Un’analisi sulla stretta del Viminale tra derive autoritarie, doppi standard e il diritto costituzionale alla protesta
L‘ editoriale del Direttore Daniela Piesco
Il confine tra sicurezza e soppressione del dissenso non è mai stato così labile. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi annuncia misure sempre più restrittive contro le manifestazioni pro-Palestina – invocando la protezione di “obiettivi sensibili” – l’Italia si trova a un bivio cruciale: garantire l’ordine pubblico o imbavagliare sistematicamente voci scomode?
I numeri raccontano una storia inequivocabile. Nel 2025, le autorizzazioni per cortei pro-Palestina sono crollate del 30%, mentre le manifestazioni di altre sigle – incluse quelle dell’estrema destra – hanno registrato un incremento del 15%. Non si tratta di coincidenze statistiche, ma di scelte politiche precise che sollevano interrogativi profondi sulla tenuta democratica del Paese.
Il Viminale ha costruito una complessa cartografia del controllo urbano. Sinagoghe, ambasciate israeliane, cantieri infrastrutturali: tutto diventa “obiettivo sensibile” quando si tratta di limitare manifestazioni legate alla questione palestinese. Roma, Torino, Milano – le prefetture applicano un protocollo di prevenzione che spesso sconfina nella preclusione sistematica del diritto di assemblea.
Il caso del 5 ottobre 2024 è emblematico: il corteo dei “Giovani Palestinesi” vietato a Roma con provvedimenti notturni, motivati da generici “rischi di degenerazione”. Eppure, nello stesso periodo, commemorazioni neofasciste – comprese quelle legate all’anniversario di Piazza Fontana – hanno ricevuto via libera con semplice “monitoraggio costante”.
Dove sta la coerenza? Quando Piantedosi viene interrogato sulle ronde di Forza Nuova a Torpignattara, la risposta è un capolavoro di diversione dialettica: il focus scivola immediatamente su No Tav e presunti finanziamenti a Hamas. Una tecnica collaudata per evitare di affrontare l’elefante nella stanza: il doppio standard applicato alle manifestazioni secondo l’orientamento politico.
Le cifre fornite dal Viminale meritano un’analisi critica. Sì, ci sono stati 1.460 denunce e 20 arresti legati a manifestazioni pro-Gaza nel 2025. Ma quanti fermi preventivi? Quante identificazioni di massa? Quante cariche “di alleggerimento” su cortei pacifici?
Dall’altra parte, le statistiche su Forza Nuova e sigle neofasciste brillano per opacità. “Monitoraggio costante”, si ripete come un mantra. Ma monitorare non significa impedire, non comporta i divieti preventivi riservati a chi sventola bandiere palestinesi o scandisce slogan contro le politiche israeliane.
L’equazione è distorta: manifestare solidarietà alla Palestina viene equiparato a rischio terroristico, mentre marce che rievocano nostalgicamente ventennio fascista – in palese violazione delle leggi Scelba e Mancino – ricevono trattamento di favore mascherato da neutralità istituzionale.
Il concetto di “contenimento” merita attenzione particolare. Nelle democrazie mature, contenere significa gestire situazioni di tensione reale, non soffocare preventivamente l’espressione di idee sgradite. Quando Piantedosi parla di “equilibrio tra sicurezza e libertà di espressione”, nella pratica questo equilibrio pende drammaticamente da una parte sola.
Gli sgomberi di centri sociali come Askatasuna e Spin Time – operazioni militari con centinaia di agenti – vengono giustificati con l’etichetta di “covi di antagonisti”. Eppure, questi spazi hanno rappresentato per anni luoghi di aggregazione sociale, assistenza a migranti, cultura alternativa. Smantellarli significa eliminare non solo presunti focolai di violenza, ma interi ecosistemi di dissenso organizzato.
La strategia è trasparente: frammentare, isolare, criminalizzare. Ogni slogan diventa “istigazione”, ogni striscione “minaccia all’ordine pubblico”. Il risultato? Un’autocensura crescente: molte organizzazioni rinunciano a manifestare, consapevoli che ogni iniziativa sarà sottoposta a controlli invasivi, deviazioni di percorso umilianti, identificazioni di massa.
La questione dell’antisemitismo viene strumentalizzata con cinismo preoccupante. Certo, i 733 episodi registrati post-7 ottobre 2023 sono intollerabili e vanno contrastati con fermezza. Ma utilizzare questa emergenza reale per delegittimare qualsiasi critica alle politiche israeliane è operazione intellettualmente disonesta e politicamente pericolosa.
Criticare le azioni del governo Netanyahu non è antisemitismo. Manifestare solidarietà al popolo palestinese non equivale a sostenere Hamas. Questa distinzione – elementare per chiunque abbia una minima familiarità con la complessità del conflitto mediorientale – viene sistematicamente ignorata dal Viminale, che preferisce agitare lo spauracchio del “terrorismo islamico” per giustificare restrizioni sempre più severe.
Le 90 espulsioni di “lupi solitari” , categoria nebulosa che include chiunque, dall’attivista al semplice simpatizzante , testimoniano una deriva securitaria che sacrifica garanzie giuridiche sull’altare dell’efficienza repressiva. Chi controlla i controllori? Con quali criteri si stabilisce la pericolosità di un individuo? Quante di queste espulsioni hanno retto al vaglio giudiziario?
L’articolo 17 tradito
«I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi». L’articolo 17 della Costituzione non prevede asterischi, non contempla deroghe basate sull’orientamento politico delle manifestazioni. Eppure, nella pratica quotidiana delle questure italiane, questo diritto fondamentale viene progressivamente svuotato attraverso interpretazioni creative del concetto di “preavviso” e “ordine pubblico”.
Quando un’autorità prefettizia vieta un corteo alle tre di notte – con motivazioni generiche su “possibili turbative” – senza coinvolgere gli organizzatori in un dialogo costruttivo su percorsi alternativi, non sta tutelando l’ordine pubblico: sta esercitando censura preventiva.
La Corte Costituzionale ha ripetutamente ricordato che il diritto di manifestazione può essere limitato solo in presenza di pericoli concreti e imminenti, non sulla base di valutazioni discrezionali o pregiudizi ideologici. Il Viminale di Piantedosi sembra aver dimenticato questi principi fondamentali.
No Tav e pro-Palestina: il nemico interno
L’accostamento sistematico tra movimenti No Tav e manifestazioni pro-Palestina rivela la vera natura dell’operazione in corso: costruire un nemico interno indefinito, un’area grigia di “antagonisti” che minaccerebbero la sicurezza nazionale.
Sì, ci sono stati episodi di violenza in Val di Susa – occupazioni autostradali, incendi a cantieri. Ma equiparare decenni di resistenza territoriale contro un’opera contestatissima a presunte infiltrazioni terroristiche è operazione di propaganda, non di analisi seria. E mischiare nella stessa pentola attivisti ambientalisti e sostenitori della causa palestinese serve unicamente a giustificare una strategia repressiva indiscriminata.
La definizione di “guerriglia urbana” utilizzata da Piantedosi non è neutrale: evoca scenari anni di piombo, legittima risposte militarizzate, prepara l’opinione pubblica ad accettare misure sempre più draconiane. È la stessa retorica che accompagna ogni stagione di compressione delle libertà civili.
Il silenzio complice
Dove sono le voci della politica democratica? Dove l’opposizione parlamentare? Il panorama è desolante: qualche interrogazione timida, comunicati stampa dimenticati dopo un giorno, nessuna mobilitazione reale contro questa deriva autoritaria.
Anche parte della società civile tace. Sindacati, associazioni per i diritti umani, organizzazioni che dovrebbero essere baluardi delle libertà costituzionali preferiscono il profilo basso, terrorizzate dall’etichetta di “fiancheggiatori degli antagonisti” o, peggio, di “antisemiti”.
Questo silenzio è pericoloso quanto le misure repressive stesse. Perché normalizza l’eccezione, rende accettabile l’inaccettabile, trasforma gradualmente una democrazia in democrazia sorvegliata.
Le alternative possibili
Esistono modelli alternativi di gestione dell’ordine pubblico. In Germania, nonostante tensioni paragonabili sulle manifestazioni pro-Palestina, le autorità hanno privilegiato il dialogo con gli organizzatori, la definizione concordata di percorsi, la presenza discreta ma non invasiva delle forze dell’ordine. Risultato? Meno violenze, meno scontri, più rispetto reciproco.
In Italia, invece, prevale l’approccio muscolare: schieramenti massicci, blindati, idranti pronti all’uso. Una scenografia che trasforma ogni corteo in potenziale campo di battaglia, che cristallizza contrapposizioni invece di gestire tensioni.
Il “contenimento equilibrato” tanto decantato dal Viminale si traduce in pratica in compressione sistematica. Servirebbero investimenti in mediazione, formazione specifica per le forze dell’ordine sui diritti costituzionali, protocolli chiari e trasparenti sui criteri di autorizzazione delle manifestazioni. Invece, si sceglie la via breve della repressione, politicamente redditizia ma democraticamente devastante.
Il ruolo dell’informazione
I media mainstream hanno responsabilità enormi in questa deriva. Troppo spesso si limitano a rilanciare comunicati del Viminale senza verifiche, ad amplificare la narrazione securitaria senza analisi critiche, a costruire l’immagine di manifestanti come “facinorosi” pronti alla violenza.
Quando un corteo pacifico di migliaia di persone viene ridotto a “scontri con la polizia” per le azioni di poche decine di infiltrati – spesso provocatori o agenti di PS in borghese, come emerso in passate inchieste – si compie operazione di disinformazione. Quando si dedica ampio spazio a vetrine infrante e nessuno ai contenuti delle rivendicazioni, si abdica al ruolo di giornalismo d’inchiesta.Servono reportage sul campo, interviste agli organizzatori, analisi giuridiche sulle ordinanze prefettizie, confronto tra dati ufficiali e testimonianze dirette. Invece, troppo spesso prevale il copia-incolla di agenzie, la pigrizia intellettuale mascherata da oggettività.
Verso le piazze imbavagliate?
Il rischio è concreto: che l’Italia scivoli progressivamente verso un modello in cui manifestare diventi possibile solo per chi ha idee gradite al governo di turno. Un modello in cui la sicurezza non protegge i cittadini ma l’esecutivo, dove l’ordine pubblico significa ordine del potere.
Non è fantapolitica, è una tendenza osservabile nei fatti: meno autorizzazioni, più divieti, sanzioni crescenti, identificazioni di massa, uso spregiudicato di Daspo urbani e fogli di via. Strumenti che, nati per contrastare criminalità organizzata e hooliganismo, vengono oggi applicati a studenti, attivisti, cittadini che esercitano un diritto costituzionale.
La Corte Costituzionale deve intervenire, ripristinando gerarchie normative chiare: la Costituzione sopra le circolari ministeriali, i diritti fondamentali sopra le convenienze politiche. Servono pronunciamenti inequivocabili che ricordino al Viminale i limiti del proprio potere discrezionale.
La responsabilità di vigilare
Giornalisti, giuristi, accademici, semplici cittadini: ognuno ha responsabilità in questo momento cruciale. Perché la democrazia non è un dato acquisito, è un equilibrio fragile che richiede manutenzione costante, vigilanza quotidiana, coraggio di denunciare quando i pilastri vengono erosi.Le piazze sono termometro della libertà reale, non di quella declamata nei discorsi ufficiali. Se oggi possiamo manifestare solo con il permesso preventivo dell’autorità, seguendo percorsi imposti, pronunciando solo slogan approvati, sventolando bandiere gradite, allora non siamo in democrazia compiuta ma in democrazia condizionata.
La stretta del Viminale non riguarda solo chi vuole manifestare per la Palestina o contro grandi opere. Riguarda chiunque domani potrebbe avere idee scomode, posizioni critiche, rivendicazioni che disturbano. Perché i precedenti autorizzano, le restrizioni si consolidano, gli spazi di libertà, una volta perduti, raramente vengono recuperati.
La democrazia si misura nelle piazze, non nei blindati. Questa frase, semplice quanto diretta, racchiude l’essenza della questione. Un Paese che ha paura delle proprie piazze, che deve militarizzare ogni manifestazione, che criminalizza preventivamente il dissenso, è un Paese malato di autoritarismo.
Il ministro Piantedosi può invocare sicurezza, emergenze, minacce terroristiche. Ma la storia insegna che ogni restrizione delle libertà comincia con nobili giustificazioni e finisce con sistemi oppressivi consolidati. Il discrimine è sottile, il pendio scivoloso.
Prima che il contenimento diventi censura irreversibile, prima che le piazze italiane diventino desertificate per paura o impossibilitate per divieti, serve un sussulto di coscienza collettiva. Serve ricordare che i diritti non si negoziano, le libertà non si concedono, la Costituzione non è optional.
Altrimenti, fra qualche anno, ci ritroveremo a raccontare ai più giovani di quando in Italia si poteva ancora manifestare liberamente. E saranno racconti di un tempo che non tornerà più.
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