L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
Karl Popper non ha mai creduto nei governanti buoni.
Non per cinismo, ma per realismo democratico.
Ne ‘La società aperta e i suoi nemici’ formula una frase che non è un’opinione, ma una sentenza fondativa della democrazia moderna:
«Il problema non è come ottenere che governino uomini buoni, ma come organizzare le istituzioni in modo tale che anche governanti cattivi o incompetenti non possano provocare troppi danni.»
Non è una provocazione filosofica.
È l’architrave della democrazia costituzionale.
Il potere non va santificato.
Va contenuto.
Va controllato.
Va reso responsabile.
La riforma della Corte dei Conti approvata definitivamente dal Senato va letta interamente dentro questa frase. Perché non riguarda una magistratura, non riguarda un tecnicismo contabile, non riguarda l’efficienza amministrativa.
Riguarda una scelta di fondo: quanto danno può fare il potere senza pagarne davvero le conseguenze.
Il nuovo impianto normativo introduce un limite alla responsabilità erariale: l’amministratore pubblico che provoca un danno alle finanze dello Stato risponderà solo fino al 30% del danno accertato e, in ogni caso, non oltre il doppio della propria retribuzione annua, salvo i casi di dolo o di illecito arricchimento.
Il significato è semplice, ed è proprio questa semplicità a renderlo grave: il danno pubblico non deve più essere integralmente risarcito.
Una parte viene legalmente socializzata. Spalmata. Assorbita dalla collettività.
Non è un dettaglio.
È un cambio di paradigma.
A questo si aggiungono la presunzione di buona fede dell’amministratore politico e l’applicazione del nuovo regime anche ai procedimenti ancora in corso. Il passato viene riscritto per legge, il futuro viene sterilizzato.
La responsabilità diventa un’eccezione, non più la regola.
Il controllo diventa un intralcio, non più una garanzia.
Popper aveva avvertito che le democrazie non crollano quando sbagliano, ma quando smettono di correggere i propri errori. Nella Società aperta scrive che una società è davvero aperta solo se è in grado di imparare dai propri errori.
Ma per imparare dagli errori, quegli errori devono essere visibili, imputabili, sanzionabili.
Quando l’errore costa poco, smette di essere errore.
Diventa metodo.
Questa riforma non nasce nel vuoto. Si colloca in una sequenza coerente: abolizione del reato di abuso d’ufficio, riduzione degli spazi di intervento penale sulla cattiva amministrazione, indebolimento dei controlli contabili, concentrazione progressiva del potere esecutivo.
Tasselli diversi, un disegno riconoscibile: meno vincoli per chi governa, meno strumenti per chi controlla.
Non è un caso che Popper diffidasse profondamente dell’idea secondo cui l’efficienza giustifica la riduzione dei controlli. Mette in guardia da ogni potere che chieda meno verifiche in nome della velocità. Perché la velocità senza responsabilità non è progresso: è arbitrio accelerato.
La Corte dei Conti non è un corpo estraneo alla democrazia. È uno dei suoi contrappesi costituzionali. Serve a ricordare che il denaro pubblico non è neutro, non è astratto, non è di nessuno. È il prodotto di lavoro, tasse, sacrifici individuali.
Limitare la responsabilità di chi lo gestisce significa abbassare il valore politico di quel denaro.
Qui non c’è uno scontro tra politica e magistratura.
C’è una domanda più profonda, più scomoda, che Popper pone senza attenuanti e che oggi torna con una forza quasi fisica:
La domanda «chi deve governare?» è la domanda sbagliata.
La domanda corretta è: come possiamo controllare chi governa?
Chi controlla chi governa, quando governare diventa meno rischioso che sbagliare da cittadino?
Quando lo Stato decide di non rispondere pienamente dei propri errori, non diventa più forte. Diventa più fragile. Perché rinuncia a quella vigilanza interna che è l’unico vero anticorpo contro la degenerazione del potere.
Una democrazia che riduce i controlli non diventa più libera.
Diventa più cieca.
E allora la domanda finale non è ideologica, non è corporativa, non è emotiva. È una domanda di verità democratica:
chi controlla i controllori?
Se la risposta è “nessuno”, o “solo in parte”, o “entro certi limiti”, allora non stiamo parlando di una riforma.
Stiamo parlando di una Repubblica che ha deciso di assolversi preventivamente.
Popper ci aveva avvertiti.
Le società aperte non muoiono tutte insieme. Si spengono per sottrazione. Un controllo alla volta. Una responsabilità alla volta. Finché il potere non teme più nulla.
E quando il potere non teme più nulla, non governa più.
Domina.
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