brutalità poliziesca: è il laboratorio di una mutazione costituzionale che sta avvenendo sotto i nostri occhi, mentre l’Europa guarda e tace.
L’espressione “immunità assoluta” suona come un ossimoro in un sistema democratico. Assoluta è la monarchia, assoluto è il potere che non risponde ad altri. Quando l’FBI sottrae l’indagine alle autorità del Minnesota, non sta semplicemente esercitando una prerogativa federale: sta sancendo che esiste una categoria di agenti dello Stato posti al di sopra della legge statale, sottratti allo scrutinio delle comunità in cui operano.
Non è una novità che gli agenti federali godano di protezioni particolari. La novità è la rivendicazione pubblica, quasi orgogliosa, di questa impunità. Kristi Noem che parla di “terrorismo interno” per una donna sola in un SUV. JD Vance che la definisce “vittima della sua ideologia”. Donald Trump che descrive come “violento investimento” una manovra che i video mostrano essere un tentativo di fuga con lo sterzo girato a destra, lontano dall’agente.
La semantica conta. Chiamare “terrorista” una cittadina statunitense, etichettare come “rivoltosi” i testimoni, accusare di “attacco organizzato” chi documenta i fatti: è il linguaggio della guerra applicato all’amministrazione civile. E nella guerra, si sa, le regole normali sono sospese.
C’è un’ironia tragica nel vedere un’amministrazione che si richiama al conservatorismo costituzionale smantellare uno dei principi fondativi del sistema americano: l’autonomia degli Stati. Il Minnesota non viene semplicemente scavalcato, viene umiliato. Le sue forze dell’ordine allontanate dall’indagine, il suo governatore attaccato, il suo sindaco ignorato.
Questa non è più la tensione creativa tra federazione e Stati che ha caratterizzato la storia americana. È la subordinazione militare di un territorio considerato nemico. Quando agenti senza insegne identificative operano in una città che non li vuole, con il supporto esplicito del governo federale contro le autorità locali, il confine tra operazione di polizia e occupazione diventa labile.
Il modello non è nuovo nella storia americana – basti pensare alla Ricostruzione post-Guerra Civile o all’integrazione forzata delle scuole negli anni Sessanta. Ma allora il potere federale si muoveva (almeno formalmente) per espandere diritti contro Stati che li negavano. Oggi si muove per imporre un’agenda di sicurezza che le comunità locali rifiutano, nel nome di una legalità superiore che coincide con la volontà del presidente.
Ed è qui che il discorso si fa scomodo per noi europei. Giorgia Meloni non è un’eccezione: è l’avanguardia di una destra europea che ha scelto di legittimare questa deriva attraverso il silenzio o, peggio, l’allineamento strategico. Non si tratta solo di affinità ideologica o di opportunismo geopolitico. È l’adesione a una visione del potere in cui l’efficacia dell’azione prevale sulla legittimità delle procedure, in cui il fine (il controllo dell’immigrazione) giustifica i mezzi (l’impunità degli agenti).
Quando un leader europeo evita di commentare Minneapolis mentre celebra il “pragmatismo” di Trump, non sta solo facendo diplomazia. Sta normalizzando un paradigma: che esistono categorie di persone – migranti irregolari, attivisti, oppositori – verso cui lo Stato può agire senza i vincoli del diritto ordinario. Che la sicurezza è un valore così assoluto da giustificare l’assolutezza del potere.
La tragedia è che questo paradigma non resta confinato oltreoceano. Ogni volta che un governo europeo restringe il diritto di asilo invocando “emergenze” permanenti, ogni volta che aumenta i poteri di polizia riducendo i controlli giurisdizionali, ogni volta che criminalizza la solidarietà verso i migranti, sta preparando il terreno per la sua piccola Minneapolis.
Renee Nicole Good è morta sotto gli occhi di decine di testimoni e di almeno quattro telecamere. Eppure la versione ufficiale nega l’evidenza visiva. Non per incompetenza, ma per scelta politica. I video esistono, sono chiari, ma vengono sovrascritti da una narrazione alternativa che conta sulla stanchezza del pubblico, sulla velocità del ciclo delle notizie, sulla fiducia residua nelle istituzioni.
È questo, forse, l’aspetto più inquietante: non la morte in sé – tragicamente comune nella storia della violenza poliziesca americana – ma l’aperta rivendicazione del diritto di riscrivere la realtà. Siamo oltre lo spin, oltre la propaganda. È l’affermazione che il potere ha il diritto di definire la verità, indipendentemente dai fatti.
Orwell chiamava questo processo “bispensiero”: la capacità di credere simultaneamente in due verità contraddittorie. Oggi lo chiamiamo “post-verità”, ma la sostanza non cambia. Quando un vicepresidente può dire che una donna è stata uccisa dalla propria ideologia – non da tre proiettili – e rimanere in carica, quando un presidente può descrivere come “violento investimento” una manovra di fuga documentata visivamente, il linguaggio ha smesso di descrivere il mondo per diventare strumento di dominio.
Forse tra un mese Minneapolis sarà dimenticata, sostituita dalla prossima crisi, dal prossimo scandalo. È su questa smemoratezza che conta il potere. Ma alcune cose, una volta normalizzate, non possono essere disfatte facilmente. L’immunità assoluta non è un’aberrazione temporanea: è una rivendicazione permanente. Gli agenti che hanno operato a Minneapolis lo faranno di nuovo, altrove, con lo stesso mandato implicito.
E noi europei, cosa faremo? Continueremo a distinguere tra la “buona” America dei valori democratici e la “cattiva” America di Trump, come se fossero entità separate? O cominceremo a interrogarci su quanto della deriva americana sia già in atto nelle nostre democrazie, su quanto del nostro consenso stia legittimando l’illegittimabile?
Renee Nicole Good non è morta per la sua ideologia, come dice Vance. È morta perché esistono uomini con il potere di uccidere senza conseguenze, e sistemi politici che considerano questo potere necessario. La domanda che Minneapolis ci pone è semplice e terribile: quando anche noi decideremo che alcuni poteri sono troppo importanti per essere sottoposti alla legge, chi saranno le nostre Renee Good?
