La manovra finanziaria 2025 approvata dalla Camera il 30 dicembre racconta una storia che va oltre i numeri dei grandi capitoli di spesa. Tra le pieghe di quella che dovrebbe essere la legge più importante dell’anno si nasconde una cartografia del potere, fatta di piccoli fiumi di denaro pubblico che scorrono verso fondazioni, parchi naturali, comuni minuscoli e associazioni di vario tipo. Un arcipelago di micro-finanziamenti che insieme disegnano un sistema dove la prossimità politica sembra contare più dell’interesse generale.
Non si tratta di grandi scandali o di ruberie manifeste. È qualcosa di più sottile e forse proprio per questo più inquietante: la trasformazione del bilancio dello Stato in uno strumento di consenso molecolare, dove ogni parlamentare può portare a casa il suo piccolo trofeo da mostrare agli elettori del territorio, dove ogni rete di relazioni viene premiata con una dotazione ad hoc.
Prendiamo le fondazioni. L’Italia ne è piena, alcune fanno un lavoro prezioso, altre sono soprattutto carrozze vuote con ambizioni importanti. Ma quando si scopre che la Società siciliana per la Storia Patria riceve 200mila euro e il suo presidente è un ex assessore di Forza Italia, che la Fondazione Pier Lombardo incassa 400mila euro ed è guidata da un altro ex consigliere forzista, o che l’Unione nazionale della Cultura antimafia ottiene 1,6 milioni con un ambasciatore candidato sindaco per il centrodestra, il dubbio sorge spontaneo: questi soldi vengono assegnati per il merito dei progetti o per la vicinanza politica dei vertici?
Il tema non è se queste organizzazioni facciano cose utili. Probabilmente molte sì. Il punto è il criterio con cui vengono selezionate e finanziate. In un paese normale, esisterebbero bandi pubblici, commissioni di valutazione indipendenti, criteri oggettivi di assegnazione. Invece qui tutto passa attraverso emendamenti parlamentari, richieste personali, canali informali. È il trionfo della discrezionalità sulla trasparenza.
Ancora più paradossale è il caso dei micro-comuni. Ottocento mila euro a San Zeno di Montagna, che ha 1522 abitanti. Significa oltre 500 euro a testa. Quattrocentoventimila euro a Claviere, 198 residenti: più di 2000 euro a persona. Un milione a Brisighella, amministrata dal centrodestra. Seicento mila a Cavezzo, guidato da Fratelli d’Italia. Viene da chiedersi: quali progetti straordinari giustificano queste cifre? O forse la vera risposta sta nelle affiliazioni politiche delle giunte locali?
Non mancano le provocazioni simboliche. Cinquantamila euro a Predappio, città natale di Mussolini. Un messaggio? Un caso? In politica le coincidenze raramente sono casuali.
Ma il vero cuore oscuro della manovra sta altrove, nascosto in un comma apparentemente tecnico. Si riducono da tre anni a uno i tempi di “raffreddamento” per i dirigenti pubblici che vogliono passare al settore privato in ambiti collegati alla loro precedente attività. Si permette ai dipendenti del Ministero dell’Economia di entrare nei consigli di amministrazione delle partecipate statali. Si eliminano le incompatibilità per incarichi commissariali in enti che prima vigilavano sulle attività dello stesso dirigente.
Tradotto dal burocratese: si spalancano le porte girevoli tra pubblico e privato, si legittimano conflitti di interesse che fino a ieri erano vietati, si crea un sistema dove chi ha lavorato per controllare un’azienda può passare a lavorarci dopo appena un anno. È la fine di quel principio di separazione che dovrebbe garantire l’imparzialità della pubblica amministrazione.
Tutto questo mentre si aumentano i dirigenti generali ai ministeri della Cultura e dell’Economia, creando nuove poltrone da distribuire. Mentre si alzano le indennità per i collaboratori diretti del Mef. Mentre si estendono i benefit per i presidenti delle autorità garanti. Un sistema che si auto-alimenta, che premia se stesso, che costruisce reti di fedeltà e dipendenza.
Certo, ci sono anche stanziamenti ragionevoli. I cinque milioni alla Scala per i 250 anni sono difendibili. I soldi per la ricerca genomica sulle piante sono un investimento nel futuro. Il milione agli Alpini per il corpo medico di emergenza ha una logica. Ma questi casi virtuosi annegano in un mare di micro-finanziamenti opachi, dove è impossibile distinguere il merito dal favore, l’interesse pubblico dalla convenienza privata.
Il problema non è solo etico, è anche economico. In un paese che fatica a crescere, che ha un debito pubblico monstre, che deve fare i conti con risorse scarse, questa dissipazione in mille rivoli è un lusso che non possiamo permetterci. Ogni euro speso male è un euro tolto a sanità, istruzione, infrastrutture, politiche sociali.
Ma è soprattutto un problema democratico. Perché questo modo di gestire la spesa pubblica corrode la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alimenta il cinismo, conferma il sospetto che la politica sia principalmente un affare tra amici, un sistema di scambio dove chi sta dentro ottiene privilegi e chi sta fuori paga il conto.
La manovra 2025 è lo specchio fedele di un paese che ha perso la capacità di distinguere tra bene comune e interesse particolare, tra merito e clientela, tra servizio pubblico e carriera personale. Un paese dove la politica non governa i processi ma distribuisce favori. E dove nessuno sembra più indignarsi davvero, perché ormai tutti hanno accettato che così funziona, che è sempre stato così, che non può cambiare.
Questa è la vera manovra: non quella dei grandi numeri che finiscono sui titoli dei giornali, ma quella dei piccoli capitoli nascosti che raccontano come funziona davvero il potere in Italia. Una mappa capillare di consenso comprato, fedeltà ricompensate, silenzi acquistati. Mille rivoli che insieme formano un fiume che porta sempre nella stessa direzione: lontano dall’interesse generale.

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