Di Carlo di Stanislao 

​”La saggezza degli antichi non è una reliquia del passato, ma l’unico specchio in cui la modernità può scorgere il volto della propria decadenza.”

— Leo Strauss

 

​L’illusione più pericolosa che si possa nutrire nei confronti del movimento MAGA è quella di considerarlo un’esplosione puramente irrazionale di malcontento plebeo. Al di sotto della superficie rutilante dei comizi e della retorica incendiaria dei social media, pulsa un’impalcatura intellettuale rigorosa, i cui fili portano direttamente alle aule universitarie dove Leo Strauss ha insegnato a leggere tra le righe della storia. Strauss, filosofo ebreo-tedesco fuggito dal nazismo, non ha mai conosciuto l’America di Donald Trump, eppure ne è diventato, postumo, l’architetto più profondo, colui che ha fornito le lenti per osservare il fallimento del progetto liberale moderno.

​Il cuore pulsante di questa connessione risiede nella diagnosi straussiana della crisi della modernità. Secondo Strauss, l’Occidente ha imboccato una via senza uscita nel momento in cui ha abbandonato la ricerca del Diritto Naturale — quella legge oggettiva e universale che distingue il bene dal male — per abbracciare un relativismo nichilista. In questo scenario, se ogni valore è soggettivo, la democrazia diventa un contenitore vuoto, incapace di difendersi o di dare uno scopo ai suoi cittadini. Qui si innesta il pensiero della Nuova Destra: il Trumpismo non si presenta solo come una scelta politica, ma come una rivolta esistenziale contro questo vuoto, un tentativo di restaurare verità permanenti sulla nazione, sulla famiglia e sull’ordine sociale che il liberalismo ha liquefatto in nome di una tolleranza assoluta quanto sterile.

​Un elemento cruciale che lega Strauss alla prassi politica attuale è la sua dottrina della scrittura esoterica. Strauss sosteneva che i grandi filosofi del passato nascondessero le verità più radicali sotto un velo di conformismo per proteggere la stabilità della società. Questa idea si è trasformata, nelle mani dei pensatori post-liberali, nella giustificazione di un’élite intellettuale che agisce dietro le quinte. Mentre il leader parla il linguaggio della pancia, gli intellettuali che lo circondano vedono in lui lo strumento necessario per abbattere quella che chiamano “la Cattedrale” — l’insieme di media, accademia e burocrazia che impone l’ortodossia progressista. La “nobile menzogna” di cui parlava Platone, e che Strauss ha analizzato con minuzia, diventa così la bussola per una politica che non teme di usare miti e simboli potenti per mobilitare le masse, anche quando tali miti appaiono rozzi agli occhi dell’establishment.

​In questa visione, la politica non è più un pacifico dibattito tra opinioni diverse, ma una tensione costante tra Atene e Gerusalemme, tra la fredda ragione filosofica e la forza morale della fede. La Nuova Destra americana, nutrita da letture straussiane filtrata da pensatori come Curtis Yarvin o i teorici del nazional-conservatorismo, vede nel Presidente un nuovo tipo di “Principe” capace di riportare la politica alla sua dimensione antica: quella della virtù e dell’autorità, contrapposta alla mera gestione burocratica dei diritti e dell’economia. Non si tratta di tornare al passato in senso nostalgico, ma di utilizzare gli strumenti del futuro — come l’efficienza tecnologica della Silicon Valley e la potenza comunicativa dei nuovi media — per restaurare un ordine che sia di nuovo percepito come naturale e indiscutibile.

​Questa sintesi tra il rigore filosofico di Strauss e il pragmatismo del movimento MAGA crea un ibrido potente che sfida le categorie tradizionali di destra e sinistra. Non è solo conservatorismo, perché non vuole conservare lo status quo liberale; è un movimento rivoluzionario che punta a una restaurazione. Chi derubrica tutto questo a “rabbia incolta” ignora che dietro il caos apparente c’è un progetto di lungo termine che mira a ridefinire cosa significhi essere una nazione nel ventunesimo secolo. È la sfida di chi, leggendo gli Antichi, ha deciso che il tempo dell’individuo atomizzato è finito e che è giunta l’ora di tornare a un ordine dove l’autorità, la verità e la nazione tornino a sedere sul trono della storia.

​Saremmo dunque di fronte a una nuova forma di regime che non si cura più della coerenza procedurale, ma della finalità ultima. Se Strauss ha ragione nel dire che la modernità è una crisi permanente, allora il Trumpismo si pone come la risposta autoritaria a quella crisi, un tentativo di chiudere il cerchio della storia tornando alle radici del potere. In questo scontro, la posta in gioco non è solo una presidenza, ma la definizione stessa di civiltà occidentale.

pH Pixabay senza royalty

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