Tra meno di un mese riprenderanno le lezioni in tutta Italia e, nonostante le dichiarazioni e le promesse del ministro di turno, nulla è cambiato. Anzi, se possibile, la situazione è ulteriormente peggiorata. La scuola italiana è ormai soffocata da una burocrazia sempre più invasiva, che riduce l’autonomia didattica a una pura finzione e svuota di senso ogni criterio meritocratico. Al posto di premiare preparazione e impegno, il sistema tende ad appiattire verso il basso, costringendo gli insegnanti a dedicare il loro tempo non a studio e aggiornamento, ma a un’infinita serie di riunioni, piani, progetti, rendicontazioni e verifiche che finiscono solo per misurare il rispetto di procedure calate dall’alto. La sostanza dell’insegnamento – la conoscenza, la ricerca, la crescita culturale – si perde così dietro una montagna di carte e verbali.
A questo si aggiunge l’assurdità dei concorsi, in cui la selezione non si basa più sulla padronanza delle materie, ma su competenze accessorie come legislazione scolastica, inglese e informatica. Queste finiscono per contare più delle discipline che gli insegnanti dovranno realmente trasmettere, con il risultato di mettere in secondo piano la cultura stessa. Il tutto si svolge all’interno di programmi ministeriali spesso antiquati e contraddittori, che da un lato esaltano il pensiero critico e la creatività, dall’altro impongono griglie rigide e contenuti scollegati dalla realtà contemporanea.
Non meno assurda è la richiesta che i docenti si facciano carico di temi estremamente delicati, come l’educazione sessuale, che dovrebbe spettare prima di tutto alle famiglie. In una società dove ogni parola può essere fraintesa o strumentalizzata, il rischio di conseguenze serie per l’insegnante è molto alto. Caricata di compiti che vanno ben oltre la sua funzione educativa essenziale, la scuola diventa così terreno fertile per tensioni che minano la serenità di chi ci lavora. Inoltre, a peggiorare il quadro, vi è anche l’idea che scuola sia argomento di discussione per chiunque, anche di chi non vi hai messo piede dopo l’esame di maturità. Un florilegio di psicologi, psichiatri, pseudo-pedagogisti, quotidianamente viene riportato da testate giornalistiche e pagine social del mondo della scuola. Il tutto pour parler.
Le riforme degli ultimi decenni non hanno portato miglioramenti, anzi: la riforma Gelmini e, successivamente, la cosiddetta “Buona scuola” di Renzi hanno progressivamente trasformato l’istituzione scolastica in una sorta di azienda piegata a logiche manageriali, con l’illusione di preparare al mondo del lavoro senza però fornire strumenti davvero adeguati e inclusivi. Così la scuola ha perso la sua missione originaria di luogo di crescita intellettuale e civile, trasformandosi in un meccanismo inefficiente e frustrante.
A peggiorare il quadro già compromesso si aggiunge la condizione economica dei docenti, davvero inaccettabile per un Paese che afferma di voler investire nella formazione delle nuove generazioni. Stipendi tra i più bassi d’Europa si sommano all’obbligo di frequentare corsi per abilitazioni e specializzazioni con costi esorbitanti, che gravano su una categoria già sottopagata e sotto pressione. Criteri di valutazione del punteggio ai limiti dell’assurdo, che comportano una vera e propria spesa di titoli e certificazioni di ogni tipo che il più delle volte valgono più di una laurea magistrale o di un master, trasformando, di fatto, la scuola in un ammortizzatore sociale per università parificate ed enti erogatori di corsi di ogni genere.
Quindi, alla fine, non si tratta solo di retribuzione. Come ricordava la grande filosofa Simone Weil, il miglioramento delle condizioni materiali deve andare di pari passo con un ambiente di lavoro più sereno e umano. Oggi, invece, la scuola italiana è un luogo in cui i docenti sono isolati, sommersi da adempimenti, precarietà e sfiducia sociale e che vedono la loro stessa figura sminuita da ricorsi al Tar o denunce da parte di genitori che con il tempo hanno assunto sempre più voce in capitolo, senza avere la minima percezione di ciò che comporta l’essere docenti oggi. In queste condizioni, è difficile immaginare che possano trasmettere agli studenti quella passione per la conoscenza e quella fiducia nel futuro che dovrebbero essere il vero senso dell’educazione.
Il quadro che ne emerge è quello di un sistema ormai al collasso, che rischia di tradire la sua missione più alta: formare cittadini consapevoli, liberi, capaci di pensiero critico. Restituire dignità e centralità alla scuola – e a chi la vive ogni giorno – non è più solo una scelta politica, ma un’urgenza per la tenuta stessa del nostro tessuto civile.
