Le nuove e vecchie povertà.
La fine della capacità del capitalismo di interpretare la storia del progresso del mondo si fonde con la crisi delle democrazie occidentali e con l’avvento dei regimi autoritari, tutti entrati nell’orbita del cosiddetto mercato approdato nel regno dell’ipercapitalismo.
La concentrazione della ricchezza in poche mani, la spoliazione delle prerogative delle Istituzioni pubbliche a favore dei potentati privati, l’insostenibile dilatazione dell’indebitamento pubblico, la diffusione della povertà a livello planetario, hanno bloccato, anzi rotto, i meccanismi dei processi economici come sin qui li abbiamo conosciuti in termini di inclusione, di progresso collettivo e di allargamento delle aree di benessere individuale.
Il controllo della ricchezza planetaria è alla base del nuovo equilibrio mondiale che a sua volta è dominato da un’élite che orienta le politiche degli Stati e mantiene in una condizione di sudditanza una massa confusa e sempre più ampia di individui dentro popoli privi di prospettive.
La ricchezza è divenuta una questione di pochi che han concentrato nelle loro mani potenza e risorse, relegando gli stati ad un ruolo subalterno finalizzato a finanziare con il debito pubblico le commesse e gli spazi ad essi appaltati.
Del mercato di Smith non é rimasto nulla e nemmeno dei mezzi di produzione di Marx… anche Keynes è in soffitta e pure Schumpeter ha subito la stessa sorte.
Dominano i teorici della cosiddetta gestione manageriale anche nei dipartimenti universitari dove l’economia politica e la politica economica sono diventate, soprattutto la seconda, delle umili ancelle dimenticate in angoli bui e polverosi.
La cuspide internazionale costituita da oligarchi, magnati ed iper capitalisti governa il mondo per il tramite del cerbero a tre teste che, a sua volta, riscrive la geografia politica e ridefinisce i rapporti di forza in funzione di interessi imperialisti e neocoloniali poggiati fondamentalmente sul potere distruttivo delle armi nucleari che addirittura prevalgono sulla potenza economica.
La Russia è la dimostrazione più calzante di tale assunto: insignificante dal punto di vista economico, tiene sotto scacco il mondo con l’arsenale nucleare che le consente di sedere al tavolo condiviso con le altre due teste del cerbero, Cina ed USA.
Anche l’Europa ne è dimostrazione calzante all’estremo diametralmente opposto, ovviamente: la sua potenza economica, priva di deterrenza nucleare non conta nulla al triplice, sanguinolento, sguardo del cerbero.
La limitata dotazione nucleare di Francia e Regno Unito non può supplire né concorrere autonomamente alla perversa definizione degli equilibri imperiali che si vanno componendo.
Fortunatamente, si potrebbe affermare, essendo rimasta, l’Europa, l’unica realtà in grado di affermare il primato della civiltà plurimillenaria sulla barbarie montante delle guerre e delle minacce atomiche. Se solo, ovviamente, essa cesserà di inseguire il cerbero sul sentiero militare ed i suoi Stati con i rispettivi popoli riprenderanno il percorso virtuoso del progresso sociale e di civiltà, lasciando sbiadire e magari facendo svanire le chimere autoritarie che stazionano ai suoi orizzonti.
In questa prospettiva il lavoro e la redistribuzione della ricchezza diventano i due binari su cui necessariamente essa dovrà procedere, per invertire l’attuale negativa tendenza alla proliferazione di povertà e miseria e porre un argine a violenza e decadenza civile.
La transizione all’economia di guerra perseguita dall’ipercapitalismo dominante è, pertanto, un’opzione che l’Europa deve rifiutare optando se necessario per un disarmo unilaterale, resistendo in tal modo alle pressioni ed alle provocazioni che arrivano dai dominatori degli imperi transoceanici.
Per costoro e per il cerbero a tre teste l’economia di guerra è una scelta obbligata per consolidare gli equilibri interni oltre che per alimentare la spirale che fagocita le risorse del pianeta impoverendo l’Umanità ed imponendo ad essa soluzioni dispotiche-distopiche.
Solo in un contesto di tal genere i padroni del mondo potranno, infatti, controllare ancora la bolla del debito senza subire gli effetti di una possibile deflagrazione o, quantomeno, spostandola in là.
L’auto censura inculcata ai cittadini ed imposta alle nazioni dalla propaganda del cerbero sta limando, dal canto suo, fino a sterilizzarla, ogni capacità critica dell’Umanità.
Questa, di conseguenza, se il processo in corso dovesse giungere a compimento, diverrà definitivamente refrattaria ad ogni idea di rinsavimento e si accontenterà di ottenere in contropartita una parvenza di protezione intrisa di residuale assistenzialismo.
E questo, ahi noi, vale anche per la vecchia Europa se essa non rimette sl centro la sua storia e non colloca nuovamente il lavoro e la redistribuzione della ricchezza al centro del suo progetto rifondativo per sconfiggere la povertà che sta compromettendo il futuro dell’Umanità immiserendo popoli e persone.
Una conclusione improbabile.
Rivoluzione, ribellione o assuefazione?
Dunque l’obiettivo è arginare, se non bloccare, l’avanzata del cerbero. Ma come reagire alla castrazione da autocensura nel mondo dominato dalle derive ipercapitaliste che quell’avanzata favorisce?
Non sembra ipotizzabile la rivoluzione collettiva, sul modello di quella francese o di quella russa o anche di quella americana nota come guerra di secessione.
Per essa mancano i presupposti puramente culturali, psicologici e personali oltre che quelli storico-sociali, rimossi ormai da molto tempo dal comune sentire insieme alla capacità critica ed alla volontà di partecipazione alle sorti della comunità sia essa locale o nazionale…
La ribellione-rivolta individuale diventa di conseguenza, come già avvertiva Camus all’indomani della seconda guerra mondiale nel suo “L’Homme Revolté”, la frontiera su cui necessariamente bisognerà puntare, magari ripartendo dalla scuola, dall’istruzione, dalla cultura e dalla riconquista del senso civico oltre che della responsabilità sociale.
La ribellione, contro la propria assuefazione alla pigrizia, all’autocensura, all’assistenzialismo ed ai bonus che han minato la stessa idea di Stato Sociale per sostituirla con quella di Stato assistenziale, é il crinale su cui misurare tanto la volontà di sottrarsi al destino della rassegnazione personale quanto la capacità di combattere la disgregazione collettiva.
Partendo dalla ribellione individuale si potranno creare progressive aggregazioni virtuose che costruiscano, con la “Social Catena” cara a Leopardi, un’identità nell’economia e nella cultura fino a ricomporre un tessuto sociale degno di questo nome che rimetta in piedi pezzi sempre più ampi di un mondo da riaggiustare per intero prima che deflagri.
Una seconda conclusione possibile in linea con la deriva dittatoriale di ieri e la deriva autoritaria di oggi.
Tutto dipende dai tempi della possibile deflagrazione.
Quanto ci vorrà perché maturi la capacità individuale e quella collettiva di ribellarsi alla addensante, soporifera melassa ?
In questo primo scorcio del XXI secolo, esauritesi le speranze ereditate dal secolo precedente di un mondo segnato da caduta di muri e frontiere e caratterizzato da generale volontà di progresso, lotta alla povertà e rifiuto della guerra, sono le derive autoritarie, con sfumature suprematiste e scelte xenofobe, a dominare la scena.
Vi è una differenza sostanziale tra l’esperienza fascista di ieri, violenta ma rozza e urticante e l’esperienza autoritaria di oggi, anch’essa violenta ma accomodante e addirittura confortante.
Essa sta tutta nell’ideologia dell’ipercapitalismo che contrabbanda le attuali derive per necessarie se non proprio come giuste ed opportune, comunque inevitabili e generalmente, anzi democraticamente, condivise.
Mentre nel fascismo vi era un capitalismo (incluso quello di natura agraria) che ricercava il suo spazio vitale nella collusione con il potere statale, oggi il capitalismo evoluto nelle forme ipercapitaliste, controlla gli Stati disponendo della finanza speculativa e ne indirizza a piacimento l’azione verso orizzonti autoritari-imperialisti vestiti di consenso popolare (populistico).
Questo spiega l’obnubilazione delle facoltà critiche delle persone sia come singoli che come comunità, ciascuno e tutti incasellati in un conformismo che rifiuta ed emargina responsabilità e pensiero critico e rende problematica ogni ribellione.
L’ipercapitalismo privo di patria e principi etici e tampoco morali ( piegati ad un edonismo relativistico cinico ed egoistico), ha praticato, forte oltre che del monopolio della finanza anche del possesso dell’intero universo tecnologico, l’eutanasia delle coscienze riducendo l’Umanità ad una massa informe di sudditi e gli Stati a feudi personali governati per interposta persona.
Militarizzazione, digitalizzazione, connessione, sicurezza cibernetica, energia, controllo dello spazio atmosferico e planetario, Intelligenza Artificiale e algoritmi di derivazione quantistica, stampa, intrattenimento, armi, farmaceutica e medicina, costituiscono altrettante piattaforme su cui si àncora il potere dell’ipercapitalismo.
L’Umanità sembra piombata in una sorta di Medio Evo della Globalizzazione somigliante molto allo stato delle corti e delle nazioni europee descritto da Michel de Montaigne nel suo saggio “Dei Cannibali”.
Il grande pensatore europeo che anticipò il pensiero moderno, affidò agli ingenui “selvaggi” giunti dal nuovo mondo su invito del re Carlo nono, il giudizio sulla corte e sulla nazione francese che, dal canto loro, ben sintetizzavano la situazione dell’intero continente.
Il Re di Francia, al momento del commiato, chiese ai “selvaggi” suoi ospiti di rappresentargli le impressioni ricavate dal loro soggiorno.
Il capo dei “Cannibali” raccontò ad uno stupefatto re che lui ed i suoi compagni erano rimasti confusi e sbalorditi dalla ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi uomini e dalla povertà diffusa in tutto il resto della popolazione.
Inoltre, continuò, “é una grande meraviglia per noi, ed inspiegabile, la sottomissione del popolo. Questo invece di sgozzare i suoi affamatori affolla i cortili e gli atri dei palazzi in attesa delle briciole che cadono dalle tavole dove quelli banchettano”.
“Infine vi è una terza questione che ci ha grandemente meravigliato” sottolineò “e questa volta riguarda il re che qui governa sui popoli a lui sottomessi. Anch’io nella mia terra e per il mio popolo sono un re. Ma mentre tu vivi in un palazzo sontuoso con vesti pregiate e ti circondi di oro e mandi il tuo popolo a morire in guerra mentre tu resti seduto sul tuo trono circondato dalla tua corte, io, come re, ho un solo privilegio rispetto alla mia gente: quello di essere accolto lungo i sentieri dei boschi allorquando mi reco a far visita per salvaguardare la nostra libertà e proteggere la terra su cui essa vive”.
Montaigne non ci dice quale fu la reazione di Carlo Nono né quella dei suoi dignitari e del popolo rimasto ignaro di tutto, ahi noi, ma ci raccontò le sue personali conclusioni.
Osserva Montaigne che ci vogliono occhi ingenui e cuori puri per vedere, sotto al velo della relatività storica, sociale, geografica, le storture del potere e l’ignavia dei sudditi…
Il monito di Montaigne rimase inascoltato. Sarebbe toccato alla Rivoluzione Francese, giunta da lì a 200 anni, dare risposta alle domande dei Cannibali…
Quella situazione è terribilmente somigliante a quella di oggi quanto ai fondamentali della ricchezza e della povertà.
É differente quanto agli strumenti e alle condizioni che la caratterizzano attualmente ma è identica quanto alla concentrazione di risorse e potere e quanto alla diffusione della miseria e dell’ignavia, rassegnazione o impotenza.
E come allora, anche oggi all’orizzonte non si intravedono soluzioni rivoluzionarie.
Questo è il tempo del cerbero che governa a suo piacimento la globalizzazione segnata da una cuspide padrona del mondo e da un’Umanità assiepata alla sua corte in attesa degli effetti dello sgocciolamento o della tracimazione.
Passeranno altri duecento anni perché il mondo decida di reagire a quanti si sono impadroniti del pianeta?
Vi è più di qualche dubbio a guardare l’assuefazione delle genti dedite a riconoscersi in essi come in altrettanti specchi deformanti che le induce ad emularne manie e comportamenti.
Intanto il Cerbero prepara l’avvento dell’economia di guerra e rinchiude l’umanità in un violento caravanserraglio in cui concentrazione della ricchezza e diffusione della povertà sono assunte entrambe come inevitabili e necessarie .
La miseria, alla base di tutte le altre derive, oggi è, dal canto suo, solo affogata nell’indebitamento collettivo che assicura privilegi, bonus, prebende, rendite.
Ma non è detto che domani, indebitamento e miseria non esplodano insieme devastando ogni cosa e vanificando i tempi dell’attesa con l’incauto invito di un qualche dittatore il quale, ammiccando ai suoi emuli, penserà di dare al popolo impoverito delle brioche sotto forma di bonus energetici in luogo del pane della dignità abolito con il progresso da troppo tempo mancante…
(4-fine)
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