Di Carlo di Stanislao

“L’arte è un’astrazione: spremetela dalla natura sognando davanti ad essa.”

— Paul Gauguin

 

​Esiste un filo invisibile, teso come una corda di violino tra il gelo di un sintetizzatore degli anni Ottanta e la maestosità di una cattedrale gotica. È un filo fatto di parole che non vogliono dire ciò che dicono, o che lo dicono con una precisione così chirurgica da risultare violenta. Al centro di questo reticolato siede Pasquale Panella: l’uomo che ha distrutto la canzone italiana per poi ricostruirla, mattone su mattone, come un tempio laico dedicato all’intelligenza. Panella non è solo un paroliere; è un sabotatore semantico, un architetto del linguaggio che ha saputo abitare sia la torre d’avorio dell’ermetismo sia le arene del teatro popolare, senza mai svendere la propria natura enigmatica.

​La Collisione: Il Battisti “Bianco” e la Fine del Sentimento

​Il primo atto di questa rivoluzione avviene nel buio di uno studio di registrazione, lontano dalle macchine fotografiche. Lucio Battisti, il “sole risorto” della melodia italiana, decide di suicidare il proprio mito. Per farlo, sceglie l’arma più affilata: la penna di Panella. I cinque “Dischi Bianchi” — da Don Giovanni (1986) a Hegel (1994) — sono monoliti alieni piantati nel giardino del pop. Massimiliano Perrotta parla di “onesta futilità”, una definizione che descrive perfettamente il passaggio dal Battisti di Mogol al Battisti di Panella: dall’emozione quotidiana all’astrazione pura.

​Panella decide scientificamente di cantare il nulla, o meglio, l’architettura invisibile delle cose. Nei testi di L’apparenza o La sposa occidentale, il “noi” sentimentale sparisce. L’amore non è più una relazione tra due persone, ma un pretesto geometrico, un equivoco linguistico. Mentre la critica gridava al tradimento, Battisti e Panella stavano offrendo la modernità assoluta. In un mondo oggi saturato dai social e dall’immagine, questi dischi ci ricordano che la profondità è spesso un’illusione e che tutto ciò che conta è la “pelle” delle cose.

​Qui la rima serve a nascondere il senso, a creare uno straniamento quasi ironico. In brani come L’apparenza, accostare “capanna” a “panna” serve a svuotare il concetto d’amore di ogni sacralità, riducendolo a un gioco linguistico di superficie. La rima è “povera” per scelta, serve a deridere l’ascoltatore che cerca la solita poesia consolatoria. È un atto di libertà estrema: la musica che la musica scostò, un deserto sonoro dove la parola è un cristallo gelido.

​Il Paradosso: Dalla Torre d’Avorio al Popolo di “Notre Dame”

​Ma il genio di Panella non è rimasto confinato nel laboratorio del post-modernismo. Con un colpo di teatro degno di un drammaturgo elisabettiano, Panella è sceso dalla torre d’avorio per firmare l’adattamento italiano di Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante. Qui accade l’impossibile: l’autore più criptico d’Italia diventa l’autore dell’opera popolare più amata di sempre. Panella non ha tradotto il libretto originale di Luc Plamondon; lo ha transustanziato, iniettando nelle vene dell’opera di Victor Hugo il suo barocco lessicale e la sua passione per la parola-pietra.

​Se con Battisti Panella ha suonato il silenzio, con Cocciante ha suonato la cattedrale. In Il tempo delle cattedrali, dichiara la sua poetica: la scrittura è architettura. La parola è solida, pesante, monumentale. In Bella, il desiderio viene declinato attraverso registri linguistici differenti che scolpiscono i personaggi: il prete Frollo usa termini teologici come “intende” per razionalizzare l’inferno del desiderio; il mostro Quasimodo usa un linguaggio tattile legato alla sua “bruttezza”; il soldato Febo usa termini concreti e fisici come “gualdrappa”.

​Qui la rima non è più un gioco di prestigio per distrarre, ma un martello che cementa il dramma. L’accostamento tragico tra “corpo” e “morto” nelle arie di Frollo non è una banalità, ma una condanna lapidaria. Panella capisce che il teatro richiede “ciccia”, sangue e sassi, e li fornisce con una generosità lessicale che non ha eguali nel pop contemporaneo.

​Anànke e il Trionfo della Morte

​Il vertice concettuale di questo percorso si tocca nel trattamento del destino e della fine. Panella recupera il termine greco Anànke, usandolo come un perno duro e spigoloso che non concede sconti. La morte stessa viene trattata in modi opposti ma complementari attraverso i suoi due grandi sodalizi. Nell’album Hegel, l’ultimo respiro con Battisti, la morte è una dissoluzione filosofica, un’estetica che si spegne nella testa mentre l’artista scompare dietro l’opera. È il silenzio bianco della fine della storia, una fine che non fa rumore, ma che evapora nel pensiero puro.

​Al contrario, nell’epilogo di Notre Dame de Paris, la morte torna a essere fisica, prepotente, un atto di possesso finale. Quasimodo che canta sul cadavere di Esmeralda rappresenta il trionfo tragico del legame che supera la carne. Morire non è più una fuga intellettuale, ma l’unico modo per stare insieme: “Morire non è una follia / se morire è per stare con te”. Mentre con Battisti la parola si negava fino a diventare rumore bianco, con Cocciante la parola si esalta fino a diventare grido universale, una preghiera laica lanciata verso le stelle della cattedrale.

​L’Eredità Sotterranea: Dal Vinile al Pixel

​L’impatto di Pasquale Panella si estende oltre la sua stessa produzione, agendo come un codice sorgente per la musica italiana contemporanea. Se oggi artisti indie come I Cani o Tutti Fenomeni si permettono di essere astratti, cerebrali e sfacciatamente “incomprensibili”, lo devono a quel sabotaggio iniziato negli anni Ottanta. Panella ha insegnato che la parola può essere un puro oggetto estetico, svincolato dal dovere di narrare.

​Questa influenza si riflette anche nella visione. I videoclip moderni che si ispirano a questa estetica rifiutano il racconto lineare a favore della staticità, del simbolismo e del non-luogo. Le inquadrature simmetriche e gelide richiamano il minimalismo dei Dischi Bianchi, mentre l’uso di luci caravaggesche e primi piani sulla “ciccia” (sudore, tessuti, materiali) rievoca il barocco di Notre Dame. Il videoclip smette di essere un’illustrazione del testo e diventa un’espansione del rebus poetico.

​Pasquale Panella ha dimostrato che si può essere popolari senza essere banali. Ci ha ricordato che la lingua italiana è una materia viva, capace di ferire, costruire e incantare. Sotto le macerie della canzone italiana tradizionale, egli ha trovato un diamante freddo: la consapevolezza che ciò che resta non è l’emozione che proviamo, ma la parola esatta che scegliamo per descriverla. In questa oscillazione tra il “niente” e il “tutto”, egli rimane l’unico autore capace di farci sentire contemporaneamente piccoli davanti alla filosofia e giganti davanti al dolore. La sua lezione di onesta futilità rimane, oggi più che mai, il più moderno e necessario dei testamenti artistici.

pH Wikipedia

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