Una mattina ti svegli con una musichetta in testa, magari una canzoncina di tantissimi anni prima, senza volerlo la canticchi, la fischietti, gironzola nel tuo cervello e non ti lascia per tutta la giornata.
C’era una volta un piccolo naviglio, che non sapeva, non sapeva navigar…
Mi fa ridere, perché, il diavoletto che a volte fa le veci del suo amabile collega angelo custode, inizia a sussurrarmi, tra una strofa e l’altra del motivetto, che si potrebbe fare un paragone, ad esempio, con il nostro bel paese.
Del resto, mi dice, pure al sommo poeta Dante Alighieri, frullò nella testa lo stesso paragone anche se in modo più elegante e senza musica di sottofondo
<< Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello! >>
Certo che, detta dal sommo poeta, nell’epoca in cui gli italiani scorrazzavano con fior di navi su e giù per il mediterraneo, cosa che gli valse la nomea di “popolo di navigatori”, non è precisamente una bella immagine.
Prova inconfutabile che, nonostante siano passati secoli e il mondo non è più quello di allora, è cambiata la forma ma non la sostanza, quello che non è cambiato è il giudizio di chi guarda dal basso, riguardo alle prevaricazioni messe in atto da quelli che stanno in alto.
Scatta l’immagine.
Bene! Ora, oltre alla canzoncina pure il film! Diavoletto impertinente, sono suggerimenti cattivelli!
In effetti, l’Italia, in confronto ad altri paesi, è relativamente piccola, quindi, un piccolo naviglio attraccato al molo dell’Europa, fermo lì, agganciato seppur esposto alla tempesta.
Il suo popolo è chiuso nella stiva, come gli schiavi di una nave negriera, incatenato da una inspiegabile apatia.
L’equipaggio intento a rubare più che può, alla stregua, se non in misura maggiore, di una ciurma di pirati.
Il capitano rinchiuso nella sua cabina dorata, passa le giornate a rimirarsi nello specchio di Grimilde chiedendogli : specchio, specchio delle mie brame, come mi sta il cappellino fatto a secchiello con la nappa penzolante? E sogna di indossarlo fieramente mentre strilla da un balcone.
Il suo vice, anche lui nella propria cabina, passa il tempo a baciare voluttuosamente il busto di un tipo pelato dall’espressione arcigna, sognando bombardieri, carri armati e schiere di soldati pronti alla guerra, sfilare in suo onore, davanti a una folla plaudente con la manina alzata come quando, a scuola, chiedevano il permesso per andare in bagno.
E dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane
Il naviglio, il naviglio naufragò
Eh, certo, con un nocchiere che non ha la più pallida idea di cosa sia una rotta e troppo impegnato a sognare ponti, ma non quelli delle navi…
Eppur si mise, eppur si mise a navigare
Ma non potè, ma non potè più navigar
Perché la cambusa è ormai quasi vuota, lo scafo cade a pezzi ma si continua a caricare cannoni, che non servono a fare riparazioni e sono abbastanza duretti da masticare.
E dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane
Il naviglio, il naviglio naufragò.
Bella la metafora, lascia spazio per inserire l’ironia, cosa non molto usata e spesso non capìta ma, che in tempi oscuri come quello che stiamo vivendo, può aiutare almeno ad alzare un po’ il morale e, a volte, pure a superare i problemi.
La situazione non è certo rosea e andrà sempre peggio.
Cosa si può fare se si è su un piccolo naviglio in pericolo di naufragio?
Magari, come nella miglior tradizione marinara, un ammutinamento dopo aver rotto le catene.
Purtroppo siamo un popolo poco unito e molto condizionabile, molto più propenso ad occuparsi del proprio orticello invece di cercare di costruire un bene comune.
Come finisce la canzoncina?
Se questa storia poi non vi dà noia
Se questa storia poi non vi dà noia
Se questa storia poi non vi dà noia…
la torneremo torneremo a cominciar.
Ph creata con IA gemini
