Parte terza. Tra Monte Asprano e Monte Cassino
Il sei di agosto, a prima mattina Alessandro sarebbe passato dal mio alloggio ai piedi di Monte Camarda.
La volta scorsa, nell’ultimo inverno, allorché venni a presentare “Cammini a Sud” il libro che raccontava i miei cammini alla ricerca della memoria di genti e popoli a Sud, il Monte Asprano mi era sfuggito.
Ero giunto a Caprile.
Con Angelo ero salito alla grotta-santuario dell’Arcangelo Michele.
Ero giunto addirittura alla bella, umile e discreta chiesa romanica dedicata a San Tommaso ancor prima che fosse santificato.
Ma non ero salito sul monte a scoprirne la sacra consistenza, la dimensione, la memoria, i paesi, i borghi, i villaggi, le chiese ed i santuari, le cappelle e gli eremi in esso nascosti. Le vicende intorno alle devozioni cristiane, anche, che avevano contrapposto le comunità su di esso stanziate.
Alessandro aveva insistito.
“Domattina alle sei e mezza ti vengo a prendere” mi aveva annunciato la sera prima, al termine della presentazione del mio ultimo romanzo di viaggio in un tono che non ammetteva repliche o dubbi.
Avevo strappato giusto un’ora in più. “Facciamo le sette e mezza” avevo abbozzato.
Alessandro aveva acconsentito con un generoso cenno del capo.
Il fatto è che quella sera dedicata alla presentazione de “L’altra faccia di Partenope” ero proprio stanco se non distrutto.
Lo riconoscevo, mio malgrado.
Avevo impiegato tutti gli sforzi possibili per essere vigile e reattivo. Alessandro aveva avuto qualche sentore osservando il mio sguardo spento e la mia faccia tirata.
“Non ti preoccupare” mi aveva rassicurato “Conduco io le danze. Sarà sufficiente che tu mi segua.”
“Ma tu lo hai letto il romanzo?” Avevo replicato.
“L’ho comprato il giorno stesso che è uscito e lo conosco a menadito. Fidati”.
E davvero avevo bisogno di fidarmi ed affidarmi.
Avevo compiuto un imperdonabile azzardo la mattina convinto che a sera, alle ventuno, nella suggestiva piazzetta di Caprile, sotto lo sguardo di San Cristoforo che dominava la via dei Pellegrini nella valle sottostante, avrei svolto il mio compito senza alcun patema raccontando il mio viaggio intorno a Partenope alla ricerca della dimensione ancestrale dell’umanità.
Era un tema a me assai caro.
Un tema pieno di ritorni, di metafore, che partiva dal mito per giungere a scandagliare il mistero ed il miracolo di un’umanità capace di sopravvivere a tutte le violenze ed a tutte le minacce a cominciare da quelle della grande caldera dentro la quale, da duemilacinquecento anni, si ostina a rannicchiarsi, raccogliersi, distendersi.
Ma era un tema che, per essere raccontato nella maniera giusta, richiedeva freschezza di mente e integrità di energie fisiche.
Tutta roba che quella sera io dovevo cercare nei recessi più reconditi del mio essere con grande fatica e senza la certezza di riuscire a trovare qualcosa, perché ero davvero esausto.
Alessandro il quale oltre ad essere un raffinato cultore della storia e dei tesori del territorio è anche un filosofo che, come Aristotele, ama camminare, anzi arrampicarsi, e che con me avrebbe dialogato fornendomi l’estro oltre agli argomenti per la dissertazione, aveva ben colto questa mia fatica e mi aveva sostenuto, come promesso.
E tuttavia al termine della serata era stato categorico.
“Alle sette e trenta ti vengo a prendere. Saliamo su Monte Asprano, raggiungiamo Cantalupo e Colle San Magno sul massiccio del Monte Cairo e per mezzogiorno o l’una saremo di ritorno. Avrai tutto il tempo di fare una doccia mettere insieme le tue cose, preparare i bagagli e alle due prendere il treno da Cassino”.
Io avevo assentito.
Facevo affidamento sulla notte imminente per ritrovare le mie energie.
Quel giorno mi ero alzato con calma alle sette e mezza, avevo calzato gli scarponi, mi ero messo lo zaino in spalla con il carico di acqua ed alle otto ero uscito.
Avevo percorso il vicolo, attraversato la Piazza Longa di Roccasecca, in fondo ad essa mi ero lasciato, sul lato destro, il Municipio ed avevo imboccato la strada dei pellegrini deciso a raggiungere l’Abbazia benedettina di Monte Cassino.
Roccasecca-Montecassino era l’ultima frazione del Cammino di San Benedetto che parte da Norcia e si conclude appunto all’Abbazia.
Venti chilometri tranquilli, la gran parte pianeggianti, salvo l’ultimo tratto di quattro/cinque chilometri in leggera seppur costante salita per coprire il dislivello tra la valle ed il monte pari a circa trecento metri.
Nei giorni precedenti ero stato nell’alto Sannio, tra Isernia e Benevento, a Macchiagodena per la precisione, un piccolo centro sospeso tra l’Appenino molisano ed il massiccio del Matese ad un’altezza di 870 metri sul mare che ha fatto dei libri e della lettura la sua scommessa per uscire dall’anonimato ed attrarre visitatori curiosi e stanchi di città, stress e folle impazzite vocate al divertimento.
Avevo fatto, con Cleto e Gino, due miei amici esperti conoscitori di sentieri e tratturi, un percorso ad anello di circa venticinque chilometri tra colli, valli, paesi spopolati e borghi addirittura abbandonati.
Avevo camminato bene, nonostante fossi reduce da un periodo piuttosto lungo di inattività.
Ero contento di me e quindi la mattina del cinque agosto decisi di percorrere il tratto Roccasecca-Monte Cassino per vedere da vicino, negli interstizi, quel pezzo di territorio in attesa di percorrere per intero il cammino benedettino.
In fondo si trattava solo di venti chilometri.
Quattro ore sarebbero state più che sufficienti.
A mezzogiorno sarei stato a destinazione.
Quindi sarei sceso a Cassino città con la navetta delle dodici e cinquanta ed avrei preso il treno per Roccasecca dell’una e trenta o giù di lì.
Alle due-due e mezza sarei stato nel mio alloggio.
Sino alle nove di sera avrei avuto tutto il tempo per riposare, recuperare le energie e arrivare fresco e pimpante all’appuntamento con il pubblico che sarebbe accorso sicuramente numeroso.
Raccontare le vicende del protagonista di una storia che si dipanava tra i luoghi, i tempi e le genti che da duemilacinquecento anni si erano andati stratificando, auspice la sirena Partenope, Odisseo, gli dei dell’Olimpo prima, i santi del paradiso cristiano poi e quindi re, imperatori, guerrieri, navigatori, teologi, filosofi, poeti, rivoluzionari e gente qualunque, intorno al Golfo richiedeva una mente reattiva ed un fisico riposato.
…
In effetti alle tre di pomeriggio ero nella mia camera.
Distrutto, tuttavia.
Completamente sfatto e con l’assillo di dovermi rimettere bene o male in sesto.
Avevo iniziato la mia avventura fresco e pieno di energie.
Mi ero fermato da Gina, al negozio di alimentari all’angolo del vicolo con la Piazza Longa, mi ero fatto un panino e con il suo augurio di buon cammino ero partito.
L’applicazione che mi consentiva di seguire la traccia mi avvertiva che viaggiavo a velocità di cinque/sei chilometri ad ora…insomma per le undici e mezza potevo essere a destinazione… ottimo.
Mi sarei fermato al cimitero dei Polacchi nei pressi dell’Abbazia. Angelo mi aveva raccomandato caldamente di visitarlo. Era davvero una bella storia quella dei Polacchi morti nella battaglia contro i Tedeschi ed era una bella storia anche quella dei Polacchi sopravvissuti che non avevano voluto saperne di tornarsene in patria dove li aspettava il giogo di Stalin e lo scudiscio del regime sovietico e si erano fermati da quelle parti costituendo lì le loro comunità e custodendo il cimitero e la memoria dei morti.
Decisi di allentare il passo per godermi la strada ed il paesaggio.
Percorrevo la via pedemontana che si snodava appunto a margine del Monte Asprano avendo sulla destra la Valle del Liri.
Aveva raggiunto Caprile… La meravigliosa, austera Caprile, abbarbicata al suo Medio Evo oltre che alla falesia ardita del Monte su cui ragazzi e ragazze si confrontano con le arrampicate in verticale e dove rimane anche la grotta-santuario dell’Arcangelo Michele insieme ad anfratti e nascondigli prediletti a suo tempo da briganti e fuggiaschi di ogni tipo.
Con intima partecipazione avevo guardato a lungo il San Cristoforo con il lungo bordone in una mano e nostro signore bambino tenuto sulle spalle con l’altra nell’atto di attraversare il fiume ed avevo ammirato la poderosa muraglia della chiesa che reca in cima, sul lato estremo, il grande orologio. Erano da poco passate le otto quando ci ero passato.
Il San Cristoforo, che certo avrebbe bisogno di essere preservato con amore e cura visto che protegge i pellegrini e viandanti sin dall’inizio del 1600, mi confortava.
Caprile mi consolava ed il Monte Asprano mi spronava.
Come mi capita spesso davanti alla mitezza umana seppur offuscata se non compromessa dall’ansia della civiltà contemporanea ed al cospetto della natura che protegge e minaccia, l’emozione mi dava la carica e quella si trasformava in propellente per il mio sollecito andare.
Verso il monte contemplavo i segni della grandezza e della bellezza, verso la valle osservavo i segni della decadenza oltre che dell’imprevidenza.
La Valle del Liri mi metteva tristezza.
Sembrava lottasse per ritrovare il suo equilibrio antico fatto di acqua, fonti, laghi, fiume, terreni preziosi e fertili, gente dedita a estrarre i buoni frutti dell’agricoltura mentre ampie zone un tempo popolate da industrie, fabbriche, fabbricati mostravano il loro nuovo volto di lande semideserte che aggredivano il territorio allargando i loro confini come masse cancerose.
La strada era asfaltata.
Seguiva il crinale tra monte e valle.
Le auto erano assai rade.
Di tanto in tanto incontravo squadre di operai che effettuavano lei lavori di manutenzione. Tutti mi salutavano con simpatia. “ buon cammino” mi auguravano. Io mi sentivo felice e rispondevo sollecito e soddisfatto.
I segnali indicavano il lago Capo d’Acqua alimentato dalle sorgenti che scendevano dal massiccio di Monte Cairo.
La vegetazione in fondo era lussureggiante.
Il paesaggio era davvero invitante e se chiudevi gli occhi potevi sentire il fruscio delle fronde di pioppi, platani, tigli e potevi immaginare lo specchio delle acque lacustri nascoste appena un po’ più in là.
Era la presenza umana che sembrava essersi nascosta.
Un piccolo santuario medievale di sapore romanico, romanico e campagnolo, era apparso sulla curva, intimo ed essenziale. Recava i segni di una festa recente. Archi di palloncini bianchi ed azzurri ornavano il portale… Era una sferzata di umanità. Questa non era scomparsa. Si era solo nascosta.
Io scrutavo dappertutto e camminavo.
Il mio passo continuava ad essere veloce.
“Arriverò per le undici” mi dicevo “con questa andatura”. E lo dicevo per invogliarmi a rallentare ma anche per accarezzare il mio orgoglio sempre in agguato.
L’aria si era intanto surriscaldata. Ovviamente non avevo con me alcun berretto ed il sole picchiava sempre di più. Era pur sempre il cinque di agosto e la strada non era ombreggiata.
Il Monte Asprano con le sue comunità era ormai alle mie spalle. Davanti si stendeva il massiccio del Monte Cairo. L’Abbazia era ancora invisibile.
Avevo attraversato Castrocielo. In alto la rocca che gli aveva dato il nome.
Colle San Magno era più sopra, ma potevo immaginarlo, essendovi stato la sera prima con Alessandro. Un incanto anch’esso, arrivato integro dal Medio Evo con la sua torre e la piazza, le viuzze strette e la chiesa, i lampioni discreti e la gente per strada…
…
L’asfalto con il calore diventava ancor più pesante ed i piedi cominciavano a soffrire.
Tuttavia io non me ne davo per inteso ed avanzavo.
Avevo messo alle spalle ormai i primi dieci chilometri.
La strada aveva preso ad inerpicarsi.
Ero giunto a Piedimonte San Germano Alto.
In piazza una targa con le bandiere polacca, italiana ed europea. ricordava l’impresa dei polacchi a Montecassino. Mi ero fermato, avevo letto con compassione ed attenzione ed avevo ripreso ad andare.
Il paese che si districava tra ripetuti sali e scendi lo avevo superato di slancio. Ero tornato sulla strada dove procedevo in totale solitudine.
Non avevo incontrato nessun viandante o pellegrino. A ragione, mi dicevo. Ad agosto con quel caldo…ma non mi dispiaceva.
Il silenzio mi faceva ottima compagnia ed esaltava la valle, i boschi e le rade abitazioni lungo le pendici del monte che aveva preso decisamente a salire.
Avevo imboccato, seguendo i segnali del cammino, assai puntuali e perfettamente disposti ad ogni bivio ed incrocio, un piccolo tratturo, un premio per i miei piedi affaticati dall’asfalto… I pellegrini e camminatori non amano l’asfalto. Questo, soprattutto in estate con il solleone oltre alla testa ed al fisico, tormenta le piante dei piedi a rischio vesciche.
Non era il mio caso ma avvertivo un inizio di fastidio tra alluce e pianta al piede destro. Niente di preoccupante, stando ai tempi che mi ero prefissato ed al percorso residuo che si assottigliava passo dopo passo.
Il tratturo era finito rapidamente ed ero sbucato su una via pure essa asfaltata ma stretta e deserta, una tipica stradina di campagna.
Aveva preso ad inerpicarsi e, dopo poco, era sbucata su un grande piazzale con un santuario. Il Santuario di Santa Lucia. Una facciata in pietra bianca ampia e pulita, scandita da una teoria di quattro finestre ad arco, quelle esterne più ampie e quelle interne più contenute, e nella parte superiore da un loggiato sormontato a sua volta da un modesto campanile a
vela.
Addossato ad esso una costruzione massiccia che doveva essere un monastero.
Sui tondi gradini del sagrato due ragazze con zaino accanto si riposavano. Mi sono fermato anch’io e mi sono seduto.
È bello scambiare le proprie impressioni con altri pellegrini-camminatori-camminatrici-viandanti.
Quelle due ragazze poi sembravano felici. I loro volti erano aperti e gli occhi sereni. Erano piuttosto giovani. Bionda coni capelli legati a coda di cavallo Eleonora, bruna con i capelli a farle corona intorno al viso Concetta. Venivano da lontano. Dalla Francia, Marsiglia, ma erano italiane e a più riprese avevano fatto il cammino di San Benedetto. Quella era l’ultima tappa e non avevano fretta. Guardavano intorno a sé con calma come a volere ben imprimere quelle immagini e respirare quell’atmosfera. Io invece avevo premura, ahimè ed in quel momento me ne dispiacque molto. Presi anch’io a respirare piano e a far scorrere lentamente le immagini intorno a me.
Un prete era venuto anch’egli a sedersi sul sagrato.
La chiesa proiettava la sua ombra a nostro beneficio e regalava una benvenuta frescura. Ai margini del piazzale, sui lati opposti, due fontane. Ciascuno in quella piccola comunità ritrovatasi sui gradini del sacrato del santuario attendeva alle proprie incombenze. Sistemare lo zaino, riempire le borracce e intanto si chiacchierava. Provenienza di ciascuno, impressioni…è straordinario lo spirito di partecipazione, addirittura di fratellanza-sorellanza che si manifesta sui tratturi e sui sentieri durante i cammini. Il santuario sembrava voler proteggere quello spirito e quella comunità.
Una suora, giovane, slanciata ed elegante nell’abito grigio chiaro che la avvolgeva è uscita dalla chiesa con un annaffiatoio. “Do un po’ di acqua alle piante prima che arrivi il sole” ci ha confidato con un tono di allegria che rendeva ancor più dolce la nostra sosta.
Era bello quel quadretto.
Volentieri mi sarei fermato ancora.
Ma il mio impegno serale mi spronava ad andare.
Mi dicevo che sarebbe stato meglio rientrare prima possibile per recuperare le energie fisiche e mentali da spendere la sera nella presentazione.
Ci siamo salutati ed io ho ripreso il mio andare.
Di lì a poco il segnale indicava il tratturo che avrebbe portato all’abbazia. L’asfalto era finito ed il bosco avrebbe reso più agevole il mio cammino. Avevo percorso 15 chilometri. Ne restavano altri cinque. Erano le undici. Per mezzogiorno sarei arrivato. Il terreno era diventato però insidioso, a tratti duro, saliva in maniera costante e rallentava l’andatura. Avevo sufficiente esperienza per sapere che in montagna non puoi procedere velocemente. A seconda della difficoltà puoi percorrere tra i due ed i tre chilometri in un’ora. A quattro non ci arrivi anche se il percorso è lineare e ben tracciato. Ormai procedevo immerso nella vegetazione. Aceri, carpini, querce del tipo delle roverelle e di tanto intanto delle conifere si aprivano e si chiudevano sopra di me limitando l’orizzonte a mia disposizione.
L’Abbazia non era ancora comparsa.
Al Santuario di Santa Lucia avevo riempito la mia borraccia dopo aver abbondantemente bevuto.
Ero convinto che i cinque/sei chilometri che mi separavano dal Monte Cassino li avrei percorsi in scioltezza.
In un’ora e mezza sarei stato a destinazione e pronto a salire sulla navetta che mi avrebbe dovuto portare alla stazione di Cassino. Con un po’ di sollecitudine avrei potuto dare anche un’occhiata al cimitero polacco. Nonostante gli alberi e la fitta boscaglia il caldo si faceva però sentire… ampie zone rocciose e nude avevano preso a susseguirsi con frequenza crescente.
La sete cominciava a mordere.
E tuttavia non mi preoccupavo.
Finalmente l’immensa poderosa macchia bianca dell’abbazia era comparsa oltre l’ultimo crinale del Monte Cairo. Il Monte Cassino, di un colore verde cupo, era lì di fronte a me e l’abbazia splendeva nel suo biancore esaltato dal cielo azzurro. Mi fermai a contemplare quella meraviglia per qualche minuto. Approfittavo per lasciar riposare un po’ i piedi e mi riempivo gli occhi di quella visione celestiale. L’abbazia che avevo percorso in lungo e in largo il giorno prima adesso la potevo cogliere nella sua dimensione unitaria con uno sguardo solo. Tutta quella magnificenza, millenni di cristianità e infinite vicende storiche sino alla tragedia dell’ultima guerra, tutto era racchiuso in quel fotogramma che si imprimeva nella retina dei miei occhi e che sembrava ammaliarmi come la fata Morgana nel deserto del Sahara.
Superba e orgogliosa, compatta e potente dominava il monte incoronata dai boschi che davvero sembravano infiniti.
Qualcosa di simile avevo provato allorché, qualche anno prima, ero arrivato al monastero di San Matteo sul Gargano in cima al vallone da cui si scendeva a San Marco in Lamis ed a San Giovanni Rotondo. Era possente quel monastero. Datava dal decimo secolo ed era il punto di accoglienza per pellegrini e crociati che salivano alla Grotta dell’Arcangelo Michele nelle viscere del Gargano prima di riprendere il cammino verso il mare per imbarcarsi e raggiungere l’Oriente, Costantinopoli, Gerusalemme, Alessandria.
Finì l’ultimo sorso di acqua mentre divoravo con gli occhi quella visione e ripresi la marcia. Ero dispiaciuto per quella fretta. Quello spettacolo chiedeva di essere contemplato a lungo. Le tre ore passate il pomeriggio del giorno prima chiedevano di essere ripercorse con lentezza, gratitudine, pienezza.
Io invece avevo fretta.
La stanchezza sino ad allora appena percepita, mi precipitò addosso come un macigno inatteso.
Avevo sete e non avevo più acqua.
Sentivo di aver esaurito le mie riserve di energia.
Non avevo barrette con me, mai avute, in verità. Il panino di Gina l’avevo divorato in mattinata, allegramente, per piacere più che per fame. Adesso lo rimpiangevo. Rimpiangevo di non avere con me dello zucchero, del cioccolato, dei confetti.
Pazzesco come la presunzione ti accechi.
Alla partenza ero convinto di poter fare quei venti chilometri in un fiato… adesso arrancavo.
Ero giunto in una radura piuttosto vasta con il fiato grosso e la gola secca. Le membra contratte.
I boschi avevano nuovamente coperto l’Abbazia sottraendola ai miei occhi ed io avanzavo non avendo più il suo riferimento a confortarmi.
Oltre la radura una serie di segnali conducevano verso il bosco. Albaneta, Stele, recitavano. Non leggevo più l’indicazione dell’Abbazia.
Angelo mi aveva messo sul chi va là.
Al termine della radura c’è un birrificio, mi aveva spiegato. Fermati. Prendi una birra e procedi verso l’abbazia sul tratturo a destra. Ci arriverai in non più di venti minuti.
Io arrivai in fondo alla radura.
Notai una costruzione piuttosto grande che tuttavia era chiusa… non mi sfiorò assolutamente che fosse il birrificio e andai in direzione esattamente opposta a quella dell’abbazia.
Seguivo i segnali e mi dicevo che di sicuro, più avanti, avrei ritrovato quello dell’abbazia.
La sete ormai mi torturava.
La stanchezza offuscava la mia vista.
L’unica mia speranza era ritrovare il segnale dell’Abbazia che tuttavia non incontravo.
Arrivai in una nuova radura, più piccola questa volta. Al centro un vecchio carro armato distrutto. Sulla torretta le bandiere polacche.
Era troppo intenso quello scenario e mi fermai a rimirarlo avendo in mente l’epopea della divisione polacca che aveva conquistato Cassino cacciando i tedeschi.
Finalmente ripartì. Proseguì per un paio di chilometri, quindi mi arresi e decisi di tornare indietro.
Mi tornò alla mente, come una scudisciata, il sarcasmo di Shacuddhi che nel Tavoliere delle Puglie in pieno agosto di alcuni anni prima, avendo perso le indicazioni della via Francigena oltre al segnale telefonico, mi girava intorno fustigando la mia totale assenza di senso di orientamento, mentre Scazzamurieddhu taceva rassegnato.
Shacuddhi e Scazzamurieddhu erano i due spiritelli che la mia fantasia aveva chiamato a sostegno e conforto della mia solitudine in quell’impresa dissennata. E quelli nel marasma in cui annaspavo con un caldo da impazzire in una pianura di cinquanta chilometri senza un’anima viva, piena di stoppie bruciate, rovi e sterpi, senza un albero, si vendicavano della mia supponenza ricordandomi che erano con me solo perché pregati dalla loro padrona che poi era mia madre la quale si era raccomandata di non assecondare le mie indicazioni e addirittura di andare esattamente in direzione opposta a quella che io avessi imboccato.
Era esattamente quello che avrei dovuto fare adesso.
Prendere la direzione opposta a quella che mi sembrava giusta.
Lo avessi fatto sarei arrivato già da parecchio sul piazzale dell’Abbazia. Tornai indietro finalmente.
Mettevo a tacere la mia stanchezza che ormai non aveva sponde.
E raggiunsi il punto da cui avevo deviato.
Su una panca erano sedute Eleonora e Concetta.
Fu una visione salvifica che mi diede una sferzata di insperata nuova energia. Concetta mi guardò. Lei ed Eleonora stavano mangiando un panino che mi sembrò un miraggio. Avevano accanto una birra fresca che alla mia fantasia frastornata sembrò una specie di sorgente magica. Mi sentivo come uno che non toccava una goccia d’acqua da tempo immemore.
Concetta mi guardò e capì tutto.
Prese la sua birra e me la porse.
Io come un disperato nel deserto la afferrai e la bevvi tutta d’un sorso.
Le mie salvatrici mi guardarono preoccupate per me. Esse erano tranquille, non avevano fretta e si prendevano tutto il tempo possibile. Io invece ero ormai in preda all’ansia. Temevo di non arrivare più in tempo per la navetta. Erano le dodici e venti. Ringraziai commosso, chiesi scusa e mi lanciai sul tratturo nella direzione giusta.
La vista di Concetta e di Eleonora mi aveva restituito la fiducia, la birra l’energia.
Mi lanciai a capo chino sul tratturo. E finalmente arrivai in vista dell’Abbazia che a quel punto era diventata la mia ancora di salvezza.
Ero uscito sul piazzale che conduceva al cimitero dei Polacchi.
Lo guardai con pietà e rammarico, mi dissi che sarei dovuto tornare con calma e mi diressi verso il parcheggio dove avrei trovato la navetta se fossi arrivato in tempo. Ma ormai anche la sferzata di energia della birra e la fiducia delle mie salvatrici si erano esaurite.
Mi accasciai ai margini della carreggiata e attesi… un’auto si fermò nei pressi.
Io scattai in piedi ed implorai di condurmi al parcheggio, qualche centinaio di metri più avanti.
Quelli si impietosirono e mi aprirono lo sportello posteriore.
Arrivai che la navetta stava partendo.
Ringraziai e mi precipitai verso la navetta.
L’autista frenò e mi prese a bordo.
Finalmente mi sedetti. Stavo morendo di sete e la stanchezza oscurava i miei occhi. Provai a guardare la grande fabbrica dell’abbazia. Ma non la vedevo. Chiusi gli occhi, rovistai tra le immagini accatastate nella mia memoria il giorno prima e mi lasciai andare.
A Cassino l’autista si fermò in prossimità di un incrocio. Disse che la stazione era a due passi appena girato l’angolo. Scesi. Non vedevo nessuna stazione.
Per fortuna c’era un bar. Entrai e mi scolai due bottiglie di acqua ghiacciata. Una terza la lascia sul tavolo mentre guadagnavo il bagno. Misi la testa sotto il rubinetto e lasciai che l’acqua scorresse sul collo e tra i capelli. Mi rimisi in ordine e chiesi dove fosse la stazione.
Dovetti camminare per venti minuti prima di intravederla all’orizzonte.
Ma era chiaro ormai che il treno non lo avrei trovato.
Dovevo aspettare quello successivo delle quindici e trenta.
Mi scolai un’altra bottiglia di acqua e quindi chiamai Angelo pregandolo di venirmi a prendere.
Angelo, paziente e premuroso arrivò.
Gli raccontai qualcosa lungo il tragitto, ma ero esausto e, mio malgrado, costretto a tacere.
Alle tre come da programma ero nella mia camera.
Crollai sul letto e mi addormentai.
( 3 continua)
pH fornita dall’ autore
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