Chiudere il 2025 con una riflessione sull’emigrazione e sull’immigrazione non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di responsabilità civile. Il Sannio, più di altri territori, dovrebbe saperlo. Perché qui la migrazione non è una categoria astratta del dibattito pubblico: è carne viva, memoria familiare, storia incisa nei cognomi e nelle assenze.
Oggi ci preoccupiamo – giustamente – dell’emorragia di giovani che svuota i nostri paesi e spinge intere generazioni verso il Nord Italia o oltre confine. Allo stesso tempo, manifestiamo fastidio, talvolta aperta insofferenza, verso i migranti che incontriamo lungo i marciapiedi della città, spesso ridotti alla mendicità. Ma quanti di noi sono davvero disposti a compiere un salto indietro nella memoria collettiva? A ricordare quando, nel secolo scorso, migliaia di sanniti partivano con la valigia di cartone verso le Americhe o l’Europa del Nord?
I numeri non sono opinioni: dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento, oltre 200.000 cittadini del Sannio hanno lasciato questa terra. Una cifra impressionante, pari a più del 70% dell’attuale popolazione provinciale. Uomini e donne che subirono umiliazioni sistematiche: allo sbarco a New York, nei ghetti operai di Monaco di Baviera, davanti ai cartelli infami affissi sui portoni di Torino – “Vietato ai meridionali”. Era razzismo, anche se allora lo chiamavamo in altro modo.
Oggi la percezione pubblica dei flussi migratori è frammentaria e spesso deformata. Le politiche governative – non solo dell’attuale maggioranza – sembrano concentrate quasi esclusivamente sul respingimento, come se ci trovassimo di fronte a un fenomeno inedito. Non lo è. La migrazione è un movimento disordinato solo in apparenza: nella realtà è spesso il prodotto di guerre, disuguaglianze economiche, crisi climatiche e, soprattutto, di un sistema criminale che traffica esseri umani come merce, lucrando migliaia di euro su ogni singola vita.
Eppure, troppo spesso, si colpiscono le vittime anziché gli sfruttatori. Una contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità delle politiche migratorie europee. Il Sannio, che per oltre un secolo è stato terra di emigrazione, oggi è anche territorio di immigrazione. Gli immigrati non sono solo le figure visibili sui marciapiedi cittadini: sono migliaia di persone, regolari e irregolari, che lavorano in agricoltura, nei servizi domestici, nell’assistenza agli anziani. Rappresentano oltre il 10% della popolazione e contribuiscono, nel silenzio generale, a contenere lo spopolamento delle scuole e il collasso del welfare familiare.
Non possiamo ignorare un dato strutturale: l’Italia è un Paese che invecchia rapidamente. Nei prossimi cinquant’anni la popolazione potrebbe ridursi di circa il 40%. Come ha ricordato Romano Prodi, questo andamento demografico “ci obbligherà a un rapido cambiamento nel campo dei fenomeni migratori”, fino ad aprire una vera e propria concorrenza globale per attrarre nuovi residenti. Altro che guerra ai migranti: la realtà demografica finirà per imporre scelte che oggi molti fingono di non vedere.
Bloccare l’emigrazione clandestina è necessario. Ma farlo significa soprattutto agire a monte: stipulare accordi politico-economici seri con i Paesi di partenza e di transito, spezzare le reti del traffico criminale, costruire canali legali e governati di ingresso. I respingimenti, da soli, non sono una politica: sono una scorciatoia comunicativa.
C’è poi un livello più basso, ma non meno significativo, della questione: quello della civiltà quotidiana. A Benevento, davanti alla Questura, donne e bambini attendono per ore in fila. Una pensilina senza panchine da un lato, panchine senza copertura dall’altro: o ti siedi sotto il sole e la pioggia, o ti ripari restando in piedi. Qualcuno ha provato a rimediare, chiedendo di collocare due panchine sotto la pensilina, avviando regolarmente le autorizzazioni. Il Comune ha dato il via libera. La Questura no. Il motivo? Un divieto ministeriale: non si può scrivere la parola “migranti” su una panchina.
È un episodio piccolo solo in apparenza. Perché racconta molto di più di mille proclami: racconta la paura delle parole, prima ancora delle persone. Eppure le nostre città sono piene di panchine dedicate a memorie ed eventi. Ma una panchina per i migranti no, quella sarebbe “fuori legge”. Un paradosso che stride con la storia di un Paese intero, e con quella di un ministro dell’Interno che, come tanti, ha sicuramente avuto parenti emigrati.
La risposta, però, non è la resa. Se non si possono mettere panchine sotto una pensilina, si costruirà una pensilina sopra le panchine esistenti. Con il nome dei migranti. Basterà l’autorizzazione del Comune. Perché il rispetto non dovrebbe mai aver bisogno di un nulla osta ministeriale.
Il Sannio, terra di partenze e di ritorni mancati, oggi si trova davanti a uno specchio. Guardarlo con onestà significa riconoscere che la migrazione non è un’emergenza da rimuovere, ma una realtà strutturale da governare con intelligenza, memoria e umanità. Senza retorica, ma anche senza paura.

 

pH Pixabay senza royalty

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