Nel dibattito acceso sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere, c’è un punto che merita di essere detto con chiarezza, senza sconti per nessuno e senza appartenenze preconfezionate: quando una voce pubblica ha il coraggio di mettere la propria storia personale al servizio di un confronto civile, quella voce va ascoltata. Anche se, su molte altre cose, ci siamo trovati spesso su fronti opposti.
È il caso di Clemente Mastella.
Sindaco della nostra città, figura politica con cui L’Eco del Sannio non ha mai rinunciato al diritto di dissentire, talvolta con durezza, su scelte amministrative e politiche. Ma proprio per questo oggi il suo intervento contro la riforma Nordio pesa di più. Perché non nasce da un riflesso ideologico, né da una convenienza di parte. Nasce da una vicenda personale che ha segnato una vita pubblica e privata, e che Mastella ha scelto di raccontare non per rivalsa, ma per avvertimento.
“Io assolto grazie ai giudici”, dice sulle pagine del fatto quotidiano. Non grazie alla politica. Non grazie alle riforme ad personam. Grazie ai giudici. Dopo dieci anni di inferno, certo. Dopo un prezzo umano e istituzionale altissimo. Ma proprio da lì viene il punto centrale del suo ragionamento: la separazione delle carriere non rafforza il cittadino, non riequilibra il processo, non tutela l’imputato. Al contrario, rischia di costruire un pm sempre più potente e un giudice sempre più debole.
È qui che la polemica si fa sostanza politica.
Perché mentre il ministro Nordio arriva a sostenere che con le nuove regole “non ci saranno più inchieste sui ministri”, il Paese dovrebbe fermarsi un istante e chiedersi se questa sia davvero una promessa rassicurante o piuttosto una confessione involontaria.
Se la riforma serve a impedire l’abuso delle indagini, benissimo. Ma se serve a rendere l’indagine più difficile quando tocca il potere, allora siamo davanti a un rovesciamento pericoloso dei principi costituzionali.
Mastella lo dice senza giri di parole: questa riforma non tocca ciò che davvero affligge la giustizia italiana, la durata insostenibile dei processi, l’inefficienza strutturale, la mancanza di risorse, la macchina amministrativa inceppata. Tocca invece l’equilibrio tra accusa e giudice, alterandolo in senso verticale. Un pm sempre più simile a un superpoliziotto. Un giudice messo in difficoltà, schiacciato tra l’opinione pubblica, la pressione mediatica e un’accusa strutturalmente rafforzata.
È per questo che L’Eco del Sannio, pur mantenendo da sempre una linea di informazione equilibrata e rigorosa, ha già scritto e continuerà a scrivere che questa riforma non risolve i problemi reali della giustizia. Non accorcia i tempi dei processi. Non riduce la politicizzazione della magistratura. Non aumenta le garanzie per i cittadini.
Anzi, rischia di fare esattamente l’opposto.
E qui il “No” non è uno slogan. È una posizione ponderata.
Votare No significa dire che la giustizia non si riforma per proteggere la politica dalle inchieste, ma per proteggere i cittadini dagli errori e dagli abusi.
Votare No significa dire che l’autonomia e l’equilibrio tra accusa e giudice non sono un dettaglio tecnico, ma l’ossatura stessa dello Stato di diritto.
Votare No significa dire che la vera riforma non è dividere le carriere, ma rendere la giustizia più rapida, più efficiente, più umana.
Per questo oggi rendiamo onore a Clemente Mastella, non per la sua storia politica, ma per il coraggio di aver messo la propria esperienza personale al servizio di una battaglia che va oltre gli schieramenti. In un tempo in cui molti parlano di giustizia solo quando conviene, lui ha scelto di parlare quando sapeva che avrebbe potuto scontentare tutti.
E questo, nel giornalismo come nella politica, ha un nome solo: credibilità.
Sul referendum che verrà, L’Eco del Sannio continuerà a sostenere il No. Non per partito preso, ma per coerenza con un’idea semplice e radicale:
la giustizia non deve essere riformata per rendere il potere più sicuro, ma per rendere i cittadini più liberi.

