La notte di San Silvestro si avvicina e, come ogni anno, si ripropone il tema dei fuochi d’artificio. Ma questa volta qualcosa sta cambiando. I provvedimenti adottati dai comuni del Sannio non sono semplici ordinanze amministrative: rappresentano un segnale culturale che merita attenzione e riflessione profonda.
Dietro i divieti e le limitazioni imposte da Benevento, Montesarchio, Faicchio e altri centri della provincia si nasconde una domanda fondamentale: di quale felicità abbiamo bisogno per celebrare? È davvero necessario che la nostra gioia si manifesti attraverso esplosioni assordanti, fumi tossici e il terrore di esseri viventi indifesi?
La tradizione dei botti di Capodanno affonda le radici in credenze antiche, legate all’idea di scacciare gli spiriti maligni e inaugurare l’anno nuovo con fragore. Ma in una società evoluta, consapevole e sensibile, è tempo di interrogarsi sulla validità di questo retaggio. Non si tratta di abolire la festa o di imporre un grigiore puritano alle celebrazioni, ma di ridefinire il concetto stesso di festeggiamento collettivo.
Gli animali domestici e selvatici vivono ore di autentico terrore. I loro sensi, infinitamente più sviluppati dei nostri, percepiscono le esplosioni come minacce mortali. Cani e gatti si nascondono tremanti, uccelli perdono l’orientamento nella notte illuminata artificialmente, animali da cortile muoiono per shock cardiaco. È questa la cornice che vogliamo dare alla nostra celebrazione? Il prezzo della nostra tradizione è accettabile quando si misura in sofferenza pura?
Ma c’è di più. Bambini piccoli, anziani, persone con disturbi dello spettro autistico, chi soffre di disturbi post-traumatici da stress: per queste persone i botti non sono folklore, sono un incubo. Famiglie intere si barricano in casa, cercando di attutire il fragore che penetra dalle finestre, accompagnando con gesti di conforto chi sta vivendo momenti di autentico panico.
E poi c’è la questione ambientale, spesso trascurata nel dibattito pubblico. I residui chimici dei fuochi d’artificio contaminano aria, suolo e falde acquifere. Particolato fine, metalli pesanti, composti chimici tossici: il prezzo ecologico di pochi minuti di spettacolo pirotecnico è enormemente sproporzionato rispetto al beneficio.
Senza dimenticare l’aspetto della sicurezza. Ogni anno i pronto soccorso registrano decine di feriti, spesso giovani o giovanissimi, vittime di petardi esplosi prematuramente, di razzi impazziti, di fuochi maneggiati con irresponsabilità. Mani mutilate, ustioni gravi, lesioni oculari: il bilancio delle vittime dell’allegria è tragicamente costante.
Le ordinanze comunali rappresentano un primo passo importante, ma non sufficiente. Servono controlli capillari, sanzioni effettive, ma soprattutto serve un cambio di paradigma culturale. L’appello del sindaco di Pietrelcina al “buon senso” coglie il punto essenziale: non bastano i divieti se non matura una consapevolezza collettiva.
Il mercato illegale dei fuochi d’artificio, come ricordato da Libera Benevento, alimenta circuiti criminali e organizzazioni mafiose. Ogni petardo acquistato sul mercato nero è un contributo involontario alla criminalità organizzata. La legalità, in questo caso, non è solo una questione formale ma un atto di responsabilità civica.
Esistono alternative. Spettacoli di luci laser, proiezioni, eventi musicali, celebrazioni comunitarie che creano aggregazione senza distruzione. Altri paesi europei hanno già intrapreso questa strada, dimostrando che è possibile festeggiare in modo inclusivo, rispettoso e altrettanto gioioso.
La vera sfida culturale è questa: riuscire a immaginare una festa che non escluda nessuno, che non spaventi, che non inquini, che non ferisca. Una celebrazione capace di includere anche i più fragili, umani e non umani. Non è un’utopia né un moralismo fuori luogo: è semplicemente civiltà.
Il cambiamento parte dalle scelte individuali. Ogni persona che quest’anno deciderà di non accendere un petardo compie un gesto rivoluzionario. Dimostra che la propria libertà si ferma dove inizia il benessere altrui, che la tradizione può evolversi senza perdere significato, che festeggiare non significa necessariamente disturbare.
Come scrive efficacemente la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, “il botto che cambia tutto è quello che non fai”. Una frase che racchiude una verità profonda: a volte la scelta più coraggiosa è quella del silenzio, della responsabilità, del rispetto.
Mentre Benevento e gli altri comuni sanniti provano a regolamentare un fenomeno sfuggente, tocca a ciascuno di noi decidere che tipo di anno nuovo vogliamo inaugurare. Uno che inizia con il fragore della distruzione o uno che nasce nel rispetto di tutte le forme di vita?
La risposta a questa domanda definirà non solo come festeggeremo, ma chi siamo veramente come comunità.

 

pH Pixabay senza royalty

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