L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
La sfida per la presidenza della Regione Campania ha smesso di essere una competizione elettorale per trasformarsi in una commedia dell’assurdo: da una parte chi difende un decennio di immobilismo mascherato da buongoverno, dall’altra chi promette il cambiamento portando in dote il governo più anti-meridionalista della storia repubblicana. Nel mezzo, cinque milioni di campani che assistono a un duello tra due progetti politici egualmente incapaci di scardinare la gabbia della subalternità meridionale.
Edmondo Cirielli gioca la carta classica dell’opposizione: dopo dieci anni, tutto ciò che non funziona è colpa di chi c’era prima. È una logica elementare, quasi rassicurante nella sua prevedibilità. Il problema è che questa narrazione si scontra brutalmente con la realtà: il governo che lo sostiene ha fatto dell’accanimento contro il Sud una linea programmatica. Autonomia differenziata, taglio del Reddito di cittadinanza, definanziamento della sanità pubblica, blocco dei fondi di coesione: il centrodestra di Meloni ha messo in campo un arsenale di provvedimenti che rendono la Campania di Cirielli un ossimoro vivente.
Come si fa a promettere il rilancio del Mezzogiorno mentre si sostiene un governo che lo sta smontando pezzo per pezzo?
Come si costruisce credibilità territoriale quando i tuoi alleati romani considerano il Sud una zavorra da alleggerire?
Cirielli non risponde, si limita a parlare di “fare” e “mettere la faccia”. Ma fare cosa, esattamente? Applicare in Campania le politiche che Salvini e Calderoli disegnano per svuotarla di sovranità e risorse?
Roberto Fico, dal canto suo, incarna il paradosso del progressismo amministrativo: rivendicare il buongoverno mentre la realtà quotidiana dei cittadini racconta un’altra storia. Liste d’attesa sanitarie che superano i dodici mesi, emigrazione sanitaria che drena centinaia di milioni, trasporti pubblici al collasso, economia sommersa che prospera nell’assenza di alternative: questo è il bilancio tangibile di un decennio.
La retorica della “coalizione imbattibile” serve a nascondere una verità scomoda: l’imbattibilità è spesso figlia dell’assenza di alternative credibili, non della qualità del governo.
Si l’ autonomia differenziata si gioca la partita vera, quella che Cirielli vorrebbe evitare e Fico deve cavalcare per sopravvivere. L’autonomia differenziata non è una riforma istituzionale, è un progetto politico di ridisegno dei rapporti di forza tra Nord e Sud. Spacchettare le competenze statali, attribuirle alle regioni più ricche, finanziare il tutto con una perequazione al ribasso: è il manuale della secessione dei ricchi, quella che non ha bisogno di proclami indipendentisti ma si realizza attraverso tecnicismi costituzionali.
Quando Fico attacca i ministri romani che scendono in Campania per sostenere Cirielli, centra il punto: come si può accettare il sostegno di chi sta progettando lo svuotamento delle prerogative regionali del Sud? I ministri Meloni portano la presenza mediatica ma tolgono le risorse reali. Portano i comunicati stampa ma sottraggono la capacità di intervento.
È la politica del simulacro: tutto si riduce a performance simboliche mentre la sostanza va in direzione opposta.
Ma anche Fico deve spiegare perché, in dieci anni, il centrosinistra campano non è riuscito a costruire un argine efficace contro questa deriva. Dov’erano le mobilitazioni? Dov’erano le alleanze territoriali? Dov’era la capacità di costruire una narrazione alternativa che mettesse il Nord di fronte alle sue responsabilità storiche? Limitarsi a denunciare i tagli romani mentre si amministra è comodo, ma insufficiente.
Cirielli attacca il Reddito di cittadinanza con la solita retorica del divano e del lavoro che c’è per chi lo vuole. È la narrazione classica della destra sociale: trasformare una misura di contrasto alla povertà in un problema di ordine pubblico. “Distinguere chi può lavorare da chi non può” suona ragionevole, ma in una regione dove la disoccupazione giovanile sfiora il 40% e quella femminile viaggia su percentuali da economia di guerra, significa semplicemente togliere protezione a chi non ha alternative.
Il Reddito di cittadinanza non era perfetto, ma era una rete. Nella Campania reale , non quella dei congressi e dei convegni , rappresentava l’unica fonte di reddito per centinaia di migliaia di nuclei familiari. Smontarlo senza costruire alternative significa aumentare il bacino dell’economia criminale, gonfiare il lavoro nero, consegnare persone all’assistenzialismo clientelare.
Ma questo a Cirielli non interessa: meglio la narrazione punitiva che funziona al Nord che la realtà sociale del Sud.
Fico, ancora una volta, evita di difendere la misura. È il classico atteggiamento del progressismo timido: quando una battaglia diventa impopolare, si preferisce ritirarsi piuttosto che spiegare perché quella battaglia aveva senso. Il risultato è che la destra detta l’agenda e la sinistra insegue, sempre un passo indietro, sempre sulla difensiva.
Sulla sanità crollano tutte le narrazioni. La sanità campana è il tallone d’Achille che azzera le differenze tra destra e sinistra. Cirielli ha ragione quando parla di una sanità “lasciata indietro”, ma omette di dire che il centrodestra nazionale ha governato la sanità italiana per lunghi periodi senza mai invertire la rotta del definanziamento. E omette anche che il suo governo, proprio ora, sta tagliando altri miliardi alla sanità pubblica mentre promette miracoli regionali.
Fico non può nascondersi dietro i tagli romani quando la Campania ha avuto dieci anni per costruire un sistema sanitario efficiente. Le liste d’attesa infinite non sono solo colpa del definanziamento: sono anche colpa della cattiva gestione, della mancata riorganizzazione, della incapacità di premiare il merito e punire l’inefficienza. Sono colpa di una politica che ha usato la sanità come bancomat elettorale, distribuendo posti e appalti invece di costruire servizi.
La verità è che nessuno dei due ha un progetto credibile per la sanità campana. Cirielli promette il cambiamento senza spiegare con quali risorse, visto che il suo governo le sta tagliando. Fico difende un sistema che non funziona sperando che i cittadini dimentichino le loro esperienze dirette di malasanità. È il trionfo della politica come negazione della realtà.
Questa campagna elettorale rivela un vuoto abissale di pensiero strategico. Entrambi i candidati sono prigionieri di un paradigma che riduce la politica a gestione dell’esistente, amministrazione del declino, distribuzione delle briciole. Nessuno dei due osa immaginare una Campania radicalmente diversa perché nessuno dei due ha gli strumenti culturali e politici per farlo.
Cirielli parla di “fare funzionare i servizi”: è la quintessenza del managerialismo vuoto. Come se la Campania avesse bisogno di un amministratore più efficiente e non di una classe dirigente capace di ripensare il modello di sviluppo. Fare funzionare cosa? Una regione costruita sulla dipendenza dai trasferimenti statali? Un’economia senza industria? Un mercato del lavoro inesistente? Un sistema formativo disconnesso dai bisogni reali?
Fico si appella alla coesione della coalizione, come se la coesione fosse un valore in sé. Ma una coalizione coesa attorno al nulla resta comunque nulla. Dove sono le politiche industriali? Dove sono i progetti di riconversione ecologica? Dove sono gli investimenti in ricerca e innovazione? Dove sono le alleanze mediterranee che potrebbero fare della Campania un hub strategico invece che una periferia marginale?
Perché la Campania continua a perdere giovani qualificati a ritmi da emorragia demografica?
Non è solo la mancanza di lavoro: è l’assenza di un ecosistema che premi il merito, che offra opportunità, che valorizzi il talento. È la sensazione che restare significhi accettare compromessi, accontentarsi di poco, navigare in un sistema dove contano più le relazioni che le competenze.
Perché l’economia campana resta intrappolata nella dipendenza dal pubblico impiego e dall’assistenzialismo?
Non è colpa del carattere dei meridionali: è il risultato di decenni di politiche che hanno disincentivato l’impresa, premiato la rendita, tollerato l’illegalità. È il prodotto di una classe dirigente che ha preferito gestire il consenso attraverso la distribuzione clientelare piuttosto che costruire le condizioni per l’autonomia economica.
Perché il gap infrastrutturale tra Nord e Sud continua ad allargarsi nonostante i miliardi dei fondi europei?
Non è solo questione di risorse: è questione di capacità progettuale, di efficienza amministrativa, di trasparenza negli appalti. È questione di una politica che ha usato le infrastrutture come bancomat per le imprese amiche invece che come leva di sviluppo.
Questa campagna elettorale poteva essere l’occasione per un dibattito vero sul futuro della Campania. Invece si è ridotta a uno scontro tra due narrazioni del passato: chi lo difende e chi lo attacca, senza che nessuno osi guardare oltre.
La verità è che la Campania ha bisogno di una rivoluzione, non di un cambio di amministrazione.
Ha bisogno di smontare pezzo per pezzo il sistema di potere che blocca ogni cambiamento reale.
Ha bisogno di una classe dirigente che anteponga il bene comune agli equilibri di partito.
Ha bisogno di investimenti massicci in capitale umano, ricerca, innovazione.
Ha bisogno di infrastrutture che la connettano al Mediterraneo e all’Europa, non che la leghino alla logica dei trasferimenti romani.
Ma tutto questo richiede coraggio politico, e il coraggio è merce rara in una politica che ha fatto della mediazione al ribasso la sua cifra distintiva. Richiede la disponibilità a scontentare lobby consolidate, a rompere equilibri clientelari, a dire no a chi da decenni campa sull’inefficienza. Richiede la capacità di immaginare un futuro diverso e di costruire il consenso attorno a questo futuro.
I campani non stanno scegliendo tra due progetti per il futuro. Stanno scegliendo tra due modi diversi di gestire il declino. Tra chi promette di gestirlo meglio e chi dice che l’altro lo ha gestito male.
Tra chi difende un sistema che non funziona e chi ne promette uno nuovo senza spiegare come costruirlo.
Finché la politica meridionale resterà intrappolata in questa dialettica sterile, il Sud resterà una questione irrisolta. Non servirà cambiare il colore politico della giunta regionale se non si cambia il paradigma che riduce la politica meridionale a rivendicazione di risorse e distribuzione di consenso.
La vera domanda non è chi vincerà queste elezioni. La vera domanda è: quando una classe dirigente meridionale avrà il coraggio di dire la verità ai meridionali? Che la marginalità del Sud non è un destino ma il prodotto di scelte politiche precise. Che uscirne è possibile ma richiede sacrifici, rotture, discontinuità radicali. Che continuare a scegliere tra due versioni del male minore significa condannarsi a restare minori.
Questa elezione non sarà ricordata per chi ha vinto, ma per l’occasione che entrambi gli schieramenti hanno sprecato. L’occasione di dire finalmente la verità, di proporre un’alternativa vera, di costruire una narrazione del Sud che non sia vittimismo o retorica ma progetto politico concreto e radicale.
I campani meritavano di meglio. Il Mezzogiorno meritava di meglio. Ma la politica italiana, ancora una volta, ha dimostrato di essere più piccola delle sfide che dovrebbe affrontare.
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