Una casa rustica, situata sopra un’altura in un angolo quasi isolato di una stupendo isola chiamata Sardegna.
Oltre la campagna circostante, al di là di una collina, si sentiva, ovattato e lontano, il rumore del mare nei giorni in cui le onde erano alte e si infrangevano con forza sugli scogli.
Alcune grandi e forti querce nei pressi della casa, davano ombra e frescura in mezzo a quella terra aspra, del colore abbagliante dell’oro in estate e verde e fiorita in inverno e primavera, costellata da piccoli alberi contorti e piegati dal vento, boschetti di querce, lecci e corbezzoli e cespugli di mirto e lentisco.
C’erano anche un olivario, una vigna, un ovile un piccolo orto e una certa varietà di animali da fattoria.
Un nastro azzurro apparve un giorno sulla porta, e un nome : Giovanni.
Come spesso accade, il nome di battesimo divenne un nomignolo affettuoso, Nanneddu, così lo chiamavano tutti e lui crebbe figlio e parte di quella terra che sentiva sua ogni giorno di più.
Amava correre libero, saltava agilmente i muretti a secco e spesso si spingeva fino ad un cumulo di enormi pietre, ciò che restava di un nuraghe, testimonianza della cultura antica della sua isola, sempre in compagnia del suo amico del cuore, un grande cane bianco, un pastore maremmano suo fedele compagno di giochi da quando erano entrambi cuccioli e per questo non era stato messo a guardia del gregge, il suo nome era Tumbu, forse perché fin da piccolo amava rotolarsi nell’erba profumata.
La scuola non piaceva molto a Nanneddu, non perché non fosse intelligente o non gli piacesse imparare, era un bambino sveglio, imparava in fretta e, in fondo, lì aveva occasione di fare amicizia con i suoi coetanei ma il suo cuore restava nella sua campagna e il suo spirito era troppo libero per restare chiuso tra quattro mura.
Cresceva in fretta, aiutava ad accudire gli animali, gli piaceva seguire il gregge insieme a suo padre, imparò presto a mungere le pecore e seguiva con interesse il procedimento per fare il formaggio, era un pastore nato.
Quando terminò le scuole dell’obbligo, ebbe in dono un magnifico cavallo, inutile descrivere la sua felicità.
Lo chiamò Bentu, era forte e veloce, come il vento di maestrale che scompigliava i capelli, e scuoteva i cespugli facendogli rilasciare quel delizioso e unico profumo di macchia mediterranea, le sue corse con lui nella vasta campagna, quando il sole tingeva il cielo con gli splendidi colori dell’imbrunire, avevano il sapore ineguagliabile della libertà.
Non volle continuare gli studi, il solo pensiero di stare lontano dalla sua amata campagna, gli dava un senso di estrema tristezza.
Non per questo era totalmente distaccato dal progresso, aveva computer e cellulare e l’intenzione di commerciare i prodotti della fattoria, in primis il formaggio che aveva imparato a fare magistralmente.
Tumbu era anziano, non era più il compagno di scorribande, lo accompagnava nelle passeggiate e si sdraiava accanto a lui quando, la sera, si sedeva sotto la quercia davanti a casa.
Ma, un giorno, giunse alla fattoria un uomo che voleva comprare il terreno perché incluso in un progetto per la produzione di energia alternativa, in tutto il territorio circostante, sarebbe stato realizzato un grande parco eolico.
Non ci vuole molto a capire quale fu la risposta di Nanneddu e dei suoi familiari, un deciso no senza possibilità di ripensamento.
Trascorse un bel po’ di tempo, Nanneddu continuava la sua vita tranquilla nella sua amata campagna, usciva anche con gli amici del paese, spesso facevano spuntini, sembra quasi un sogno ma, purtroppo, come per tutti i sogni, segue il risveglio e non sempre è bello.
Era l’alba di un giorno d’estate, finalmente si era alzato il maestrale a dare un po’ di tregua al caldo torrido ma, questa volta, aveva un odore strano che
nel dormiveglia non riconobbe subito ma… No, non era possibile! Quello era odore di fumo.
Balzò dal letto, si vestì in fretta e furia e corse fuori.
Purtroppo era ciò che temeva : un incendio si era sviluppato al di là della collina oltre la quale c’era il mare e, aiutato dal maestrale, correva maledettamente veloce.
Doveva mettere in salvo il gregge e tutti i suoi amati animali, una corsa disperata in mezzo al fumo che bruciava gli occhi ed entrava nei polmoni, rendendo difficile il respirare, gli animali fuggivano e gridavano di terrore e le lingue di fuoco correvano e saltavano da un albero all’altro attraverso i rami piegati.
Arrivarono gli aiuti, vigili del fuoco e barracelli, gente del paese che cercava di respingere il fuoco come meglio poteva, arrivò anche un Canadair…
Solo verso sera il fuoco si poteva considerare spento.
Tutto intorno, dove c’erano i boschetti, i cespugli, la bionda campagna brulicante di vita, l’olivario, la vigna, il pascolo, era rimasto solo la cenere, la desolazione e gli scheletri anneriti di alberi e cespugli divorati dal fuoco.
Nanneddu, dentro di sé, aveva un dolore immenso, tanto quanto era l’amore per quella terra.
Si sedette stremato su di un muretto, le lacrime scendevano da sole, senza singhiozzi, il buio nel cuore e in fondo all’anima.Sentì, però, un sussurro da quella terra ferita, una voce nel vento che diceva : sapremo rinascere anche questa volta, è la forza di questa terra, da sempre ferita ma mai domata, perché siamo come quegli alberi sugli altopiani che il vento può solo piegare ma non riuscirà mai a spezzare.
Oltre la campagna circostante, al di là di una collina, si sentiva, ovattato e lontano, il rumore del mare nei giorni in cui le onde erano alte e si infrangevano con forza sugli scogli.
Alcune grandi e forti querce nei pressi della casa, davano ombra e frescura in mezzo a quella terra aspra, del colore abbagliante dell’oro in estate e verde e fiorita in inverno e primavera, costellata da piccoli alberi contorti e piegati dal vento, boschetti di querce, lecci e corbezzoli e cespugli di mirto e lentisco.
C’erano anche un olivario, una vigna, un ovile un piccolo orto e una certa varietà di animali da fattoria.
Un nastro azzurro apparve un giorno sulla porta, e un nome : Giovanni.
Come spesso accade, il nome di battesimo divenne un nomignolo affettuoso, Nanneddu, così lo chiamavano tutti e lui crebbe figlio e parte di quella terra che sentiva sua ogni giorno di più.
Amava correre libero, saltava agilmente i muretti a secco e spesso si spingeva fino ad un cumulo di enormi pietre, ciò che restava di un nuraghe, testimonianza della cultura antica della sua isola, sempre in compagnia del suo amico del cuore, un grande cane bianco, un pastore maremmano suo fedele compagno di giochi da quando erano entrambi cuccioli e per questo non era stato messo a guardia del gregge, il suo nome era Tumbu, forse perché fin da piccolo amava rotolarsi nell’erba profumata.
La scuola non piaceva molto a Nanneddu, non perché non fosse intelligente o non gli piacesse imparare, era un bambino sveglio, imparava in fretta e, in fondo, lì aveva occasione di fare amicizia con i suoi coetanei ma il suo cuore restava nella sua campagna e il suo spirito era troppo libero per restare chiuso tra quattro mura.
Cresceva in fretta, aiutava ad accudire gli animali, gli piaceva seguire il gregge insieme a suo padre, imparò presto a mungere le pecore e seguiva con interesse il procedimento per fare il formaggio, era un pastore nato.
Quando terminò le scuole dell’obbligo, ebbe in dono un magnifico cavallo, inutile descrivere la sua felicità.
Lo chiamò Bentu, era forte e veloce, come il vento di maestrale che scompigliava i capelli, e scuoteva i cespugli facendogli rilasciare quel delizioso e unico profumo di macchia mediterranea, le sue corse con lui nella vasta campagna, quando il sole tingeva il cielo con gli splendidi colori dell’imbrunire, avevano il sapore ineguagliabile della libertà.
Non volle continuare gli studi, il solo pensiero di stare lontano dalla sua amata campagna, gli dava un senso di estrema tristezza.
Non per questo era totalmente distaccato dal progresso, aveva computer e cellulare e l’intenzione di commerciare i prodotti della fattoria, in primis il formaggio che aveva imparato a fare magistralmente.
Tumbu era anziano, non era più il compagno di scorribande, lo accompagnava nelle passeggiate e si sdraiava accanto a lui quando, la sera, si sedeva sotto la quercia davanti a casa.
Ma, un giorno, giunse alla fattoria un uomo che voleva comprare il terreno perché incluso in un progetto per la produzione di energia alternativa, in tutto il territorio circostante, sarebbe stato realizzato un grande parco eolico.
Non ci vuole molto a capire quale fu la risposta di Nanneddu e dei suoi familiari, un deciso no senza possibilità di ripensamento.
Trascorse un bel po’ di tempo, Nanneddu continuava la sua vita tranquilla nella sua amata campagna, usciva anche con gli amici del paese, spesso facevano spuntini, sembra quasi un sogno ma, purtroppo, come per tutti i sogni, segue il risveglio e non sempre è bello.
Era l’alba di un giorno d’estate, finalmente si era alzato il maestrale a dare un po’ di tregua al caldo torrido ma, questa volta, aveva un odore strano che
nel dormiveglia non riconobbe subito ma… No, non era possibile! Quello era odore di fumo.
Balzò dal letto, si vestì in fretta e furia e corse fuori.
Purtroppo era ciò che temeva : un incendio si era sviluppato al di là della collina oltre la quale c’era il mare e, aiutato dal maestrale, correva maledettamente veloce.
Doveva mettere in salvo il gregge e tutti i suoi amati animali, una corsa disperata in mezzo al fumo che bruciava gli occhi ed entrava nei polmoni, rendendo difficile il respirare, gli animali fuggivano e gridavano di terrore e le lingue di fuoco correvano e saltavano da un albero all’altro attraverso i rami piegati.
Arrivarono gli aiuti, vigili del fuoco e barracelli, gente del paese che cercava di respingere il fuoco come meglio poteva, arrivò anche un Canadair…
Solo verso sera il fuoco si poteva considerare spento.
Tutto intorno, dove c’erano i boschetti, i cespugli, la bionda campagna brulicante di vita, l’olivario, la vigna, il pascolo, era rimasto solo la cenere, la desolazione e gli scheletri anneriti di alberi e cespugli divorati dal fuoco.
Nanneddu, dentro di sé, aveva un dolore immenso, tanto quanto era l’amore per quella terra.
Si sedette stremato su di un muretto, le lacrime scendevano da sole, senza singhiozzi, il buio nel cuore e in fondo all’anima.Sentì, però, un sussurro da quella terra ferita, una voce nel vento che diceva : sapremo rinascere anche questa volta, è la forza di questa terra, da sempre ferita ma mai domata, perché siamo come quegli alberi sugli altopiani che il vento può solo piegare ma non riuscirà mai a spezzare.
Ph creata con IA gemini
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