(Quarta parte)
Sulle tracce dei popoli Volsci alla scoperta del bacio delle due Madonne.
La notte mi era stata amica. La mattina mi ero svegliato di buon’ora. Mi era rimasto ancora attaccato una sorta di disagio per non esser riuscito a raccontare la storia di Partenope come avrei dovuto e voluto.
Tutto cominciò con gli dei…
L’eco aspra della serata mi arrivava ancora, seppur fiocamente.
Avevo scritto quel romanzo in preda ad una profonda ascesi mistica che non necessariamente deve essere di natura religiosa.
Per tre anni ero sceso nei meandri del mito, del sogno, del mistero e del destino, mi ero immerso in apnea nella placenta dell’umanità, avevo attraversato quartieri e rioni della vecchia e nuova Partenope, città vive e città morte, avevo scandagliato ricchezza e povertà, degrado e nobiltà, visitato templi pagani e catacombe cristiane, mi ero trattenuto con gli dei dell’Olimpo sui Monti Lattari ed avevo cercato Dio onnipotente ed i suoi santi nelle basiliche dei decumani districandomi tra Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno, ero sceso in Averno e mi ero avventurato nell’antro delle Sibilla Cumana ed ero salito in cima al Vesuvio arrampicandomi dalla parte del Monte Somma per trovare un grimaldello e districarmi tra le storie dei miei simili nella grande caldera del golfo di Napoli…
Tutto questo mi risuonava nella testa avvolto in una sorta di nostalgia, ed anche di rammarico, per non essere riuscito ad evocare il mio viaggio nella giusta maniera la sera che mi ero appena messo alle spalle.
Alessandro era concentrato sulla salita al Monte Asprano e mi lasciava respirare avvolto nei miei pensieri. Probabilmente attribuiva il mio silenzio alla stanchezza residua o alle ultime ragnatele del sonno. Spingeva l’auto su per i declivi in direzione dell’antica cittadella ed anch’io alla fine mi lasciai conquistare dall’energia di quei luoghi.
Ai piedi dello sperone roccioso su cui si innalzava il castello avevo dimenticato ogni cosa.
Sullo stretto pianoro che annunciava, in alto, la rocca si innalzava la piccola chiesa romanica costruita tra il 1323 ed il 1325 in onore di Tommaso ancor prima che egli venisse elevato all’onore degli altari.
La conoscevo quella chiesa.
Ci ero arrivato con Angelo allorché venni a Roccasecca per la prima volta, or sono ormai un paio di anni. Ne avevo ammirato l’interno a navata unica ricco di affreschi e la quadrata torre campanaria che l’anticipava come una sentinella.
Ma adesso la guardavo con occhi nuovi e con un’emozione ben superiore rispetto ad allora.
Vi cercavo lo spirito del filosofo e teologo che avevo puntigliosamente inseguito nella basilica di San Domenico posta dentro al cuore del decumano maggiore della Napoli greco-romana nelle mie peregrinazioni che precedettero Il parto de “L’altra faccia di Partenope”.
Mi tornava alla mente vivido e armonioso il canto del tantum ergo da me silenziosamente intonato tra i banchi della cappella del Crocifisso con cui il Santo soleva intrattenersi a colloquio.
Lo avevo recitato, quell’inno, nel ricordo di mio padre e di tutti quanti nella vecchia chiesa del paese ne storpiavano le parole latine mentre, nella novena che precedeva le celebrazioni dell’Immacolata, rinsaldavano la loro fede.
Qui il valore mistico del canto mostrava la sua radice più profonda. Ed io osservavo quella chiesa minuziosamente quasi a volerne estrarre lo spirito magari per regalarne un alito a mio padre e farmi così perdonare per l’assenza della sua fede in me.
Di Tommaso amavo soprattutto la fiducia nella ragione e nell’uomo. Egli era andato oltre ma dopo averne scandagliato per intero le potenzialità.
A me mancava l’anello di congiunzione tra ragione e fede.
Quell’anello, forse, egli lo aveva trovato nel Cristo crocifisso così come mio padre lo trovava nel canto del tantum ergo.
Si trattava di due circostanze che a me sfuggivano ma che non mi impedivano di apprezzare l’acume del supremo dottore di Santa Romana Ecclesia e di rimanere in contatto con il ricordo di mio padre.
La chiesa è costruita sopra un banco di roccia che ne enfatizza lo slancio verticale e mi sembrava che essa fosse, per questo, in perfetta coerenza con il pensiero di Tommaso che invitava la ragione a fidarsi e ad affidarsi a Dio laddove i suoi limiti di comprensione dell’eterno e del destino dell’uomo stesso, diventavano invalicabili.
Una scalinata ampia, leggiadra e invitante, conduce all’ingresso del Tempio esattamente come la ragione può condurre a Dio.
Era straordinaria, addirittura a me incomprensibile, la sequenza di pensieri che quella mattina investivano la mia mente davanti a quella chiesa… certo essa era intrisa della presenza di Tommaso.
Anche il castello, il pianoro e la rupe su cui quello era costruito ne erano permeati così come l’intero monte.
E tuttavia inconsciamente facevo risalire quei miei pensieri alle peregrinazioni che, nella ricerca dell’altra faccia di Partenope, mi avevano condotto proprio all’incontro con Tommaso nella grande basilica domenicana e nel monastero ad essa annesso in cui si trova ancora la cella del frate teologo dove mi ero recato in curioso, trepido pellegrinaggio.
Rimaneva stranamente in secondo piano il mio stupore per l’umile, intima bellezza di quel gioiello di architettura romanica che invece mi aveva sorpreso ed entusiasmato la volta precedente.
E tuttavia ero convinto che quello stile fosse esattamente quello giusto per onorare Tommaso e celebrarne il pensiero.
Un pensiero che presupponeva l’incontro tra la ragione e la fede senza alcuna sopraffazione reciproca, in un dialogo serrato in cui Dio e uomini potevano parlarsi senza alcun timore nella certezza di potersi comprendere.
È questo forse il motivo recondito per cui da sempre ho amato le chiese romaniche.
Nelle chiese gotiche, per l’arditezza delle loro architetture e la metafora degli archi a sesto acuto acuminati come la punta di una lancia, avevo la sensazione che la potenza di Dio volesse costringere l’uomo nella sua miseria così come nelle chiese barocche, sovraccariche di gloria terrena, puntasse addirittura ad annullarlo per ridurlo in suo potere.
Al contrario quella piccola chiesa romanica che osservavo con nuovo interesse era proprio la testimonianza più autentica della fede a misura d’uomo.
Era naturale per me il rimando al romanico pugliese, osservato con frequenza assai più consistente data la mia dimestichezza con le terre su cui esso aveva trovato origine. Certo è assai più maestoso rispetto alle dimensioni della chiesa dedicata a San Tommaso ma possiede comunque intatta la medesima rappresentazione della capacità umana di innalzarsi alla grandezza divina in piena autonomia e consapevolezza.
La Basilica di San Nicola e la Cattedrale di San Sabino a Bari Vecchia e tutte le cattedrali che si snodano in terra Dauna e Peuceta, da Siponto a Troia ad Altamura e sino a Matera e ad Otranto mi vengono incontro, una ad una, mentre guardo questa piccola chiesa, le pietre consunte dal tempo, il bel campanile-sentinella, la facciata protesa al cielo e la struttura radicata nel monte che la sorregge.
Mi appare come un inno all’armonia tra cielo e terra.
Un invito sereno e senza condizioni al dialogo tra Dio ed uomo.
Vi ritrovo lo stesso spirito delle grandi cattedrali pugliesi e materane e delle antiche basiliche romane e più in generale italiche.
Lì certo prevaleva la sacralità del rito, il desiderio di ringraziamento, qui invece mi pare prevalga la volontà di colloquio tra il Padre ed i figli, l’intima conversazione, la consapevolezza del limite umano che, per il tramite del pensiero, si eleva sino a Dio.
Non dico nulla ad Alessandro.
Mi limito a guardare.
La chiesa è chiusa. Ma va bene lo stesso.
Angelo mi ha raccontato che proprio l’altro ieri ha accompagnato un gruppo di pellegrini-teologi, tutti esperti tomisti, in questa chiesa. Vi hanno celebrato una messa prima di percorrere le vie e raggiungere i luoghi di Tommaso.
Eran tedeschi ed americani per lo più, aveva chiosato.
Per quanto mi riguarda, come già mi capitò nella basilica di San Domenico a Napoli, mi limito a ripetere in silenzio il tantum ergo che qui assume il senso più autentico dell’afflato umano che si affida a Dio laddove il pensiero deve fermarsi impotente…
La chiesa di Tommaso è addossata al monte e noi, dopo un ultimo sguardo che tutta la abbraccia come una promessa di un nuovo ritorno, ci avviamo in direzione della cresta che si presenta aspra, nuda ed assai frastagliata, come una serra arrivata dalle prime formazioni geologiche. D’altronde il Monte Asprano ha una nobiltà geologica assai più antica dei monti che lo circondano.
La sommità è dominata da creste che si rompono in ripetute sequenze di picchi aguzzi ed irregolari.
In cima alla rupe che precipita verso la valle del Liri, si innalza il castello. Superbo come una rocca militare e ruvido, quasi ostile, come deve essere una fortezza.
È proprio tra la chiesa ed il castello che nacque la prima cittadella.
I tuguri dei contadini, le grotte degli anacoreti, gli eremi dei monaci, i santuari cristiani punteggiano il monte. In alto la falesia costellata di grotte è uno spettacolo.
Giù, dall’altro lato ad occidente si distende la grande valle del Liri.
A nord-est, si intravede il vallone del fiume Melfa affluente di quello che scende dal Monte Camarda.
Sono, entrambe, le destinazioni mattutine della gente del contado che vi si recava a piedi o a dorso di mulo e che via via prese a trasferirsi giù abbandonando la cittadella e il crinale del monte troppo impervi.
Roccasecca nasce così sulla spinta della ricerca di una vita meno dura e faticosa.
È la storia anche di Castrocielo e di Colle San Magno entrambi nati dal nucleo di Palazzolo sul limite estremo del monte Asprano ai confini del massiccio del Monte Cairo.
Il monte Asprano perse la sua dimensione antropica rimanendo luogo di preghiera affidato agli uomini di Dio, alle chiese innalzate ai suoi santi ed alla Vergine Maria sua Madre. È divenuto luogo di pellegrinaggi dove la gente cerca le sue radici e l’eco del suo rapporto con il divino, il divino pagano ed il divino Cristiano.
Sto seguendo Alessandro praticamente calpestando i suoi passi ed ascoltando il suo racconto.
Il sentiero è stretto, la scarpata su cui è disegnato è ripida. Procediamo con attenzione, uno dietro l’altro.
Di lato scorre il fianco del monte che sprofonda tra la vegetazione intricata. Intorno a noi prevale la macchia. I rovi nascondono un groviglio tempestato di trappole e tuttavia sono assai amichevoli oltre che intriganti.
Hanno grappoli tesi verso l’alto, turgidi e scintillanti ai raggi del sole che ormai è alto.
Le more sono grosse come mappamondi in miniatura, nere e lucenti.
Niente a che vedere con i rovi cui sono abituato in pianura lungo i tratturi delle terre messapiche bruciati dal sole e tempestati di frutti piccini e disidratati, roba da far tenerezza.
Ci fermiamo a coglierne una manciata. “Potrai dire di aver mangiato le more sul Monte Asprano” fa Alessandro di buon umore mentre anch’egli ne coglie in abbondanza portandole alla bocca con gusto primordiale.
Sono dolcissime, succose e fragranti.
Intorno a noi il profumo di timo selvatico, il fruscio delle foglie di lentisco e mirtillo, le bianche campanule filamentose del caprifoglio e su tutto l’intenso afrore della mentuccia selvatica.
È inebriante il cammino.
Abbiamo raggiunto e quindi ci siamo lasciati alle spalle il rifugio del Homo Bono che annunciò a Teodora la nascita di Tommaso.
È un piccolissimo anfratto sul costone, chiuso in alto da una piccola volta a botte oggi custodita dalle radici di una quercia.
Lo osservo con stupore.
È piccolo. Davvero piccolo.
Immagino che anche distendersi per il riposo notturno fosse un problema.
L’intimo legame con la natura e con Dio potevano far premio su ogni pur essenziale esigenza di benessere corporale?
Davvero rimane un mistero la capacità di questi uomini di vivere di nulla affidandosi alla natura ed alla volontà divina.
D’altronde non fu lo stesso Gesù Cristo a dire ai suoi discepoli preoccupati del vivere quotidiano, loro che erano stati pescatori usi a strappare la vita con fatica sul lago di Tiberiade, che gli uccelli non seminano e non mietono eppure il padre che è nei cieli li provvede di tutto quanto necessita loro? (Matteo 6, 24-34)
Qui sul monte Asprano abbondano le bacche.
Il profumo della macchia è avvolgente.
La menta selvatica non ci abbandona mai e ci accompagna per tutta la salita con il suo afrore intenso, fresco, inebriante.
Su qualche radura spuntano delle piante di fichi e altri piccoli alberi da frutto. La vegetazione torna ad essere alta, fino a proteggerci dal sole.
Stiamo scendendo e tornano gli alberi ed i boschi di querce soprattutto ma non mancano conifere e ontani, carpini ed altre specie. Qua e là le tane dei tassi scavate nel terreno. Lepri, volpi, cinghiali, caprioli, lupi, popolano le zone più interne. Allodole e piccoli volatili volteggiano su di noi. Bellissime farfalle disegnano traiettorie irregolari sui fiori e le piante mentre superbi rapaci volteggiano lassù.
E intanto a terra piccole cappelle votive si susseguono come una processione ininterrotta.
Alessandro dipana a mio favore la storia di questo Monte ovunque disseminato di sacre presenze.
I santuari erano il nucleo della fede e della concentrazione antropica oltre che delle crescita della cultura antropologica, mi racconta.
Poi vi erano gli eremi ed i conventi con le comunità dei monaci ed infine, isolate, le grotte degli eremiti ed anacoreti…
È antica l’epopea del Monte Asprano.
Il suo magnetismo è straordinario ancora oggi.
Il mistero della grande energia in esso concentratasi e tuttora percepita risale alla notte dei tempi allorquando intorno ad esso probabilmente vi erano ancora le acque del mare che oggi sono bloccate dai Monti Aurunci al di là della valle del Liri dove si stende il Tirreno grande come Oceano agli occhi di Odisseo
Il monte Asprano è stato da sempre epicentro di insediamenti umani.
Qui sopra i popoli Volsci avevano le loro roccaforti sin dall’età del ferro.
Stiamo costeggiando delle mura ciclopiche.
Massi enormi e ben squadrati compongono una prima cinta e poi una seconda ed ancora più in basso una terza.
Mi fermo ad accarezzarle. Le osservo con trasporto ed attenzione.
Sono possenti. Alte e lunghe, lunghe. Si sviluppano per l’intero crinale del monte, su tre livelli.
Sono davvero fortificazioni inviolabili costruite con grande perizia e maestria a proteggere il popolo dei Volsci che qui si erano insediati.
Si fanno strada tra gli alti alberi ed il bosco che penetra ormai dappertutto.
Massi e pietre sono ricoperte di muschio.
Una enorme, triplice barriera di verde si distende tra i boschi sul fianco del monte che degrada verso la valle. Davvero qui è sepolta una grande civiltà.
Le dimensioni mi paiono analoghe alla civiltà micenea… a quella sannitica che ho incontrato tra Altilia e Terravecchia.
Certo manca l’evoluzione artistica.
Non ho intravisto sculture o altorilievi come i leoni rampanti a Micene o i braccioli scolpiti delle sedute del teatro di Pietrabbondante, ma la tecnica di costruzione, la possanza delle mura, le dimensioni dei blocchi, sono identiche o comunque molto simili.
Mi fermo di continuo ad accarezzare quelle mura…e istintivamente mi perdo a contemplare la città ed i villaggi che si innalzavano al loro riparo. La vita che ferveva… le fucine per lavorare e temprare il ferro, il faticoso procedere di un’umanità in cammino.
Anche i Sanniti, appena più in là si misuravano con il procedere della civiltà. E proprio con i Sanniti i Volsci si fusero e confusero prima di confluire, tutti, dopo epiche guerre, nel crogiolo della romanità.
Alessandro mi ragguaglia su tutto.
Davvero è sacro il suolo del Monte Asprano.
Non solo. Esso è circondato da altri monti e valli altrettanto sacre.
Qui la vita ha preso a scorrere assai presto, allorquando gli uomini cominciarono a darsi una organizzazione, ad onorare gli dei, a seppellire i morti ed a riconoscere le loro patrie. E mi auguro che queste Mura dei popoli Volsci vengano custodite, che qualcuno se ne prenda cura… che le pulisca magari per far emergere la grandiosità di una civiltà che fa parte di questa terra ma che appartiene a ciascuno di noi.
Qua e là vi sono dei cedimenti ma per la gran parte esse sono integre e in alcuni tratti addirittura impressionanti per l’altezza oltre che per la maestosa potenza.
Da queste parti vi è l’epicentro di una antica civiltà la cui storia si è evoluta conoscendo nuovi dei e creando nuovi incroci. È infine approdata al cristianesimo, ed è giunta sino a noi.
Noi siamo il risultato di quelle civiltà.
Speriamo di non essere l’ultimo tassello prima della fine.
So che Alessandro lo pensa anche lui e quindi mi tengo in silenzio questo pensiero… intanto siamo scesi praticamente a valle.
I fianchi del monte si sono allargati sino a formare un’ampia radura.
Vi sono delle case in pietra, poi il sentiero diventa tratturo ed il tratturo si trasforma in strada. Tutto in perfetta continuità e senza cesure.
Stiamo entrando in un piccolo villaggio fermo nel tempo.
Siamo in pieno medio evo.
Avanzo pieno di meraviglia.
So che Alessandro mi spia con la coda dell’occhio.
Ci sono abitazioni da una parte e dall’altra della stradina.
Sono tutte in pietra viva e tutte illustrate dall’inconfondibile impronta medievale.
Il silenzio è profondo quanto amico e se l’ascolti ti parla.
La via e le antiche abitazioni che la costeggiano han preso la fisionomia di un piccolo nucleo abitato.
Ci sono fiori nei pressi dei davanzali.
Delle cassette di legno, quelle usate dai contadini per i loro prodotti, sono piene di piante fiorite e sono fissate ai muri delle case. Rallegrano l’aria.
In fondo un arco ed una porta. Hanno dimensioni e fattura imponenti.
“Questa è la porta orientale che immetteva nella cittadella del Monte Asprano.”
Alessandro finalmente rompe il silenzio rispondendo alla meraviglia che deve erompere dai miei occhi.
“Siamo a Cantalupo” mi informa e continua “ Il nome Cantalupo non c’entra nulla con i lupi che pure qui sono stati da sempre presenti. Il nome deriva da una espressione longobarda che sta per casa-luogo del signore.”
Mi guardo intorno con grande curiosità. Alessandro saluta le poche persone che incontriamo e si intrattiene con esse a raccontarsi storie e scambiarsi informazioni. La dimensione comunitaria è profonda ed ancora connaturata al luogo ed alle presenze in esso insediate.
A poca distanza, nella valle incastonata ai piedi di Monte Cairo, appare Colle San Magno tutto raccolto intorno alla rocca che ho visto la sera in cui sono arrivato e, poco discosta la chiesa dedicata appunto a San Magno. I tetti rossi, le case basse disegnano un borgo incantevole raccolto come una chiocciola su se stesso. Ho ancora negli occhi la bellezza di Colle San Magno anch’essa giunta integra dal tempo medievale.
Mi rendo conto che abbiamo chiuso il cerchio. Siamo giunti ai limiti estremi del sacro Monte Asprano.
Ci siamo arrampicati ed abbiamo camminato su e giù per circa tre ore.
Davanti a noi si innalza adesso il massiccio del Monte Cairo.
Intanto osservo Cantalupo. É intimo e avvolgente. Ci sono pochissime anime ma non è abbandonato. Anticipa Colle San Magno, appena più in là incastonato sul Monte Cairo.
Dall’altro lato sul crinale opposto di Monte Asprano, Castrocielo.
Insomma Castrocielo e Colle San Magno sono due ceppi di un’unica radice e quella radice affonda nei luoghi e nel popolo dei Volsci.
Usciamo da Cantalupo.
Alessandro mi fa segno di seguirlo. Riprendiamo a salire sino a raggiungere un altro pianoro sul fianco del monte Asprano.
Sono solo pochi passi. Forse un centinaio di metri. Duecento al massimo.
Alessandro non mi dice niente. Lascia che sia io a scoprirlo.
In cima al pianoro una magnifico santuario, anch’esso romanico.
Ha la stessa struttura della chiesa di San Tommaso che abbiamo lasciato sul lato opposto ma è più grande, direi addirittura architettonicamente più imponente, senza tuttavia dismettere l’intima tensione ascestica che mi rendo conto essere la cifra di tutto quanto di sacro si innalza sul Monte Asprano.
Ha un vestibolo che introduce il tempio e questo si distende in maniera armoniosa proponendo una forma a croce, mi sembra. È costruito con la stessa pietra del posto ma, a differenza della chiesa di San Tommaso che è addossata e quasi incastrata nel monte, esso domina il grande pianoro e spinge lo sguardo verso l’orizzonte disegnato dai monti disposti a corona.
È bellissimo. L’espressione più pura del romanico erede dell’architettura proto Cristiana che affondava le sue radici nella tradizione pagana.
È il santuario dedicato alla Madonna Assunta in cielo.
Armonia, essenzialità, linearità e giuste proporzioni mi paiono anche qui la sintesi dell’incontro tra Dio e gli uomini, magari per il tramite di Maria Santissima.
Intorno al santuario era nato Palazzolo, il villaggio che raccoglieva le genti scese in cerca di una vita meno faticosa rispetto a quella del versante alto del Monte Asprano. La Vergine Maria vegliava su di loro. Tutti loro.
Poi la comunità cercò luoghi ancora più confortevoli per espandersi ed organizzarsi. D’altronde rientrava nelle tradizioni dei popoli Volsci e dei Sanniti quella di mandare i giovani rampolli a trovare nuove terre e fondare nuove città.
Alcuni si spostarono sul Monte Cairo e fondarono Colle San Magno, altri si spostarono sul crinale opposto del Monte Asprano verso la Valle del Liri e nacque Castrocielo.
Entrambe le due nuove comunità rivendicavano, tuttavia, la primazia su Palazzolo e la protezione della Vergine Assunta nei cieli custodita nel santuario ad ella dedicato.
Le due comunità ormai dimentiche della loro comune origine, o forse proprio per perpetuarne il ricordo, costruirono, ciascuna, la propria statua e presero a onorare, ciascuna, la propria Madonna nello stesso santuario e nel medesimo giorno.
La Vergine, come una buona madre, lasciava fare in attesa che prevalesse il buon senso. In fondo erano tutti fratelli, discendenti dallo stesso ceppo e tutti uniti dallo stesso territorio oltre che dal suo stesso culto.
Ma le due comunità presero a scontrarsi violentemente rivendicando il diritto esclusivo alla protezione oltre che ai festeggiamenti della Vergine.
I due cortei si ritrovavano insieme sul sagrato, all’ingresso del Santuario, pronti a far valere con la forza il proprio diritto esclusivo.
Il lunedì in Albis, giorno dedicato alla pace dei cristiani, divenne così tempo di guerra per Castrocielo e Colle San Magno finché non giunse l’accordo proprio nel nome della Santissima Vergine Assunta in cielo.
La tregua e poi l’armistizio e quindi la definitiva pace vennero sanciti con un’intesa che fissava la coesistenza dei riti e delle processioni disciplinandone i tempi ed i modi di esecuzione.
Le due comunità ripresero così ogni anno a incontrarsi e festeggiare sul pianoro dove sorge il santuario della Vergine Assunta il giorno del lunedì in Albis sotto lo sguardo benevolo delle due statue che si inchinavano nell’atto di reciproco riconoscimento e sul sagrato si incrociavano da presso sino a scambiarsi il bacio della pace ritrovata.
Ogni anno, il lunedì in Albis, quel rito si ripete ancora oggi per ribadire la fine delle ostilità e celebrare in allegria il bacio delle due madonne.
Tutta questa storia Alessandro non me l’ha raccontata.
Il santuario era chiuso ed io mi sono dovuto limitare ad osservarlo dall’esterno.
Egli ha lasciato che godessi dell’incanto di quel tempio romanico, umile ed armonioso, segno tangibile dell’alleanza tra gli uomini e Dio.
Una mia amica lontana, di là originaria, mi rese edotto della storia che si celava dentro quel tempio. Il resto me lo sono cercato da me, magari aggiungendo e togliendo qualcosa con l’intento tuttavia di essere fedele, per quanto possibile, alla verità storica dei fatti oltre che alla devozione delle genti.
Il bello del viaggio e del cammino che lo rende prezioso, è che esso non si compie mai per intero. Resta sempre qualcosa da scoprire. Di conseguenza ad ogni ritorno segue necessariamente una ripartenza…
È il dono della pietrosa Itaca.
La nostalgia per la casa che ti attende mischiata a quella dei luoghi che hai attraversato o attraverserai.
Mi è capitato di avvertire nostalgia per Partenope e per le terre del Sud in ogni ritorno nella mia casa in terra Messapica.
La stessa sensazione l’ho avvertita anche per Monte Asprano e Monte Cairo. Per la chiesa di San Tommaso d’Aquino, il Santuario della Vergine Assunta e la monumentale abbazia di Monte Cassino.
In ognuno di questi luoghi è rimasto molto di inesplorato.
È vero, il viaggio non finisce mai e nostalgia e desiderio saranno sempre attaccate l’una all’altra come le facce di una stessa medaglia o, se più vi piace, come il bacio delle due madonne.
Vi sono continue cesure e suture tra l’andare ed il tornare.
Come la storia dei popoli che si spezza e si riannoda senza fine.
Come il bacio delle due madonne sul Sacro Monte Asprano che si rinnova ogni anno, ogni lunedì in Albis…
(4Fine)
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pH fornita dall’ autore
