Questa notizia non è nata per caso.

È emersa perché qualcuno ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Il lavoro rigoroso e puntuale della dottoressa Pina Fontanella , pubblicato sulle nostre colonne, ha acceso una luce dove c’era silenzio.

Una luce che, grazie alle segnalazioni meticolose e instancabili di Nicola Sguera( Pagina Nicola Sguera ), professore e scrittore sannita di raro spessore civile, ha attraversato i confini locali ed è arrivata sulle pagine dei principali quotidiani nazionali. Un passaggio decisivo, perché la democrazia vive solo quando i fatti diventano pubblici e verificabili.

A questo coro di coscienze si è unita l’ANPI, con la voce autorevole e limpida di Amerigo Ciervo , che da anni difende la memoria non come reliquia, ma come responsabilità attiva. A tutti loro va un ringraziamento sincero, profondo, non rituale.

Ma ora serve andare oltre il ringraziamento.

Quanto accaduto non è una “scivolata didattica”, né un episodio folkloristico da archiviare con un’alzata di spalle. È qualcosa di più grave. Perché la scuola non è un luogo neutro: è il primo presidio costituzionale della Repubblica. Lì non si trasmettono solo nozioni, ma valori, metodo critico, coscienza storica. Esaltare un regime che ha abolito libertà, perseguitato oppositori, promulgato leggi razziali e trascinato il Paese nella catastrofe non è pluralismo: è falsificazione della storia.

Ancora più inquietante è il rifiuto del confronto. Zittire il dissenso di una studentessa non è autorità, è abuso simbolico. È la negazione stessa dell’educazione democratica. Il fascismo non ritorna solo con gli stivali: ritorna ogni volta che si impone una verità unica, ogni volta che si ridicolizza o si soffoca il pensiero critico, ogni volta che si normalizza l’eccezione.

Questa vicenda ci dice una cosa chiara e scomoda: il fascismo oggi non chiede di essere difeso, chiede solo di essere relativizzato, smussato, reso “opinabile”. È così che rientra, in silenzio, nelle aule, nei discorsi, nei cori stonati della memoria corta.

Il giornalismo serve esattamente a questo: a rompere il silenzio, a restituire complessità, a ricordare che la Costituzione non è un’opinione. Raccontare questi fatti non è militanza, è dovere civile.

E se questa storia ha fatto il giro d’Italia, non è per scandalo, ma perché riguarda tutti. Perché quando la scuola smette di essere antifascista, smette semplicemente di essere scuola.

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