Ci hanno ripetuto per anni che l’età degli imperi fosse finita. Che il mondo fosse entrato in una fase “post-imperiale”, regolata dal diritto internazionale, dal multilateralismo, da un equilibrio fondato sulle regole e non sulla forza. È stata una narrazione rassicurante. E falsa.
Gli imperi non scompaiono: mutano linguaggio, strumenti, giustificazioni morali. Ma restano fedeli alla loro natura originaria. La potenza viene prima di tutto. Non il benessere, non la stabilità, non la giustizia. La potenza.
L’attacco ordinato da Donald Trump contro il Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie, non è un incidente della storia né un eccesso momentaneo. È un atto imperiale nel senso più classico del termine. Non perché sia privo di una narrazione morale , al contrario, ne è saturissimo , ma perché rivela senza infingimenti la gerarchia reale dei valori: la forza prima del diritto, la supremazia prima delle regole, la volontà prima delle istituzioni.
Dario Fabri lo ripete con lucidità costante: l’impero non vive per il welfare, ma per la propria espansione e sicurezza. Il benessere è affare delle province, delle periferie, degli Stati che si illudono di poter vivere di rendita sotto l’ombrello di una potenza più grande. L’impero, invece, ragiona in termini di spazio, deterrenza, dominio. E quando ritiene che una minaccia , reale o simbolica , debba essere eliminata, agisce.
Non è una novità. È la storia.
Tacito, quasi duemila anni fa, lo aveva già compreso e messo in scena con una lucidità che oggi inquieta. Nell’Agricola, attribuisce al capo britanno Calgaco un discorso che è una radiografia eterna dell’imperialismo:
“Rapinatori del mondo: dopo che a loro, devastando tutto, sono venute a mancare le terre, scrutano anche il mare.
Se il nemico è ricco, sono avidi; se è povero, sono ambiziosi.
Né l’Oriente né l’Occidente li ha saziati.
Rubare, trucidare, rapire: con falso nome lo chiamano impero;
e dove fanno il deserto, lo chiamano pace.”
Sostituire “Roma” con “Washington” non è un esercizio polemico: è un’operazione storica. Cambiano le bandiere, non la logica. Anche oggi l’impero chiama “giustizia” ciò che nasce da un atto unilaterale di forza. Chiama “sicurezza globale” ciò che è affermazione di supremazia. Chiama “ordine” ciò che è, in realtà, un messaggio indirizzato a tutti: nessuno è intoccabile.
Trump non ha agito come un’anomalia del sistema internazionale, ma come la sua versione più sincera. Ha strappato il velo dell’ipocrisia liberal, mostrando ciò che spesso resta sottotraccia: il diritto internazionale vale finché non intralcia l’interesse strategico della potenza dominante. Quando lo intralcia, viene aggirato, reinterpretato o semplicemente ignorato.
Il punto non è difendere Maduro , figura politicamente e moralmente controversa , ma interrogarsi sul precedente. Perché se un impero può catturare militarmente un capo di Stato straniero e processarlo nei propri tribunali, allora il diritto internazionale non è più un argine, ma un orpello. E se il principio diventa quello della “giurisdizione del più forte”, il mondo torna a essere uno spazio di caccia, non di convivenza.
Virgilio, nell’Eneide, faceva dire ad Anchise che il destino di Roma fosse “parcere subiectis et debellare superbos” , risparmiare i sottomessi e abbattere i superbi. Ogni impero, ieri come oggi, si racconta così: giusto con i fedeli, spietato con i ribelli. Ma chi decide chi è “superbo”? Sempre l’impero stesso.
L’illusione più pericolosa del nostro tempo è credere che la storia abbia superato queste dinamiche. Non le ha superate: le ha solo rese più sofisticate. Oggi l’impero non parla più latino, parla il linguaggio della legalità selettiva, dei “criminali globali”, delle operazioni chirurgiche. Ma il risultato non cambia.
Gli imperi fanno gli imperi.
E quando tornano a farlo apertamente, come in questi giorni, non è mai solo una questione di politica estera. È un promemoria brutale per tutti gli altri: la pace non è un diritto garantito, ma una concessione revocabile. E la storia, quando si sente tradita, torna sempre a presentare il conto.
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