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“Perdonate colui che non parla che una lingua: non sa ciò che fa” Francoise Vaucluse
Secondo lo psicologo François Grosjean è bilingue più della metà della popolazione. Lo studioso è noto per il suo approccio olistico al fenomeno, in base alle sue ricerche, il bilinguismo bilanciato è piuttosto raro, giacché, in una collettività monolingue, non è possibile trovare occasioni per usare in modo uguale l’una o l’altra lingua, in ogni situazione del vivere quotidiano.
Per Renzo Titone, invece, il bilinguismo “consiste nella capacità da parte di un individuo di esprimersi in una seconda lingua aderendo fedelmente ai concetti e alle strutture che a tale lingua sono propri, anziché parafrasando la lingua nativa. Attualmente la maggior parte degli studiosi concordano nel definire il bilingue colui che utilizza regolarmente due o più lingue o dialetti nella vita di ogni giorno. In altre parole l’aspetto pluridimensionale del bilinguismo rende molto difficile darne una definizione generale, capace di rendere conto dei numerosi fattori che regolano tale fenomeno linguistico.
Infatti, Colin Baker, docente presso l’Università del Galles nel suo libro Foundations of Bilingual Education and Bilingualism, afferma che “Definire chi o non è bilingue è molto vago e in un’ultima analisi impossibile (…) Un metodo più valido potrebbe essere individuare le rilevanti distinzioni e dimensioni che circondano la parola bilinguismo”.
Su questa scia di pensiero si pone Andrea Marini, autore del libro Il bilinguismo, edito da Carocci nella collana Bussole. Nel volume, Marini affronta in modo rigoroso e accurato il discorso sul bilinguismo, un’analisi scientifica che abbraccia i compositi aspetti dell’essere bilingue e usando al contempo un lessico accessibile a un’ampia platea di lettori, interessati sia al tema del linguaggio in sé sia sul condizionamento che esso genera sul cervello umano.
Andrea Marini prova a dare una risposta alla domanda “Chi è bilingue?”, in merito a tale quesito, nel libro si legge: “potremmo quindi definire operativamente la competenza bi/plurilingue come l’insieme di conoscenze implicite ed esplicite che permettono di usare due o più lingue e/o dialetti indipendentemente da fattori, peraltro importanti, come ad esempio l’età di acquisizione, il livello di bravura nell’uso delle lingue o il loro livello di percezione sociale.”
Da tale premessa si snoda uno studio che esamina il fenomeno del bilinguismo dal punto di vista linguistico, glottodidattico, psicologico e delle neuroscienze in generale. Marini è docente di Psicologia generale all’università di Udine, dunque, non deve stupire più di tanto, il taglio scientifico dato al suo volume.
Nel libro ho trovato interessante come l’autore ha trattato il bilinguismo precoce, mai banale e scontato, con narrazione chiara e attendibile, egli ne ha esposto gli effetti sulle abilità linguistiche e di reciproco scambio comunicativo, sul cervello, sulle abilità logiche, sui processi di sviluppo psicologico nei bambini. Marini chiarisce anche l’annosa questione di dove vanno a posizionarsi nel cervello le diverse lingue, sfatando – perché, ahimè, vi è ancora bisogno – alcuni miti comuni che imputano all’acquisizione di più lingue in età precoce un ritardo nello sviluppo linguistico, caso mai è il contrario, si accresce. Nonostante numerosi studi, ricerche e fiumi di inchiostro che inondano altrettanti libri, ad oggi, pare che non ci sia spostati dagli anni Sessanta del secolo scorso, periodo in cui il bilinguismo precoce veniva fortemente contrastato perché ritenuto l’origine dei problemi nello sviluppo intellettivo, affettivo-relazionale e psicologico. Un cambio di rotta è arrivato nel 1962 con lo studio realizzato in Canada da Peal e Lambert, i quali nella loro opera The Relation of Bilingualism to Intelligence, hanno messo in luce i vantaggi cognitivi del bilinguismo bilanciato. Dall’uscita del volume in poi è stato un continuo levarsi di voci pro bilinguismo, pro insegnamento di lingue diverse da quella madre in età precoce provenienti da esperti in diverse discipline, anche se per molti anni ancora diversi psicologi, insegnanti, pedagogisti hanno fatto orecchie da mercante nonostante le evidenze scientifiche. Scarsa preparazione? Questione di comodo? Personale chiusura mentale? Fate un po’ voi, sta di fatto che nel 2025 vi è ancora la necessità di scrivere sul bilinguismo per sfatare i falsi miti sulla sua negatività a più livelli, cognitivo, psicologico, neuropsicologico, linguistico…
Consiglio la lettura del libro di Andrea Marini, un volume di agile lettura che potrà illuminare, spero, qualche residuale mente bigotta.
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