Un’inchiesta sui retroscena del progetto che ha conquistato Chicago e Parigi mentre veniva contestato in casa propria
Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Due premi internazionali di prestigio assoluto – l’International Architecture Award 2025 del Chicago Athenaeum Museum e il DNA Paris Design Award 2025 – hanno incoronato il progetto di rigenerazione di Piazza Duomo a Benevento come eccellenza mondiale del design urbano. Eppure, mentre studi del calibro di Zaha Hadid Architects, Foster + Partners e Snøhetta venivano superati dalla proposta italiana, in città si consumava una battaglia politica dai contorni paradossali. È tempo di andare oltre le polemiche e fare chiarezza sui fatti.
La giuria internazionale ha premiato il progetto per “la sua capacità di combinare rispetto storico, qualità urbana e impatto sociale”, selezionandolo tra oltre 500 proposte mondiali. Un verdetto tecnico che non ammette interpretazioni: esperti internazionali hanno riconosciuto l’approccio “misurato e responsabile” dell’intervento, con riduzione delle volumetrie, inserimento di elementi verdi e valorizzazione del fronte monumentale del Duomo.Non sono gadget da brochure: sono valutazioni tecniche che confrontano la proposta con standard globali di rigenerazione, sostenibilità e inserimento storico.
I fatti parlano chiaro e meritano rispetto, al di là delle appartenenze politiche.Le sentenze amministrative richiamate dall’opposizione (TAR Campania 2007 e Consiglio di Stato 2020) hanno annullato atti procedurali del passato, non hanno mai dichiarato l’inedificabilità eterna del sito. È la differenza fondamentale tra forma e sostanza che spesso sfugge nel dibattito pubblico.La documentazione istruttoria comunale chiarisce che l’attuale progetto si fonda su una nuova istruttoria, motivazioni aggiornate e piena conformità normativa all’art. 19 del DPR 327/2001. Sul piano regionale, la Campania ha aggiornato la propria legge urbanistica nel 2024, introducendo un regime transitorio che consente ai Comuni di operare secondo procedure codificate fino al 31 dicembre 2025.
Il percorso procedurale scelto è coerente con il quadro normativo vigente. Il merito si può discutere, la legittimità del percorso no.Invocare meccanicamente il DM 1444/1968 su altezze, densità e standard senza distinguere le zone omogenee è un classico della polemica superficiale. Quel decreto disegna parametri diversi per zone A, B, C, D, E, F. Nelle zone F (attrezzature di interesse generale), soprattutto in ambiti storici consolidati, la lettura dev’essere funzionale e contestuale, non aritmetica.
La ratio è elementare: nei centri storici non si espande, si ricuce con criteri di compatibilità. Utilizzare gli stessi metri pensati per l’espansione residenziale di periferia è un errore concettuale che tradisce incomprensione delle dinamiche urbanistiche contemporanee.Sul tema degli standard emerge tutta la differenza tra approccio tecnico e slogan elettorali. Il progetto prevede un sistema integrato che utilizza le dotazioni esistenti nell’area: parcheggi multipiano di via del Pomerio, Piazza Cardinal Pacca, Porta Rufina, strisce blu in Corso Vittorio Emanuele e via Ennio Goduti. È la logica della città contemporanea, che ragiona per sistemi integrati.La piazza restituisce spazio civico qualificato: non un giardino esotico calato dall’alto, ma un piano urbano che valorizza il Duomo e riduce l’impatto dell’incompiuta.
Questo è “verde urbano” nel senso contemporaneo: mitigazione ambientale, alberature compatibili, materiali sostenibili, fruizione sociale. È qui che si misura la qualità di un progetto pubblico, non nel metraggio astratto di aiuole.
Colpe del passato: un iter incagliato, atti viziati, un manufatto rimasto come ferita urbana per anni. La responsabilità è di chi ha gestito male quella fase, non di chi oggi prova a rimediare. Meriti dell’oggi: aver riaperto il dossier con istruttoria aggiornata, aver scelto la via più difficile – demolire volumetrie superflue, ridurre la cubatura, restituire spazio pubblico – anziché la scorciatoia del “chiudiamo e basta”
Responsabilità future: Comune e progettisti devono garantire massima trasparenza su quadro economico, verifiche di compatibilità, cronoprogramma dettagliato. La cittadinanza ha diritto a indicatori misurabili: affollamento della piazza, fruizione culturale, impatto sulla mobilità. La trasparenza è l’antidoto alla sfiducia.
Un’inchiesta seria deve andare oltre le polemiche e fissare parametri verificabili: pubblicazione integrale degli elaborati tecnici non coperti da riservatezza, con tabelle parametriche su altezze, materiali, prestazioni ambientali. Cronoprogramma pubblico con milestone controllabili dai cittadini. Monitoraggio in esercizio: conteggi di fruizione, eventi ospitati, feedback su accessibilità, indicatori di impatto economico locale. Clausole di qualità in appalto: se il progetto è stato premiato internazionalmente, deve esserlo anche nella realtà costruita.
Resta il paradosso di una città che vede riconosciuta a livello mondiale l’eccellenza di un progetto mentre a livello locale lo contesta con cavilli burocratici. Un sintomo di quella sindrome provinciale che preferisce l’immobilismo travestito da rigore alle sfide della rigenerazione urbana.I premi internazionali non assolvono nessuno, anzi alzano l’asticella della responsabilità. Ma rappresentano un riconoscimento tecnico che merita rispetto e che dovrebbe orientare il dibattito verso la qualità dell’esecuzione, non verso la delegittimazione a priori.
Non è questione di partito o di schieramento: è questione di responsabilità verso una città che ha un debito aperto con Piazza Duomo. Un’incompiuta che per anni ha divorato fiducia, decoro, risorse pubbliche. Oggi che si è imboccata la strada della rigenerazione con un progetto tecnicamente riconosciuto, il dibattito dovrebbe concentrarsi su come garantire la migliore esecuzione possibile.
La verità, al netto di slogan e nostalgie, è che Piazza Duomo può tornare luogo e non ferita. Se le istituzioni manterranno gli impegni di trasparenza e qualità, i cittadini avranno quella giustizia concreta che si chiama spazio pubblico dignitoso, funzionale, all’altezza del contesto storico.
Il mondo dell’architettura ha già emesso il suo verdetto tecnico. L’esposizione internazionale “The City and the World” di Atene (20 settembre) e la cerimonia parigina (24 ottobre) celebreranno un’eccellenza italiana.Ora tocca all’informazione locale fare la sua parte: andare oltre le polemiche di parte, verificare i fatti, pretendere trasparenza, ma anche riconoscere quando un progetto dimostra qualità tecnica riconosciuta.
La città merita un dibattito all’altezza della sfida: rigenerare il cuore storico senza tradirne l’identità.
Ma c’è un’ultima verità che va detta senza giri di parole: quando una città preferisce sistematicamente la mediocre polemica all’eccellenza riconosciuta, quando scambia il cavillo burocratico per rigore e la demagogia per competenza, quando trova sempre un pretesto per dire “no” ma mai una proposta per dire “come”, allora forse il problema non è nei progetti. È nell’incapacità cronica di riconoscere la qualità quando si presenta. E questo, più di ogni incompiuta, è il vero vulnus che Benevento deve sanare.
