«La letteratura è sempre una spedizione nella verità.»
— Franz Kafka
Ci sono libri che si leggono e libri che ti osservano mentre li leggi. Empusium, il romanzo con cui Olga Tokarczuk torna alla narrativa dopo il Nobel, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. È un’opera che non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un dispositivo critico: prende il lettore per mano, lo conduce in un luogo apparentemente familiare — un sanatorio di montagna all’inizio del Novecento — e poi, lentamente, gli sottrae ogni certezza, come farebbe un medico crudele deciso a dimostrare quanto fragile sia il corpo della civiltà occidentale.
Il sanatorio è uno spazio sospeso, separato dal mondo e dalla Storia, e proprio per questo ideale per osservarla. Qui uomini colti, benestanti, malati di tubercolosi, trascorrono le giornate parlando. Parlano di politica, di filosofia, di religione, di scienza. Ma soprattutto parlano delle donne. Ne parlano ossessivamente, con sarcasmo, disprezzo, paternalismo, paura. È un coro compatto che ripete convinzioni antiche come se fossero leggi naturali.
Tokarczuk compie un’operazione letteraria tra le più raffinate e rischiose: lascia parlare il potere senza correggerlo. Non c’è una voce morale che interrompa il flusso, non c’è una donna che prenda parola. Tutto è affidato all’accumulo, alla reiterazione, alla nausea che lentamente cresce nel lettore. Più quei discorsi si susseguono, più rivelano la loro natura mostruosa.
Il dialogo con La montagna incantata di Thomas Mann è evidente, ma Empusium non è un omaggio: è una riscrittura polemica. Se Mann usava il sanatorio come metafora dell’Europa prima del collasso, Tokarczuk lo trasforma in una camera di decompressione ideologica, dove emergono le tossine di un pensiero patriarcale sedimentato nei secoli. Lì dove Mann cercava la dialettica, Tokarczuk smaschera la violenza strutturale.
Ma accanto a Mann, un altro confronto si impone con forza: Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Anche qui un sanatorio, anche qui la tubercolosi come condizione liminale, anche qui uomini sospesi tra vita e morte. Tuttavia, la somiglianza si arresta alla superficie. Bufalino fa del sanatorio una anticamera metafisica, un luogo in cui la malattia diventa strumento di conoscenza individuale. La tisi è una lente attraverso cui il protagonista osserva la memoria, l’amore, la colpa. È un romanzo della coscienza, scritto in una lingua barocca che sublima il dolore trasformandolo in eleganza.
Tokarczuk sceglie un’altra strada. In Empusium la malattia non rivela: denuncia. Non illumina l’io, ma espone una patologia collettiva. La tubercolosi è il sintomo di una cultura malata, non la sua metafora poetica. La scrittura è volutamente più fredda, anti-lirica, come se rifiutasse qualsiasi estetizzazione del dolore. Se Bufalino trasforma la morte in memoria, Tokarczuk la lascia agire come forza perturbante.
Anche il femminile segna una distanza decisiva. In Diceria dell’untore la donna amata è fragile, idealizzata, salvifica e perduta insieme: una figura filtrata dallo sguardo maschile. In Empusium, invece, le donne sono quasi assenti dalla scena ma onnipresenti nel discorso. Non incarnano un mito: sono il bersaglio di un sistema simbolico. Tokarczuk costruisce un romanzo femminista senza far parlare una sola donna, lasciando che siano gli uomini a condannarsi da soli.
Ed è qui che il romanzo compie il suo gesto più radicale. Alla fine, Tokarczuk svela che molte delle affermazioni misogine disseminate nel testo sono parafrasi di scritti reali: filosofi, poeti, scienziati, padri fondatori del pensiero occidentale. Il colpo è devastante. Il lettore è costretto a riconoscere che quelle idee non sono aberrazioni marginali, ma parte integrante della tradizione.
Eppure Empusium non è un pamphlet ideologico. Nelle sue pieghe si insinua un orrore arcaico, fatto di leggende, boschi inquieti, morti che non tornano. La natura, apparentemente terapeutica, si rivela ostile e ambigua. Il titolo richiama le empuse della mitologia greca, creature femminili demoniache: non come vendetta simbolica, ma come ritorno del rimosso. Ciò che la cultura ha represso ritorna sotto forma di mito e di paura.
Il protagonista stesso è una figura liminale, portatore di un segreto che lo colloca fuori dall’ordine che lo circonda. È una crepa nel sistema, la prova che ogni struttura rigida contiene già la possibilità della propria dissoluzione. Tokarczuk suggerisce che l’identità non è mai stabile, e che è proprio lì, nell’ambiguità, che si annida la possibilità di un cambiamento.
Scritto durante la pandemia, Empusium risuona inevitabilmente con il presente. Come i pazienti del sanatorio, anche noi siamo stati sospesi, ossessionati dal corpo e dalla morte, testimoni del riemergere di discorsi regressivi. Tokarczuk sembra dirci che le crisi non creano il male: lo rendono visibile.
Con questo romanzo, Olga Tokarczuk conferma di essere una delle voci più lucide e necessarie della letteratura europea. Non perché offra soluzioni, ma perché scardina le narrazioni dominanti. Empusium non consola, non chiude, non pacifica. Rimane addosso come un respiro nel buio, ricordandoci che la letteratura, quando è davvero viva, non serve a spiegare il mondo, ma a incrinarlo.

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