«Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.» — Raymond Carver
La morte della poetessa Anna Toscano, avvenuta a 55 anni, è una ferita che attraversa la comunità letteraria italiana come un sussurro lasciato sospeso per aria. Non soltanto perché se ne va una delle voci più riconoscibili della poesia contemporanea, ma perché con lei si spegne — o meglio: si libera — una presenza che aveva trasformato la parola in un gesto di responsabilità, di cura, di testimonianza.
L’annuncio del marito, il poeta Gianni Montieri, è di quelli che restano nel corpo più che nella mente: «Adesso è libera». Una libertà che non è negazione della vita, ma fede profonda nel movimento stesso delle parole che lei ha sempre seguito, interrogato, scortato, e che ora — in qualche modo — tornano a scortare lei.
Anna era una creatura a più strati: poetessa, fotografa, scrittrice, attrice, attivista, insegnante generosa e instancabile. Sapeva muoversi tra linguaggi diversi senza mai tradire la sua radice: la fiducia ostinata che la parola, quando pronunciata con verità, sia un atto politico e insieme un atto d’amore.
L’eredità luminosa di una donna che ascoltava il mondo
Chi l’ha letta o ascoltata nei numerosi reading — spesso alla Libreria Marcopolo di Venezia, o nei festival e dibattiti sparsi per l’Italia — sa che la voce di Anna Toscano non recitava: incarnava.
Aveva una dizione che non inseguiva l’eleganza, la possedeva naturalmente; una profondità che non ammiccava a un pathos teatrale, ma sgorgava dalla fedeltà assoluta alla parola. Ogni termine, pronunciato da lei, sembrava riprendere la propria dimensione originaria, come se tornasse a nascere.
Le sue opere lo confermano: da Cartografie (Samuele Editore), all’omaggio appassionato a Goliarda Sapienza in Il calendario non mi segue, fino al suo esordio con Controsole, e al libro dedicato a Lisetta Carmi, Con amore e con amicizia.
Le parole di Anna non erano mai decorative: erano strumenti di orientamento, mappe per leggere il mondo.
E forse non è un caso che la sua ultima raccolta si intitoli proprio Cartografie: ciò che ha lasciato dietro di sé è un atlante di sguardi.
Anna alle Zattere: un’immagine che resterà
Chi vive a Venezia o la frequenta per abitudini letterarie ricorda una scena semplice, quasi cinematografica: Anna e Gianni seduti alle Zattere, assorti in pile di libri, giornali, appunti.
Non una posa, ma una dedizione: nutrirsi delle storie degli altri, all’aperto, con il sole che li avvolgeva come un ulteriore strato di carta.
Quella immagine contiene la loro complicità, la loro idea condivisa di mondo, il loro modo di attraversare l’esistenza: non da spettatori, ma da lettori attivi del reale.
L’insegnamento come incontro
Nelle aule di Ca’ Foscari, dove insegnava italiano agli stranieri, Anna trasformava il corso in un viaggio. Non un percorso tecnico, ma una traversata letteraria, che terminava quasi sempre con nuove amicizie e nuovi sguardi.
È significativo che nel suo saggio per The Passenger Venezia abbia raccontato la città attraverso queste relazioni, questi scambi. Per lei le parole erano anche un varco politico: uno strumento per restituire valore a figure femminili dimenticate, per costruire genealogie, per ricordare che la letteratura non è mai solo testo, ma corpo che cammina.
Geniale fino alla fine
Il marito, Gianni Montieri, ne ha parlato con un dolore composto e immenso:
«È stata geniale fino alla fine, meravigliosa. Ci siamo amati tanto, ci ameremo per sempre».
E ancora, a proposito dell’anno difficile che hanno vissuto: Anna ha saputo essere comunque se stessa — «una ragazza fatta di luce, talento, determinazione, generosità».
Una frase che racconta non soltanto l’artista, ma l’essere umano dietro l’artista. Perché Anna Toscano era soprattutto questo: una presenza generosa. Una donna che aveva fatto della delicatezza una forma di resistenza.
Le sue ultime parole: un testamento di carta
C’è un testo che ora circola come una sorta di lascito. Lo aveva scritto lei stessa, e sembra disegnare un desiderio di eternità fatto non di marmo, ma di fogli, inchiostro, zaini, penne:
«Abbattetemi, seppellitemi
dove possa sentire il frusciare
delle pagine dei libri
che ho amato o non ho ancora letto.
Ardetemi, mettetemi
tra gli scaffali di una libreria
bruciatemi con i miei zaini
quaderni e penne e occhiali.
Voglio un’eternità
piena di parole, libere».
È difficile non restare colpiti da questo desiderio, quasi un manifesto: non un luogo, non un monumento, ma un movimento. Il frusciare. Le pagine. La libertà.
Anna Toscano chiedeva un’eternità popolata di parole.
Ed è, in fin dei conti, esattamente ciò che lascia.
Non un vuoto.
Ma un’eco.
Un’eco che continuerà a camminare tra libri, studenti, fotografie, lettori, amici, e in tutte le persone che — anche solo una volta — hanno sentito vibrare la sua voce.
Non c’è più vento,
solo un respiro sottile che spinge la nave
come una mano stanca.
Il mare sembra trattenere il fiato,
come chi ascolta una storia che sta per finire.
Anna,
non ti immagino partita,
ti vedo piuttosto slegata:
una corda che scivola piano dal molo,
una vela che si scioglie dalla ruggine,
una rotta che si ridisegna da sola.
Ci sono parole che restano
come fanali accesi nella nebbia:
le tue sono ancora lì,
su quel ponte inclinato,
tra la prua che scricchiola
e l’odore del sale che brucia la gola.
Ogni navigazione
è un atto di coraggio,
che si parte sempre senza sapere
se il porto esiste davvero.
Eppure tu sapevi ascoltare la rotta
anche quando la bussola tacque.
Ora ti vedo andare
senza peso, senza mappa,
ma con lo stesso passo
di chi attraversa una pagina
che non fa paura.
Il mare ti prende,
ti porta oltre le Zattere,
oltre l’ora in cui si spegne il sole
e i giornali si chiudono tra le mani.
Sei libera,
come la parola che scappa dalla bocca
prima che qualcuno possa afferrarla.
E noi restiamo qui,
a guardare la tua scia che non si dissolve,
a imparare ancora una volta
che partire
— davvero partire —
è il modo più preciso di restare.
Italo Nostromo, Ad Anna
pH profilo facebook di Anna Toscano
