Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

La polemica scoppiata intorno alla partecipazione dell’editore Passaggio al bosco alla fiera romana “Più Libri Più Liberi” rappresenta molto più di una semplice controversia editoriale. È lo specchio di una tensione irrisolta nella democrazia italiana: dove collocare il confine tra libertà di espressione e tutela dei valori costituzionali? E soprattutto, chi ha il diritto di tracciare questa linea?

Il nodo della questione

Ottantanove intellettuali, scrittori e artisti hanno firmato una lettera di protesta. La loro obiezione non riguarda un’opinione politica controversa o un saggio provocatorio. Si tratta di qualcosa di più profondo: un catalogo che, a loro dire, trasforma figure come Leon Degrelle – fondatore della divisione vallona delle Waffen SS – in esempi di formazione per un'”élite militante”, e che presenta i volontari delle brigate nere come protagonisti di un'”eroica resistenza”.
La domanda che emerge è scomoda ma necessaria: esiste differenza tra pubblicare studi storici sul fascismo e promuovere una visione apologetica di quel periodo? E se sì, chi stabilisce dove passa il confine?

La risposta dell’AIE: formalismo o pragmatismo?

Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha optato per una linea che potremmo definire procedurale. L’editore ha sottoscritto un contratto che lo impegna a rispettare Costituzione italiana, Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE e Dichiarazione universale dei diritti umani. Fine della discussione? Non proprio.
Questa posizione solleva interrogativi di natura filosofica prima ancora che giuridica. Una firma su un contratto può coesistere con un catalogo che celebra le SS? La buona fede si presume sempre, anche quando il contenuto editoriale sembra contraddirla apertamente? Cipolletta sostiene che verificare la sincerità di quella firma aprirebbe “uno spazio di discrezionalità” pericoloso. Ma non verificarla non equivale forse a svuotare di significato la clausola stessa?

Il paradosso della libertà

Qui emerge un paradosso classico delle democrazie liberali, quello che già Karl Popper aveva identificato nel suo “paradosso della tolleranza”: una società che tollera illimitatamente anche gli intolleranti rischia di essere distrutta da questi ultimi. La nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, contiene la legge Scelba che vieta la ricostituzione del partito fascista e l’apologia del fascismo. Non è una limitazione arbitraria: è una scelta fondativa.
Eppure, settant’anni dopo, ci troviamo a discutere se sia accettabile vendere in una fiera pubblica testi che presentano le SS come modello formativo. Come è possibile?

Dove inizia l’apologia?

La questione cruciale è metodologica. Studiare il fascismo, analizzarne le dinamiche, comprenderne l’ascesa è non solo lecito ma necessario. Presentarlo come esperienza “eroica” è tutt’altra cosa. La differenza sta nell’intento e nel linguaggio.
Un saggio storico mantiene distanza critica, confronta fonti, contestualizza. Un testo apologetico esalta, mitizza, invita all’identificazione. Quando un editore descrive i testi del proprio catalogo usando termini come “impareggiabile contributo” riferito a un gerarca delle SS, non sta facendo ricerca storica: sta facendo proselitismo.

Il mercato come giudice?

Cipolletta conclude affermando che saranno i lettori a valutare quei libri. È una posizione comoda ma insidiosa. Il mercato non è neutro né infallibile. Se fosse un arbitro sufficiente, non avremmo bisogno di leggi contro l’odio razziale o l’istigazione alla violenza. Alcune idee sono tossiche non perché impopolari, ma perché pericolose.
Delegare al mercato significa abdicare alla responsabilità culturale e civile. Significa fingere che tutte le idee abbiano pari dignità, quando la nostra Costituzione stabilisce chiaramente che non è così.

Una proposta: il dibattito come anticorpo

L’unico elemento interessante nella risposta dell’AIE è la proposta di creare uno spazio di discussione sul tema. Potrebbe essere l’occasione per trasformare questa controversia in opportunità pedagogica. Non per “bilanciare” la presenza di testi neofascisti con dibattiti democratici – sarebbe un’equivalenza inaccettabile – ma per fare della fiera un luogo dove si smaschera l’apologetica per quello che è.
Se Passaggio al bosco vuole essere presente, che lo sia in un contesto in cui storici, testimoni, studiosi possano mostrare pubblicamente la differenza tra ricerca e propaganda, tra memoria e nostalgia.

Le zone d’ombra della protesta

Eppure questa vicenda presenta aspetti che meritano riflessione critica anche dall’altra parte della barricata. La mobilitazione degli intellettuali, per quanto comprensibile nelle intenzioni, rivela alcune fragilità che non possono essere ignorate.
Passaggio al bosco esiste dal 2017. Otto anni di attività, circa trecento titoli pubblicati. Dove erano le voci critiche in tutto questo tempo? Perché la protesta arriva solo ora, innescata da un’interrogazione parlamentare? L’antifascismo culturale non può essere a intermittenza, attivato solo quando qualcuno accende i riflettori mediatici.
E c’è un’altra questione, più inquietante, che la lettera dei firmatari non affronta: oltre ai libri, questo editore commercializza oggetti che dovrebbero sollevare interrogativi ancora più urgenti. Lampade solstiziali ispirate a quelle che Himmler donava agli ufficiali delle SS, vendute come “autentica tradizione europea”. Non sono strumenti di studio o comprensione storica: sono memorabilia nazista, oggetti di culto per nostalgici del Terzo Reich.
Un libro su Degrelle può essere studiato, contestualizzato, criticato. Un oggetto rituale nazista non ha giustificazione se non la devozione. Perché questo aspetto non compare nella protesta? Forse perché una vigilanza davvero attenta richiederebbe costanza, non reattività mediatica.

I doppi standard dell’indignazione

C’è poi un’altra contraddizione che non può essere elusa. A sollevare la questione è stato un politico che dedica energie considerevoli a difendere operazioni militari che gran parte della comunità internazionale considera violazioni del diritto umanitario. Quarantamila vittime civili, ospedali bombardati, carestia indotta: tutto giustificato come legittima difesa. Ma pubblicare testi su crimini del passato diventa intollerabile.
Non si tratta di equiparazioni storiche improprie. Si tratta di coerenza morale. L’antifascismo che si indigna selettivamente, che condanna i morti di ottant’anni fa mentre giustifica quelli di oggi, perde credibilità. Non può esistere una geometria variabile della dignità umana.

La lezione tedesca (ignorata)

Esiste un precedente che potrebbe illuminare questa vicenda. Per decenni la Germania ha vietato la pubblicazione del Mein Kampf. Risultato? Il testo circolava underground, acquisendo lo status di oggetto proibito e quindi desiderabile per l’estrema destra. Nel 2016 le autorità tedesche hanno cambiato strategia: pubblicazione integrale con tremila note critiche e apparato storico. Da feticcio del nazismo è diventato strumento didattico.
La censura non funziona nell’era digitale. Quei testi sono tutti scaricabili online, spesso in versioni più tossiche perché prive di contestualizzazione. Meglio averli alla luce del sole, dove possono essere smontati pubblicamente, che relegarli in forum dove diventano sacre scritture per iniziati.

Il criterio mancante

Ma allora dove sta il limite? Mondadori pubblica Ezra Pound, fascista e propagandista di Mussolini. Adelphi pubblica Heidegger, iscritto al partito nazista. Guanda ha pubblicato Céline, antisemita virulento. Nessuno chiede di escluderli dalle fiere. Perché?
La risposta non può essere solo “perché sono letteratura”. Degrelle non sarà Pound, ma il criterio non può essere la qualità estetica. O lo è? E se lo è, chi decide quale fascista merita di essere letto e quale no? Il tempo trascorso? La casa editrice che lo pubblica? La reputazione dell’autore?
Questa non è retorica. È la domanda centrale che nessuno vuole affrontare perché non ha risposta facile. E senza una risposta chiara, ogni presa di posizione diventa arbitraria.

La responsabilità della cultura

La libertà editoriale è un valore irrinunciabile. Ma non può essere uno scudo dietro cui far passare qualsiasi contenuto. La cultura ha una responsabilità verso la società che la ospita. Una fiera del libro non è solo un mercato: è un’istituzione culturale che promuove valori, orienta lettori, costruisce immaginario collettivo.
Consentire la presenza di un editore il cui catalogo celebra le SS non è pluralismo: è amnesia storica. Non è apertura: è abdicazione. E quando Cipolletta dice che verificare la buona fede sarebbe “discrezionale”, dimentica che ogni scelta , anche quella di non scegliere –,è già una scelta.
Ma l’antifascismo non può essere solo reazione emotiva o posizionamento politico contingente. Deve essere vigilanza costante, coerenza nei principi, capacità di guardare anche le proprie contraddizioni. Altrimenti diventa teatro, non etica.
La domanda finale rimane: in un Paese nato dalla lotta al fascismo, vogliamo davvero che una fiera culturale offra uno stand a chi quella lotta la chiama “eroica resistenza” dalla parte sbagliata? E siamo disposti a porci questa domanda con la stessa serietà con cui dovremmo interrogarci su tutte le forme di disumanizzazione, passate e presenti?

 

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