La rapida sequenza degli eventi in Venezuela solleva interrogativi che trascendono la cronaca immediata. Quando il New York Times rivela che la presidenza di Delcy Rodríguez era stata concordata con l’amministrazione Trump settimane prima della cattura di Maduro, emerge un quadro che ridefinisce completamente la natura di quanto accaduto. Non assistiamo a una crisi improvvisa risolta con un blitz militare, ma all’esecuzione metodica di un piano strutturato, un “golpe concordato” che svela meccanismi di potere sotterranei e tradimenti che potrebbero aver attraversato le stanze più riservate del regime chavista.
L’operazione “Absolute Resolve” del 3 gennaio 2026 ha mobilitato oltre 150 velivoli, forze speciali Delta Force e il drone stealth RQ-170 “Bestia di Kandahar”, causando almeno 40 morti e culminando nella cattura di Maduro e della consorte al palazzo di Miraflores. Il presidente venezuelano è stato trasferito a Brooklyn per affrontare accuse di narcotraffico, mentre Trump annuncia una gestione statunitense “fino a una transizione sicura”. Ma dietro questa dimostrazione di forza militare si cela una trama diplomatica ben più complessa e inquietante.
Secondo le fonti citate dal New York Times, funzionari americani avrebbero negoziato settimane prima con Rodríguez, vicepresidente esecutiva e ministra del Petrolio, la sua ascesa a leader ad interim. Washington è convinta che lei promuoverà gli interessi delle compagnie petrolifere americane sulle riserve più vaste al mondo, proteggendo e sostenendo futuri investimenti nel settore energetico. Gli Stati Uniti lodano la gestione che Rodríguez ha fatto dell’industria petrolifera, considerandola garante affidabile in un momento in cui le major americane sono pronte a sbarcare nel paese sudamericano. La sua leadership sarebbe “più accettabile” rispetto a quella di Maduro, che aveva respinto un ultimatum per andare in esilio in Turchia.
Questa rivelazione solleva domande profonde e perturbanti. Maduro, delfino di Chávez e custode dell’ortodossia bolivariana, sarebbe stato tradito da un insider governativo e forse dalla stessa Rodríguez, figura chiave del regime ma notoriamente più pragmatica sui petrodollari. La CIA avrebbe infiltrato informatori nel cuore del chavismo, preparando il terreno per un’operazione che appare sempre meno come un’azione unilaterale e sempre più come una transizione orchestrata con la complicità di settori del regime stesso. Se confermato, questo costituisce un tradimento di proporzioni storiche, dove il potere e la sopravvivenza personale prevalgono sull’ideologia e sulla fedeltà al leader.
La Corte Suprema venezuelana ha nominato Rodríguez presidente ad interim, e il Brasile l’ha prontamente riconosciuta. Eppure, pubblicamente lei ha risposto chiedendo la liberazione di Maduro e giurando fedeltà al “presidente unico”. Appoggerà davvero Trump o sta giocando una partita a scacchi per sopravvivere politicamente? Le sue dichiarazioni pubbliche negano ogni collaborazionismo, ma i contatti già avviati con il segretario di Stato Rubio indicano un pragmatismo che potrebbe tradursi in concessioni sostanziali. Proteggerà gli investimenti americani per stabilizzare un’economia devastata da anni di gestione inefficiente e sanzioni, tradendo però l’ideologia bolivariana in cambio di sanzioni alleviate e riconoscimento internazionale. È il doppio gioco classico dei satrapi chavisti, dove la realpolitik prevale sull’ortodossia rivoluzionaria.
La centralità del petrolio in questa vicenda non sorprende, ma la sua esplicitazione è quasi brutale. Washington non nasconde che Rodríguez è preferibile perché garantirà gli interessi delle compagnie americane. Questa franchezza ribalta decenni di retorica sulla promozione della democrazia e dei diritti umani: qui si parla apertamente di interessi economici come movente primario. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere certificate al mondo, ma l’industria è stata devastata. Per Washington, riaprire questo mercato significa competere con l’influenza cinese e russa nella regione, assicurarsi forniture energetiche strategiche e riaffermare il proprio peso nell’emisfero occidentale.
Sul terreno, la situazione è caotica. Esplosioni hanno scosso Caracas, mentre l’opposizione guidata da María Corina Machado e Edmundo González rivendica il potere e chiede scarcerazioni immediate. La crisi umanitaria si aggrava: Eni monitora le proprie operazioni sul gas, Starlink offre banda gratuita per facilitare le comunicazioni, ma le proteste interne proliferano e la questione dei detenuti stranieri, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Biagio Pilieri, rimane un nodo critico. Il ministro Tajani spera che il cambio di regime faciliti i rimpatri, ma l’incertezza è totale su chi effettivamente controlli il paese e quali saranno le priorità del nuovo potere.
Le reazioni internazionali disegnano la mappa delle alleanze contemporanee con precisione chirurgica. La Cina ha chiesto l’immediato rilascio di Maduro, l’Iran ha denunciato il “terrorismo di Stato” attraverso il ministro degli Esteri Araghchi in un colloquio con l’omologo venezuelano Yvan Gil, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite contro quello che definisce un attacco illegale. La Corea del Nord ha parlato di “grave violazione della sovranità” e di un “esempio della natura canaglia e brutale degli Stati Uniti”. Mosca, Pechino e Teheran formano l’asse prevedibile di opposizione, regimi autoritari che vedono in questa operazione un precedente pericoloso per la propria sopravvivenza.
Ma è Israele a offrire la nota più interessante, con Netanyahu che sostiene apertamente “la forte azione degli Stati Uniti” esprimendo “il sostegno dell’intero governo” alla “risoluta decisione” di Washington per “ripristinare la libertà e la giustizia” in Venezuela. Questa posizione va letta nel contesto del consolidamento dell’asse tra l’amministrazione Trump e Israele, ma anche come segnale di una visione geopolitica più ampia: legittimare interventi unilaterali potrebbe creare precedenti utilizzabili in altri contesti regionali.
L’Europa si divide: l’Unione Europea evita di prendere posizioni nette sullo spazio aereo e sulle operazioni militari, mentre von der Leyen spinge cautamente per una transizione pacifica. Il Giappone si distingue per una cautela quasi imbarazzata, con la premier Sanae Takaichi che ribadisce il rispetto per “libertà, democrazia e stato di diritto” ma evita giudizi sull’operazione militare. I media giapponesi sollevano interrogativi procedurali sull’assenza di autorizzazione congressuale americana e sull’assenza di una minaccia immediata alla sicurezza nazionale. È una posizione che riflette il disagio di molte democrazie liberali: come conciliare l’alleanza con Washington con il rispetto del diritto internazionale?
Negli Stati Uniti stessi, democratici come il senatore Tim Kaine hanno già annunciato che bloccheranno ulteriori raid senza autorizzazione del Congresso, aprendo un fronte interno che potrebbe limitare la libertà d’azione di Trump.
In questo scenario, l’appello di Papa Leone XIV dopo l’Angelus rappresenta forse l’unica prospettiva che tenta di sottrarsi alla logica delle sfere d’influenza e degli interessi petroliferi. Davanti ai fedeli in piazza San Pietro, il Pontefice ha dichiarato con “animo colmo di preoccupazione” che “il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione”, invocando il superamento della violenza, cammini di giustizia e pace, la garanzia della sovranità del paese, il rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani e civili, con “speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”.
In un paese dove l’80% della popolazione è cattolica, questo richiamo morale non è un semplice gesto simbolico. Il Papa potrebbe galvanizzare negoziati alle Nazioni Unite, pressare Rodríguez per concessioni umanitarie e amnistie che includano i detenuti stranieri come gli italiani, e seminare dubbi etici sull’operazione americana anche all’interno degli Stati Uniti, dove la sensibilità religiosa resta significativa. La diplomazia vaticana può facilitare dialoghi multilaterali contro l’unilateralismo, favorendo un processo inclusivo che eviti ulteriori spargimenti di sangue. Non fermerà certamente gli interessi petroliferi, ma potrebbe creare spazi di negoziato che altrimenti non esisterebbero, influenzando non l’immediato ma il medio termine della transizione venezuelana.
Ciò che emerge da questa vicenda è un nuovo modello di cambio di regime: non più il colpo di stato militare tradizionale degli anni della Guerra Fredda, né l’invasione su larga scala come in Iraq, ma un’operazione chirurgica accompagnata da accordi preventivi con settori del regime stesso. Se confermato, questo schema ridefinisce le regole del gioco internazionale in modo profondo e inquietante. Il Venezuela rischia di trasformarsi in un laboratorio dove si sperimenta fino a che punto la sovranità nazionale possa essere negoziata e ridefinita dall’esterno, con la complicità di élite locali disposte a sacrificare l’indipendenza in cambio della propria sopravvivenza al potere.
Se Delcy Rodríguez davvero guiderà il paese con il mandato implicito di servire interessi stranieri, il Venezuela avrà sostituito un’autocrazia con un protettorato mascherato da transizione democratica. La vera domanda non è se Maduro fosse un tiranno da rimuovere, su questo esistono poche dispute, ma se il metodo utilizzato e il futuro prefigurato rispettino quel principio di autodeterminazione dei popoli che, almeno formalmente, continua a costituire il fondamento dell’ordine internazionale post-1945. Le prossime settimane diranno se il Venezuela riuscirà a riappropriarsi del proprio destino attraverso elezioni autenticamente libere e un processo democratico genuino, o se diventerà semplicemente l’ultimo capitolo di una storia ciclica di dominio esterno, dove le bandiere cambiano ma la sostanza della dipendenza rimane immutata.

 

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