Mio nonno si chiamava Giacomo, ma per tutti era Giacomino.
Non era veramente mio nonno essendo il secondo marito della mia nonna paterna, ma l’ho sempre considerato come tale.
Era alto, magrissimo, ed aveva la barba ispida, quando mi chiedeva di dargli un bacino, prima gli toccavo la guancia e se non si era rasato, niente bacino perché la barba pungeva troppo.
Guardandolo con gli occhi di bambina, era il nonno ideale, a volte gli chiedevo di cantarmi una canzoncina, una specie di filastrocca che si era creato su misura, fatta di “non sensi” ma tutta in rima, ricordo un pezzetto che diceva
:- se piove e non fa bello, io esco con l’ombrello, se esco con l’ombrello poi divento colonnello… – ma era lunghissima ed io troppo piccola per ricordarla tutta, ma ricordo che, alla fine, diceva :- povru Giacumin, tantu brau, tantu bon (povero Giacomino, tanto bravo, tanto buono)
Quando cantava mi faceva ridere, per far vibrare la voce, muoveva velocemente le dita sul pomo d’ Adamo e devo ammettere che funzionava, amava tantissimo gli “stornelli fiorentini”.
Per me, buono lo era davvero, ero una bambina, ancora non potevo sapere, poi i bambini crescono e, sia la visione che la conoscenza delle cose, cambia prospettiva.

In realtà era un filibustiere, che amava vivere di espedienti, furbo, scaltro e dotato di una parlantina che avrebbe fatto invidia al più smaliziato dei politici.
A quei tempi non c’erano frigoriferi, ai negozi venivano consegnati grandi blocchi di ghiaccio per tener fresca la merce, e lui era diventato l’uomo del ghiaccio.
Poi, sparirono le ghiacciaie, i negozi si attrezzarono di banchi frigo, così dovette adattarsi a fare lavori saltuari, molto più consoni alla sua natura un po’ eccentrica di un lavoro fisso.
Una volta, stava lavorando in un cantiere edile e, i colleghi, decisero di fargli uno scherzo ; caricarono un carretto con parecchie travi di legno e gli dissero di portare il carico in un altro cantiere sito dall’altra parte del paese, avrebbe dovuto trascinarlo a mano, lui lo guardò e rispose “mi spiace ma io non mangio fieno”.
Però era pure un buon bevitore e, quando alzava il gomito, si esibiva in veri e propri comizi e non sempre gli spettatori erano solo i famigliari, specialmente nelle sere d’estate, faceva i suoi discorsi alla finestra e, siccome non c’era la tv e le occasioni di intrattenimento erano veramente molto scarse, solitamente un bel numero di persone approfittava della passeggiata serale per radunarsi davanti alla sua casa ad ascoltare il comizio ; una delle sue frasi preferite :- sappiate che abito in una casa, dove d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo! Tutto declamato con massima serietà.
Mia nonna portava molta, molta pazienza.

Insieme al fratello, girava per le fiere di paese, a volte avevano una bancarella di dolcetti e, a volte, facevano gli imbonitori : una specie di asta per la vendita di oggetti vari.
Lui era plateale e, a modo suo, anche abbastanza carismatico, mi hanno detto che durante una vendita nella piazza di un paese gremita di gente, con la sua parlantina riuscì a far vedere a tutti un’apparizione della Madonna.
Anche un funerale era per lui un’ occasione per esibire le sue battute, in chiesa, durante la funzione, sussurrava alla nonna :- tra poco il prete berrà il vin santo ed io vado al bar di fronte a bere per solidarietà.
Giunto al cimitero, si recava sulla tomba del padre e lo pregava di aver pazienza perché, per il momento, aveva troppe cose da fare, quindi era impossibilitato a raggiungerlo, poi, rivolgendosi al becchino, lo informava che non poteva essere sempre lui a sotterrare la gente, un giorno qualcun altro avrebbe sotterrato lui.

Me lo ricordo, con la camicia, i pantaloni sorretti dalle bretelle e l’immancabile Panama in testa, grigio scuro d’inverno e chiaro d’estate, sempre lucido e sveglio ; con Giacomino, non la spuntavi facilmente.
Aveva anche, come tutti, un lato oscuro che io però non ho mai visto.

Ma la cosa che mi incuriosiva di più, era la sua dentiera.
Col tempo gli si era allargata e, quando masticava, faceva un rumore tipo “cloc – cloc” ma, il capolavoro, consisteva nel tempismo perfetto che aveva nell’infilare il cibo in bocca prima che la parte superiore scendesse… Quante volte l’ho osservato curiosa di vedere come sarebbe stato se avesse sbagliato il tempo, ma non successe mai.

Quando partecipava ai pranzi di matrimonio, non faceva mancare la sua esibizione, cantando in piedi su un tavolo, con in mano una scopa a mò di chitarra.
Mentre la nonna brontolava scuotendo la testa, non molto contenta delle sue performance.

Me lo ricordo, gli ultimi tempi, venuta a mancare la nonna, era ospite nella casa di riposo.
Andavo a trovarlo quando potevo, gli portavo i salamini che gli piacevano tanto, lo trovavo seduto al tavolino, la testa abbassata, la sigaretta in mano, il suo spirito quasi spento, anche se non mancava di tirar fuori ogni tanto le sue battute. Chissà quali erano i suoi pensieri, se in quell’apparente sopire corresse dietro ai ricordi di quella sua vita fuori dagli schemi, bevuta tutta d’un fiato come un bicchiere di buon vino rosso.
Non lo saprò mai, quello che so è che ho avuto un “nonno Giacomino”…
E non è da tutti.

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