“La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda chi siamo.” – Primo Levi
Eugenio Montale, premio Nobel per la Letteratura nel 1975, rimane uno dei pilastri della poesia italiana del Novecento, un autore che ha saputo trasformare il dolore, la perdita e l’estraneità in versi di straordinaria precisione e delicatezza. La sua poesia, apparentemente silenziosa e introspettiva, rivela sotto la superficie una tensione profonda verso l’Altro, verso l’inesauribile ricerca di un contatto autentico con ciò che sfugge, con ciò che è altro da sé. In questo contesto, il lavoro di Alberto Fraccacreta, “Eugenio Montale. Il tu e la cultura ebraica” (Quodlibet Studio, 140 pp., 18 euro), rappresenta un contributo decisivo per comprendere una dimensione poco esplorata del poeta ligure: il suo rapporto con l’ebraismo e con una sorta di “grammatica spirituale ebraica”.
Fraccacreta, docente di Teoria e critica della letteratura all’Università di Urbino, si muove con rigore e coraggio in un campo letterariamente poco connotato come quello dell’ebraismo, dimostrando che Montale non è solo il poeta della solitudine e dell’incomunicabilità, ma anche un viaggiatore sensibile e partecipe delle tracce spirituali e culturali che l’ebraismo ha disseminato lungo la storia. La lettura dell’autore ligure secondo la lente della cultura ebraica offre così una prospettiva originale e rivelatrice: Montale diventa una sorta di “ebreo errante sulle tracce della terra di Canaan”, figura che sintetizza il cammino esistenziale dell’uomo alla ricerca delle proprie radici spirituali e del senso dell’incontro con l’Altro.
L’opera di Fraccacreta raccoglie sette saggi in cui emergono, con chiarezza e precisione, gli elementi che costituiscono questa grammatica spirituale: le carenze dell’io e l’errore, la ricerca incessante di un riempimento esistenziale, la tensione verso la salvezza, l’inesauribile ricerca dell’Altro e il desiderio del Tu. Questi temi, radicati nella tradizione ebraica e nella filosofia dialogica di Martin Buber, si riflettono in Montale in maniera sottilissima, talvolta quasi invisibile, ma sempre presente.
Le figure femminili che attraversano i versi del poeta – da Irma Brandeis a Linuccia Saba, da Drusilla Tanzi a Rita Uzielli – diventano simboli di questa ricerca. Non sono solo amori o presenze corporee: sono rappresentazioni del Tu, dell’Altro che risveglia, che interpella, che salva. Nella loro apparente lontananza o nel loro sguardo enigmatico, Montale scorge la possibilità di una relazione autentica, un contatto che trascende il mero incontro umano per avvicinarsi a una dimensione spirituale e universale.
Fraccacreta non si limita a un’analisi tematica: la sua lettura spazia dalla psicoanalisi agli studi sulla decostruzione condotti in Francia da Jacques Derrida, fino alla ricostruzione dei viaggi che Montale compì in Medio Oriente come inviato del Corriere della Sera, in Siria, Libano e Palestina. Questi spostamenti geografici assumono così anche un significato simbolico: ogni città, ogni strada, ogni scorcio della terra di Canaan diventa occasione per interrogarsi sul senso della permanenza e dell’erranza, sul valore dell’incontro con l’Altro e sulla necessità di confrontarsi con la propria identità.
Il concetto di erranza, centrale nella riflessione di Fraccacreta, ha radici profonde nella tradizione ebraica: l’ebreo errante non è solo un individuo senza patria, ma un simbolo della ricerca eterna, del desiderio di trovare un luogo in cui l’io possa riconoscersi e dialogare con il Tu. Montale, nella sua poesia, segue questa linea invisibile: ogni viaggio, reale o metaforico, diventa un passo verso una conoscenza più piena di sé e del mondo. L’assenza e il vuoto, così spesso evocati nei suoi versi, non rappresentano semplicemente una perdita, ma lo spazio necessario perché possa sorgere il contatto autentico con l’Altro.
Il poeta ligure, come sottolinea Fraccacreta, costruisce la sua grandezza proprio nella tensione verso l’Altro, nella capacità di vedere nel Tu una possibilità di salvezza, un antidoto contro l’antiumanesimo e la chiusura esistenziale. In questo senso, Montale diventa un ponte tra culture, un interprete sensibile delle tracce spirituali e culturali che attraversano l’ebraismo e l’umanità intera. Le sue poesie, lungi dall’essere isolamenti lirici, si configurano come laboratori di incontri possibili, in cui il linguaggio diventa veicolo di comunicazione, di ascolto e di condivisione.
Un esempio significativo di questa sensibilità emerge nella figura di Irma Brandeis, musa e interlocutrice silenziosa, che incarna la presenza del Tu in tutta la sua complessità. La sua distanza e insieme la sua intimità mostrano a Montale la via della comprensione: non un possesso dell’Altro, ma una relazione rispettosa, attenta e spiritualmente feconda. Così, ogni poesia diventa un dialogo, ogni parola un passo sulla strada dell’erranza e della ricerca di senso.
Fraccacreta evidenzia inoltre come Montale, pur non essendo ebreo di nascita, sembri assorbire una sensibilità profondamente ebraica: la tensione tra presenza e assenza, la sacralità del linguaggio, la ricerca del Tu, la consapevolezza della fragilità dell’io. Sono tutti elementi che permettono di leggere la sua opera non solo come patrimonio della letteratura italiana, ma come contributo universale alla riflessione sulla condizione umana.
Un aspetto particolarmente affascinante del lavoro di Fraccacreta è l’attenzione al vuoto come spazio di possibilità, alla carenza dell’io non come limite, ma come apertura verso l’altro. La poesia di Montale, così, diventa pratica etica e spirituale: insegna a considerare l’assenza come una presenza differita, l’erranza come un cammino necessario per il riconoscimento del Tu, il silenzio come luogo di ascolto e di contemplazione.
La rilettura montaliana proposta da Fraccacreta consente quindi di riscoprire un poeta capace di trasformare il dolore e la solitudine in ricerca e apertura verso l’Altro, un autore che, pur nel suo isolamento apparente, si colloca nel flusso più ampio della cultura ebraica e universale. Montale non è semplicemente il poeta del paesaggio ligure o delle immagini rarefatte: è l’uomo che cammina, l’errante che cerca, il viaggiatore spirituale che aspira al Tu e alla comunione con ciò che trascende l’io.
Infine, la poesia di Montale diventa anche riflessione sul tempo e sulla memoria. Come scrive Primo Levi, citato all’inizio, la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda chi siamo. In Montale, questo concetto si traduce nella continua tensione tra il ricordo e il presente, tra il passato e la possibilità di incontro con l’Altro. Ogni parola, ogni pausa, ogni silenzio diventa occasione per scoprire nuove relazioni e nuovi significati, per ritrovare un senso di appartenenza e di comunione che trascende i limiti individuali.
In definitiva, “Eugenio Montale. Il tu e la cultura ebraica” non è solo un contributo accademico: è una mappa per rileggere Montale come poeta dell’erranza e della relazione, come testimone della possibilità di apertura verso l’Altro, come autore che, attraverso il linguaggio poetico, costruisce ponti tra culture e sensibilità diverse. La sua poesia, così letta, si trasforma in esperienza di vita: un viaggio che non termina, un cammino verso la comprensione di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare attraverso la relazione autentica con il Tu.
Montale, insomma, rimane l’ebreo errante delle parole, il poeta che insegna come l’erranza, lungi dall’essere un vuoto, sia la strada più autentica verso la pienezza, verso la scoperta di un Altro che salva, che illumina e che completa, nella fragile, eterna bellezza del dialogo umano.
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