Di Carlo di Stanislao 

«La storia è un deposito di armi: scegli bene quale impugnare.» — Walter Benjamin

In Cisgiordania, sulle colline che dominano la piana di Nablus, sorge Sebastia, una delle più antiche città del Levante. Un luogo dove il tempo non scorre: si stratifica. Qui i resti del periodo romano dialogano con quelli ellenistici, bizantini e islamici; qui si conservano memorie di imperi che si succedono, di popoli che hanno inciso nel suolo la loro presenza. Ma ciò che dovrebbe essere un patrimonio universale, in grado di connettere passato e presente, è diventato ancora una volta un campo di battaglia politico.

La recente decisione dell’Amministrazione Civile israeliana di confiscare 180 ettari attorno al sito archeologico — una vasta porzione di uliveti, terreni agricoli e parcelle private — rappresenta uno dei più significativi atti di sottrazione territoriale degli ultimi anni. Il pretesto ufficiale: la «conservazione» del sito, la tutela dell’area, la valorizzazione del turismo. Ma come spesso accade nella storia dei conflitti asimmetrici, l’archeologia si rivela lo strumento ideale per rivendicare appartenenze, riaffermare narrazioni, inscrivere nel paesaggio un’egemonia culturale e politica.

Archeologia come linguaggio del potere

L’idea che il passato possa essere usato per legittimare il presente non è nuova. La ricerca archeologica in contesti coloniali o contesi è spesso divenuta un mezzo per affermare diritti storici, per scolpire nella roccia un ordine politico altrimenti difficile da giustificare. In Palestina questo processo è evidente da decenni: dalla Città di Davide a Gerusalemme Est fino al sito di Sebastia, le narrazioni archeologiche vengono costruite, selezionate, modellate per sostenere l’idea di una continuità ebraica esclusiva sul territorio.

La confisca delle terre intorno a Sebastia sembra inserirsi esattamente in questa logica. L’area non sarà gestita da un ente scientifico indipendente, né da organismi congiunti israeliano-palestinesi, come previsto dagli Accordi di Oslo. Saranno invece i coloni israeliani, con il supporto del governo e un finanziamento di 32 milioni di shekel, a occuparsi della «valorizzazione» del sito.

Questo significa che le principali ricostruzioni storiche, il modo in cui l’area sarà narrata ai visitatori, la selezione dei percorsi e delle spiegazioni risponderanno a una specifica prospettiva identitaria. Una prospettiva che, nel contesto del conflitto, non è neutra: è parte integrante di un progetto politico.

La ferita degli uliveti: terra sottratta, radici spezzate

Se l’archeologia è il discorso, la terra è la materia della vita. Gli 180 ettari confiscati non sono zone marginali o abbandonate: sono uliveti secolari, piccoli appezzamenti familiari, campi che definiscono l’economia e l’identità della comunità di Sebastia. Migliaia di ulivi, che ogni autunno alimentano la produzione olearia e rappresentano per centinaia di famiglie la principale risorsa economica.

Sottrarre quelle terre significa recidere un legame generazionale con il territorio. Non è solo una perdita economica: è la cancellazione di un rapporto culturale e affettivo che tiene insieme intere comunità. Gli abitanti lo sanno bene. «Non stanno solo prendendo i nostri alberi», raccontano da anni in situazioni simili. «Stanno prendendo la nostra storia.»

Parole che oggi suonano ironiche, considerando che il pretesto dell’operazione è proprio la “tutela della storia”.

La separazione della città dal suo sito

Una delle conseguenze più immediate dell’esproprio sarà la separazione fisica e amministrativa tra la Sebastia moderna — palestinese, viva, abitata — e la Sebastia antica, che verrà integrata in un circuito turistico gestito dai coloni. Questo processo, già visto altrove in Cisgiordania, implica il controllo degli accessi, la militarizzazione dell’area e l’impossibilità per i residenti palestinesi di continuare a vivere il sito come luogo quotidiano.

Si crea così una frattura: da un lato, un parco archeologico raccontato attraverso una narrazione selettiva; dall’altro, un villaggio a cui quel passato viene sottratto.

È un’appropriazione simbolica tanto quanto fisica. L’antico diventa esclusivo, l’abitato contemporaneo diventa intruso.

Gli Accordi di Oslo e la promessa tradita

Secondo Oslo II (1995), Sebastia ricadeva in Area B: amministrazione civile palestinese e sicurezza condivisa. In teoria, il sito avrebbe dovuto essere gestito attraverso coordinamento bilaterale, con limitazioni precise alle possibilità israeliane di intervenire unilateralmente.

Negli ultimi vent’anni, però, il quadro è mutato radicalmente. L’espansione degli insediamenti, la crescita del controllo militare, le scelte politiche dei governi israeliani — sempre più orientati verso una formalizzazione dell’annessione — hanno svuotato di fatto il contenuto degli accordi. La confisca di Sebastia diventa allora un ulteriore tassello di questo processo di annessione strisciante, realizzata non con un atto dichiarato, ma attraverso un mosaico di misure amministrative, giuridiche e “scientifiche”.

Il turismo come arma morbida

L’uso del turismo come strumento politico emerge con chiarezza. Le aree archeologiche in Cisgiordania, quando passano sotto controllo israeliano, vengono integrate in circuiti turistici dedicati soprattutto al pubblico internazionale e religioso. Nascono nuovi sentieri, nuovi pannelli esplicativi, nuove infrastrutture, spesso collegate direttamente agli insediamenti circostanti.

Il turismo, apparentemente innocuo, diventa così un mezzo per normalizzare la presenza dei coloni, rafforzare l’economia degli insediamenti e sottrarre alla comunità palestinese una delle poche risorse rimaste: la capacità di raccontare la propria storia e quella della propria terra.

In questo senso, l’investimento di 32 milioni di shekel non è un semplice progetto di sviluppo: è un passo nell’architettura politica dell’occupazione.

La comunità di Sebastia tra resistenza e silenzio internazionale

Come spesso avviene, la risposta internazionale è timida. Le proteste delle ONG, delle organizzazioni per i diritti umani e della leadership palestinese non riescono a incidere. Le misure di confisca, gli ordini militari e le restrizioni di accesso vengono imposti con una rapidità che impedisce ricorsi efficaci.

La comunità di Sebastia, però, continua a resistere. Lo fa attraverso manifestazioni, ricorsi legali, iniziative culturali, campagne di sensibilizzazione. E lo fa, soprattutto, mantenendo viva la propria relazione con la terra: raccogliendo le olive nonostante gli attacchi dei coloni, organizzando festival culturali, accogliendo visitatori solidali.

In un luogo dove ogni pietra può essere usata come arma politica, la quotidianità diventa forma di resistenza.

Conclusione: la storia non tace, ma chi può scegliere cosa dice

Il caso di Sebastia mostra con chiarezza come la storia, il paesaggio e la memoria possano essere piegati a logiche di potere. L’archeologia — disciplina che dovrebbe unire, capire, ricomporre — viene strumentalizzata per dividere, legittimare, cancellare.

Non è un destino inevitabile.

Ma finché la comunità palestinese non potrà esercitare pienamente i suoi diritti sulla terra e sul patrimonio culturale, finché i siti archeologici verranno usati come strumenti di annessione simbolica, e finché la comunità internazionale tollererà questa dinamica, la storia continuerà a essere una contesa più che un patrimonio comune.

E Sebastia, città di re antichi, continuerà a vivere sospesa fra ciò che era e ciò che altri vogliono che significhi.

 

pH Wikipedia

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