Italia svenduta
“Chi sacrifica l’essenziale per ottenere il superfluo, alla fine perderà entrambi.”
– Alexander Hamilton
Iveco non è più italiana.
Dopo la cessione della divisione militare ai tedeschi di Rheinmetall per 1,8 miliardi, John Elkann ha venduto il gruppo intero agli indiani di Tata Motors per altri 3,5 miliardi.
In totale, oltre 5 miliardi incassati da Exor, la holding di famiglia.
Un’altra azienda storica italiana cancellata. Un’altra eredità industriale monetizzata.
Ma questo non è solo un affare.
È l’atto finale di un secolo di rapporti tossici tra la famiglia Agnelli e lo Stato italiano.
Una storia di sussidi, privilegi, silenzi compiacenti e protezione politica, culminata in una svendita sistematica del patrimonio nazionale.
Dal Regno d’Italia ai paradisi fiscali: la saga degli Agnelli
Tutto comincia nel 1899, quando Giovanni Agnelli fonda la FIAT a Torino.
Nel corso del ‘900, Fiat diventa il simbolo stesso dell’industrializzazione italiana: auto, treni, camion, aerei, mezzi militari.
Una potenza economica costruita a braccetto con lo Stato:
- durante il fascismo: benefici statali e commesse militari;
- nel dopoguerra: piano Marshall, ricostruzione, Cassa del Mezzogiorno;
- negli anni ‘70-’80: salvataggi, ammortizzatori sociali, condoni, sostegni all’export.
Con Gianni Agnelli, il “Re d’Italia non eletto”, Fiat è al centro del potere economico, mediatico e politico italiano. La famiglia influenza governi, stampa, banche, università.
Ogni crisi aziendale diventa una questione nazionale. Ogni perdita viene socializzata. Ogni profitto, privatizzato.
Anni ‘90-2000: Fiat crolla, lo Stato interviene (di nuovo)
Quando Fiat crolla nei primi anni 2000, il gruppo è tecnicamente fallito.
Il salvataggio avviene con:
- centinaia di milioni in cassa integrazione per decine di stabilimenti;
- vendite agevolate di asset;
- incentivi pubblici alle rottamazioni che favoriscono solo Fiat;
- un sistema bancario pronto a supportare ogni passo (grazie a Mediobanca e Intesa, “alleati” di casa Agnelli).
A tenere in piedi tutto, arriva Sergio Marchionne, l’uomo che trasformerà Fiat in un colosso internazionale… senza Italia.
2009–2021: la grande fuga
- 2009: Fiat ottiene Chrysler in piena crisi finanziaria, con soldi pubblici americani.
- 2014: nasce FCA (Fiat Chrysler Automobiles), con sede legale in Olanda e fiscale a Londra.
- 2018: muore Marchionne, e John Elkann consolida il controllo totale della holding Exor.
- 2021: FCA si fonde con Peugeot e diventa Stellantis, la quarta casa automobilistica al mondo. L’Italia resta con pochi modelli, molti esuberi, zero strategia nazionale.
Nel frattempo, tutti gli asset storici vengono venduti:
- Magneti Marelli: venduta ai giapponesi;
- Ferrari: scorporata e quotata per estrarne valore;
- La Repubblica, La Stampa, L’Espresso: prima acquistati, poi smantellati e piegati editorialmente;
- Cnh Industrial: smembrata;
- Iveco Defence: venduta a Rheinmetall (Germania);
- Iveco Group: ora ceduta agli indiani di Tata.
Una dinastia vorace, trasformata in fondo speculativo
Oggi, Exor non è più un gruppo industriale.
È un family office di lusso, che controlla:
- marchi di moda (Louboutin, Shang Xia)
- media internazionali (The Economist, GEDI)
- fondi di investimento, startup, società immobiliari
Eppure, i dividendi miliardari continuano ad arrivare grazie a ciò che è stato costruito in Italia, con soldi pubblici, lavoro operaio, ricerca finanziata dallo Stato.
Nel frattempo:
- le tasse sono pagate all’estero
- le fabbriche italiane vengono svuotate
- i lavoratori restano soli
“Gli Elkann non creano. Gli Elkann monetizzano.”
E la politica? Ringhia, poi si accuccia
Di fronte a tutto questo, la politica italiana non ha fatto nulla.
Non quando Fiat è scappata all’estero.
Non quando le testate giornalistiche venivano neutralizzate.
Non quando Iveco, azienda strategica per la difesa e la mobilità nazionale, veniva venduta pezzo per pezzo.
A destra come a sinistra, nessuno ha posto un limite.
Tutti hanno chinato il capo: per paura, per interesse, o per sudditanza.
“Sovranisti in campagna elettorale. Servili davanti a Exor.”
Conclusione: l’Italia perde. Gli Elkann non perdono mai.
John Elkann oggi viene celebrato come “visionario”.
Ma non ha costruito nulla.
Ha solo spolpato il patrimonio industriale di un Paese intero, ereditato dal nonno, mantenuto con i soldi pubblici, svenduto pezzo a pezzo per miliardi.
Fiat non è più italiana.
Iveco non è più italiana.
E neanche l’Italia lo è, nel suo cuore produttivo.
I capitali volano all’estero.
Le fabbriche chiudono.
I lavoratori restano.
E la politica… applaude in silenzio.
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