di Carlo di Stanislao

La democrazia non si eredita: la si conquista e difende ogni giorno.” — Alexis de Tocqueville

Chi è Benjamin Netanyahu e il suo ruolo nella politica israeliana

Benjamin Netanyahu, nato a Tel Aviv nel 1949, è il politico più longevo della storia israeliana. Dopo aver servito come ufficiale nelle forze speciali e aver studiato negli Stati Uniti, è entrato in politica negli anni ’80 e ha rapidamente scalato i vertici del Likud. Già Primo Ministro negli anni ’90, è tornato al potere nel 2009 e da allora ha dominato la scena politica, con brevi interruzioni.

Il suo successo deriva dall’abilità di presentarsi come garante della sicurezza e difensore del popolo israeliano in un contesto ostile. Tuttavia, negli ultimi anni, il suo nome è stato associato a scandali di corruzione, processi in corso e una deriva autoritaria, alimentata dalle sue alleanze con partiti ultraortodossi e ultranazionalisti.

Le proteste contro il governo e la crisi democratica

Dal 2023 Israele è scosso da proteste di massa senza precedenti. Ogni settimana, centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza per opporsi alla riforma giudiziaria proposta dal governo Netanyahu. Secondo i sondaggi, circa il 60% della popolazione si dichiarava contraria alle modifiche che avrebbero limitato l’autonomia della Corte Suprema.

Le manifestazioni hanno coinvolto ex generali, studenti universitari, membri del settore high-tech che rappresenta oltre il 15% del PIL israeliano, e persino ufficiali della riserva. L’hashtag #IsraelisForDemocracy ha fatto il giro del mondo. Per molti, la battaglia non riguarda solo il destino politico di Netanyahu, ma la sopravvivenza stessa del carattere democratico dello Stato ebraico.

La guerra a Gaza e le accuse a Netanyahu

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato un attacco coordinato che ha ucciso circa 1.200 israeliani e portato al rapimento di oltre 250 persone. È stato il peggior massacro nella storia del Paese dalla sua fondazione nel 1948.

La risposta israeliana è stata immediata e devastante: bombardamenti, assedio totale della Striscia, operazioni di terra. Secondo fonti palestinesi e rapporti delle Nazioni Unite, a metà 2024 le vittime palestinesi superavano le 37.000, di cui circa metà donne e bambini. Più di 1,5 milioni di persone sono state sfollate in un territorio già tra i più densamente popolati al mondo.

Sul piano internazionale, Israele ha ricevuto inizialmente il sostegno degli Stati Uniti e di molti Paesi europei, ma con il passare dei mesi sono aumentate le critiche per l’impatto umanitario. La Corte Penale Internazionale ha avviato indagini su possibili crimini di guerra, e diversi Paesi hanno sospeso forniture militari.

All’interno di Israele, la guerra ha creato un clima di unità momentanea, ma anche profonde tensioni. Molti accusano Netanyahu e i vertici militari di non aver saputo prevenire l’attacco, definito da una commissione d’inchiesta dell’IDF un “completo fallimento dell’intelligence e della preparazione”.

Il controverso rapporto con Hamas

Una delle accuse più ricorrenti contro Netanyahu riguarda la sua presunta politica di rafforzamento indiretto di Hamas. Negli ultimi quindici anni, infatti, Israele ha autorizzato il passaggio di miliardi di dollari provenienti dal Qatar per sostenere la Striscia di Gaza. Solo nel 2018, il Qatar ha inviato oltre 150 milioni di dollari a Gaza, trasferiti con la supervisione israeliana.

L’obiettivo, secondo diversi analisti, era quello di mantenere Hamas al potere a Gaza e indebolire l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, guidata da Mahmoud Abbas, successore di Arafat. Netanyahu ha sempre negato, ma ex premier come Ehud Barak ed Ehud Olmert hanno dichiarato pubblicamente che il suo governo “ha preferito Hamas all’Autorità Palestinese, per impedire un processo di pace reale”.

Inoltre, nel 2021 Israele ha autorizzato fino a 20.000 permessi di lavoro per gazawi, garantendo un flusso di denaro vitale per l’economia di Gaza. Una misura che, secondo i critici, ha finito per rafforzare anche l’organizzazione armata.

Gli ebrei in Israele: un mosaico di identità

La popolazione ebraica israeliana è divisa in gruppi con radici diverse:

  • Ashkenaziti: circa il 32% della popolazione ebraica. Provenienti dall’Europa centrale e orientale, hanno dominato i primi decenni dello Stato, controllando le istituzioni, l’economia e la cultura.
  • Mizrahim (orientali): circa il 45% della popolazione ebraica. Originari del Medio Oriente e del Nord Africa, hanno vissuto a lungo condizioni di marginalità, ma oggi sono una componente decisiva della politica e della cultura israeliana.
  • Sefarditi: numericamente minori ma culturalmente importanti, discendono dagli ebrei espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel XV secolo, stabilitisi nel Mediterraneo e nei Balcani.
  • Ebrei etiopi (Beta Israel): circa 160.000 persone, giunti con le operazioni Moses (1984) e Solomon (1991), ma spesso vittime di discriminazione.
  • Ebrei russi: oltre 1 milione, arrivati dopo il crollo dell’URSS, che hanno profondamente modificato il tessuto politico e sociale.

Questo mosaico etnico è fonte di ricchezza culturale, ma anche di divisioni. Gli Ashkenaziti, spesso percepiti come élite occidentale, si contrappongono ai Mizrahim, che rivendicano il proprio ruolo e denunciano ancora oggi discriminazioni sociali ed economiche.

Il concetto di “popolo eletto”

L’idea di Israele come “popolo eletto” è antica quanto la tradizione biblica. Nella sua interpretazione classica, significa responsabilità morale e spirituale, non privilegio. Tuttavia, nella politica contemporanea, alcuni gruppi ultraortodossi e nazionalisti lo usano come giustificazione per politiche esclusive, dalla colonizzazione dei Territori Occupati al rifiuto di una soluzione a due Stati.

Per gli Ashkenaziti secolarizzati, il concetto resta spesso simbolico. Per i Mizrahim e i Sefarditi religiosi, invece, è più sentito come parte di un’identità collettiva orgogliosa. Questa differenza alimenta tensioni culturali e politiche.

Il peso delle diseguaglianze

Israele è tra le economie più avanzate al mondo, con un PIL pro capite superiore ai 52.000 dollari (2023). Tuttavia, le disuguaglianze sono marcate. I Mizrahim guadagnano in media circa il 30% in meno rispetto agli Ashkenaziti; gli ebrei etiopi hanno tassi di povertà che superano il 35%, contro il 20% della media nazionale.

Questi squilibri si riflettono anche nella politica: i partiti mizrahi come Shas e Likud attraggono voti delle classi popolari, mentre i partiti centristi e progressisti restano in gran parte dominati da élite ashkenazite urbane.

Conclusione: Israele a un bivio

Israele si trova oggi a un crocevia storico. Le proteste interne mostrano una società determinata a difendere la democrazia, ma allo stesso tempo divisa da fratture etniche, religiose e ideologiche. La guerra a Gaza ha messo in discussione l’immagine di Netanyahu come “Mr. Security” e ha sollevato interrogativi sul futuro della leadership israeliana.

Se il Paese non saprà riformare le proprie istituzioni, ridurre le disuguaglianze interne e trovare una via d’uscita dal conflitto con i palestinesi, rischia di perdere la sua identità di “unica democrazia del Medio Oriente”.

Il sogno di Israele come patria sicura e democratica per il popolo ebraico potrebbe trasformarsi in un incubo di divisioni permanenti e isolamento internazionale.

 

pH Wikipedia

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