Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Ho conosciuto Michele Piramide alla presentazione di “Costruire per decostruirsi” di Mario Ferraro, dove ci siamo trovati ai lati opposti del tavolo letterario: io come recensore del libro, lui come editor. Il suo intervento aveva quella rara qualità di chi sa ascoltare le parole prima di pronunciarle, e il mio evidentemente l’aveva colpito quanto il suo aveva colpito me. All’uscita, lo scambio di numeri è stato naturale quanto inevitabile – riconoscimento immediato tra chi pratica la letteratura come necessità esistenziale, non come hobby intellettuale. Quando mi ha inviato “V”, l’ho divorato in poche ore con quella fame che si prova solo davanti ai libri veri.Piramide, classe 1990, beneventano, è figura poliedrica del panorama letterario contemporaneo. Conduttore di “Read(y)” – programma radiofonico sulla poesia italiana che dal 2021 ha fatto tappa prima su Radio Kaos Italy e dall’ottobre 2024 su Under Park Radio – e già caporedattore di UNDERmag dal 2024, porta nella sua scrittura la stessa sensibilità critica che dimostra nell’editoria. Attualità collabora con il quotidiano “Cronache del Sannio”.È una di quelle persone dall’animo nobile, quasi d’altri tempi, che però sa essere spietatamente lucida quando la vita richiede verità senza sconti.
La recensione
Una lettera sola, la ventiduesima dell’alfabeto. Michele Piramide sceglie per la sua raccolta un titolo che è insieme enigma e rivelazione. “V” , che solo nell’ultimo verso si schiude nel suo significato più lacerante: “V per Vincenzo V per verdetto” – racchiude in un grafema tutto l’universo di questa operazione poetica straordinaria.La struttura drammaturgica scandita dal 1995 al 1999 non è ornamento ma necessità narrativa. Piramide costruisce un teatro dell’anima dove la storia d’amore con l’innominata “tu” e il rapporto con la figura paterna di Enzo-Vincenzo si dipanano attraverso stagioni esistenziali che sono insieme cronache intime e archetipi universali. Ogni atto è una ferita che si riapre, ogni stagione un modo diverso di dire la stessa perdita.Il linguaggio è il vero campo di battaglia di questa raccolta. Piramide ha il coraggio della contaminazione lessicale più spinta: “soundcheck”, “Facebook”, “Xanax” convivono con echi danteschi (“parlami del Purgatorio”) e riferimenti biblici (“Maria Maddalena”, “Giovanni Paolo Secondo”) in una lingua che restituisce perfettamente la schizofrenia del nostro tempo. È il vocabolario di una generazione cresciuta tra preghiere e social network, tra Odissea e overdose, senza mai sentire il bisogno di purificare il proprio dizionario emotivo.La figura di Enzo domina il libro come presenza-assenza. L’incipit folgorante – “Cosa ne sai tu di Enzo?” – non è domanda retorica ma sfida esistenziale. Piramide disegna con pochi tratti essenziali un ritratto di paternità contemporanea: padre che “non ricorda la scuola della figlia” ma “sa bene quale pizza consigliare”, uomo che “non crede in Facebook e ai movimenti popolari”. È un personaggio costruito per sottrazione, definito da ciò che non è o non fa piuttosto che dalle sue azioni.I versi più potenti nascono dall’accumulo parattattico: “rotte rotaie di tenebra/lenzuola terra e lacrime/corpo e lividi/lembi di ventre sogni/lama verbo e niente”. Piramide ha intuito che la memoria non funziona per logica aristotelica ma per stratificazioni caotiche, dove “il tanto e il niente” coesistono nella stessa immagine poetica.La rivelazione finale – “Vincenzo De Angelis / Nato a Napoli il 28 giugno 1978 / Morto” – trasforma retrospettivamente tutto il libro in un lungo kaddish, in un tentativo disperato di resuscitare attraverso la parola poetica chi non c’è più. La “V” del titolo si rivela allora in tutta la sua pregnanza simbolica: è la prima lettera del nome del padre morto, ma è anche “verdetto”, sentenza definitiva di una perdita irreversibile.La postfazione di Stefano Tarquini chiude il cerchio con una prosa-poesia che traduce il linguaggio di Piramide in chiave ipercontemporanea. Instagram, Tinder, deep web diventano i nuovi inferni digitali dove si consuma l’esistenza odierna. È un finale che funziona perfettamente perché dimostra come la poetica dell’accumulo e della frammentazione non riguardi solo il passato ma il presente che continuamente emerge e scompare nei nostri schermi.”V” è un libro che non chiede pietà né comprensione. Michele Piramide scava nella propria biografia con la spietatezza di un anatomopatologo, dissezionando ricordi e relazioni fino all’osso. La sua è una poesia del disincanto che però non rinuncia alla tenerezza, una scrittura che sa essere brutale quando serve e delicata quando necessario.Questa raccolta dimostra come la poesia italiana contemporanea, quando evita i compiacimenti estetici e scava nell’autenticità dell’esperienza, possa ancora dire cose che nessun altro linguaggio riesce a pronunciare. “V” come Vincenzo, “V” come verdetto, “V” come vita che si trasforma in verso per non morire del tutto.
