La recensione del Direttore Daniela Piesco 

C’è un pericolo sottile nel celebrare le figure della Resistenza, una trappola della memoria che trasforma il sangue e il sudore in marmo levigato, rendendo icone innocue quelle che furono donne e uomini di carne e terrore. È proprio da questo rischio che prende le distanze il libro di Teresa Simeone su Maddalena Cerasuolo, “Lenuccia”, presentato all’ANPI di Benevento. L’operazione dell’autrice non è quella di innalzare un piedistallo, ma di scavare una trincea narrativa in cui il lettore viene calato, costretto a respirare l’aria pesante di ciò che significa veramente mettere alla prova il proprio coraggio, di fronte a quella paura segreta di cui tutti, in fondo, dubitiamo.

I fatti noti , la giovane popolana, le Quattro Giornate di Napoli, l’azione eroica per salvare il Ponte della Sanità , diventano qui il punto di partenza, non l’arrivo. La domanda bruciante che anima Simeone non è cosa fece Lenuccia, ma come fosse possibile. Il genio di questa ricostruzione storica non risiede nel mero rigore cronachistico, pur presente, ma in un’indagine antropologica che ci restituisce non un’eroina di bronzo, bensì una giovane donna immersa nel crogiolo di contraddizioni della Napoli del ’43, una città sospesa “tra eros e thanatos” che diventa, essa stessa, un personaggio pulsante.

L’intuizione più potente e trascurata dalla storiografia tradizionale è il legame simbiotico, quasi biologico, tra l’atto eroico e il contesto popolare. Lenuccia non agisce nonostante fosse una popolana, ma perché lo era. La sua forza non scaturiva da un’ideologia pura e astratta, ma da quell’istinto visceralmente napoletano di sopravvivenza collettiva. Il suo antifascismo era l’estensione logica, quasi materna, di un amore concreto per la sua città, per i suoi vicoli e per la sua gente.

In questo, il libro smantella un duplice mito: quello di una Resistenza narrata al maschile, fatta solo di azioni militari e leadership, e quello dell’eroe solitario. Simeone ci mostra con maestria come le Quattro Giornate furono, in larga misura, una rivolta femminile e popolare. L’azione di Maddalena non fu un picco isolato di eroismo, ma il culmine di una resistenza quotidiana, orizzontale, fatta di piccoli sabotaggi, di reti di sostegno, di un coraggio “liquido” che fluiva dalla dimensione domestica a quella pubblica senza soluzione di continuità, diffondendosi come un contagio morale.

Ed è qui che la narrazione afferra il lettore alla gola, costringendolo a uno scontro frontale con se stesso. Attraverso una prosa intensa e la complicità della prefazione di De Magistris, Simeone ci mette di fronte allo specchio della nostra paura, di quel “fondo grigio di opportunismo” che tutti temiamo di scoprire in noi. Maddalena e le sue compagne ci dimostrano che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la decisione, presa nel momento più buio, che la libertà di tutti valga più della paura di uno.

La scelta di presentare il libro all’ANPI, con la partecipazione di Amerigo Ciervo e Dolores Morra, non è un mero fatto logistico, ma un atto politico preciso. Questo lavoro non è un’operazione di archeologia storica, è un’arma. È un invito a riannodare i fili di una memoria attiva, che non si accontenta di commemorare, ma che interroga con urgenza il nostro presente. La petizione per intitolare a Lenuccia il ponte che contribuì a salvare non è una semplice questione toponomastica; è il sintomo di un bisogno di radicamento, il desiderio di una città di riconoscersi in un’anima “condivisa e plurale”.

Teresa Simeone, con quello che definisce un “modesto lavoro” ma che è tutto fuorché tale, non ci regala una statua. Ci consegna invece uno strumento, una lente d’ingrandimento sul nostro carattere morale. Ci ricorda, in un tempo che sembra aver smarrito il senso profondo dell’impegno, che in certi momenti bui la storia la scrivono anche ragazze di vent’anni che, invece di chinare il capo, decidono di salvare un ponte. E, salvando quel ponte, salvano l’onore di una città intera, e con esso, un pezzo della nostra umanità possibile.

 

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