Scelgo deliberatamente di non soffermarmi sulle dichiarazioni della presidente del Consiglio e di esponenti del governo italiano che hanno tentato di giustificare l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela non ricorrendo più alla dicotomia tra “Stato aggressore” e “Stato aggredito”e utilizzando chiavi di lettura che non reggono più alla prova del diritto internazionale contemporaneo.In effetti se davvero si applicasse in modo coerente quella logica, l’Italia per restare fedele ai propri principi dichiarati nel conflitto russo-ucraino, dovrebbe allora sostenere militarmente il Venezuela nel suo diritto alla difesa.
Pertanto lascio le assurdità giuridiche e politiche che si smentiscono da sole. Ma, più ancora, una retorica che provoca ormai solo stanchezza. Ho già speso troppo inchiostro, in questi mesi, per smontare narrazioni governative fragili, contraddittorie e funzionali più all’allineamento geopolitico che alla tutela del diritto e delle persone. Continuare a farlo sarebbe inutile. E, francamente, il voltastomaco è una reazione comprensibile.
Per questo, ciò che segue non è una replica alle dichiarazioni ufficiali, ma un’analisi dei fatti, delle loro conseguenze e delle responsabilità reali che questa crisi apre sul piano umano, giuridico e storico. A partire da un nome preciso: Alberto Trentini.
Va detto con nettezza, senza indulgenze né alibi retorici: l’attacco degli Stati Uniti in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro hanno aggravato in modo diretto e concreto la condizione di Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto da oltre un anno nel carcere politico di El Rodeo. Non si tratta di una conseguenza collaterale o imprevedibile, ma di un effetto noto, storicamente ricorrente, che ogni governo responsabile avrebbe dovuto anticipare. L’Italia non lo ha fatto. E questa omissione pesa.
Trentini non è un nome sullo sfondo di una crisi geopolitica. È un cittadino italiano privato della libertà senza accuse, senza processo, senza garanzie minime, trattenuto in una delle prigioni più dure del Venezuela. È, nei fatti, un ostaggio politico. E ogni escalation militare, ogni atto unilaterale che umilia la sovranità di uno Stato autoritario, aumenta il valore simbolico – e quindi il rischio – degli ostaggi già nelle sue mani. Fingere di non saperlo equivale a mentire.
La violazione del diritto internazionale compiuta dagli Stati Uniti non è una questione astratta da convegno accademico. Produce effetti materiali, immediati, misurabili. Quando un capo di Stato viene catturato al di fuori di qualsiasi mandato internazionale e senza una cornice multilaterale, il messaggio che passa è semplice: la forza prevale sul diritto. In questo contesto, chi è già detenuto senza tutela diventa doppiamente vulnerabile.
Alberto Trentini paga anche questo prezzo.
Ed è qui che il silenzio , o peggio, l’allineamento automatico , del governo italiano diventa politicamente e moralmente inaccettabile. Per mesi l’esecutivo ha oscillato tra dichiarazioni di rito e una diplomazia “discreta” che discreta non è stata, ma inermi. Nessuna iniziativa incisiva, nessuna pressione pubblica strutturata, nessuna assunzione di responsabilità in sede europea. Quando la forza sostituisce il diritto, tacere non è prudenza: è complicità passiva.
Da giornalista che segue il caso Trentini con continuità, sulle pagine del Corriere Nazionale e de L’Eco del Sannio, non posso che constatare il fallimento della diplomazia italiana, non come incidente ma come modello. Una diplomazia che si è rifugiata nel silenzio, che ha tollerato mediatori improvvisati e millantatori, che ha confuso la cautela con l’inerzia. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: Trentini è ancora a El Rodeo, senza accuse, senza processo, senza una data, mentre il contesto attorno a lui peggiora.
La storia insegna che i regimi sotto pressione esterna non si aprono: si chiudono. Reprimono. Usano i detenuti come messaggi viventi. È accaduto a Cuba, all’Iran, alla Russia. Sta accadendo oggi in Venezuela. Pensare che un’azione muscolare possa migliorare la sorte di un ostaggio occidentale è un’illusione pericolosa. Ogni giorno che passa dopo l’attacco Usa rende la posizione di Trentini più fragile, non più solida.
Gli scenari che si aprono sono cupi. Nel breve periodo, è realistico temere un irrigidimento del regime carcerario e un aumento delle ritorsioni sui detenuti politici e sugli stranieri. Nel medio periodo, l’instabilità venezuelana rischia di trasformarsi in caos sistemico, rendendo ogni trattativa ancora più remota. Nel lungo periodo, se questo precedente viene accettato senza reazione, si normalizzerà un mondo in cui i cooperanti diventano bersagli geopolitici sacrificabili.
Per questo il caso Trentini non è un dossier consolare come gli altri. È una cartina di tornasole. Per l’Italia, che deve decidere se intende davvero proteggere i propri cittadini o limitarsi a seguirne altri nelle scelte più comode. Per l’Europa, che deve smettere di essere spettatrice. E per l’Occidente, che non può proclamare il primato del diritto mentre lo sospende appena diventa scomodo.
Alberto Trentini non è una variabile secondaria. È il punto di rottura. La misura concreta del prezzo umano che si paga quando il diritto internazionale viene calpestato e quando la diplomazia rinuncia alla sua funzione più alta: proteggere le persone, non allinearsi ai più forti. In gioco non c’è solo la sua libertà. C’è la credibilità di uno Stato che pretende di dirsi civile mentre lascia un suo cittadino in una cella, più solo ogni giorno che passa.
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